La situazione dei detenuti in Italia è al collasso
Ci sarà un’inchiesta. Ci saranno perizie, ricostruzioni, verbali, responsabilità da accertare.
Ed è giusto che sia così. Ma c’è una domanda che non può attendere il lavoro della magistratura.
Come siamo arrivati fin qui?
La tragedia avvenuta questa notte nel carcere di Bancali, a Sassari, dove un detenuto ha perso la vita in un incendio e alcuni appartenenti alla Polizia Penitenziaria sono rimasti feriti nel tentativo di salvarlo, non può essere archiviata come un fatto di cronaca.
Per chi, come me, ha trascorso ventisei lunghissimi anni dietro le sbarre, questo è l’ennesimo grido che arriva da un mondo che l’opinione pubblica continua a vedere soltanto quando accade qualcosa di irreparabile.
In carcere non si muore soltanto quando divampa un incendio. Si muore lentamente.
Si muore quando la speranza viene consumata giorno dopo giorno. Quando il sovraffollamento trasforma le celle in luoghi dove sopravvivere diventa più importante che vivere. Quando manca il lavoro. Quando mancano i percorsi rieducativi previsti dalla Costituzione. Quando l’acqua diventa un lusso durante l’estate. Quando i benefici penitenziari, che dovrebbero rappresentare uno strumento di reinserimento, restano per molti una prospettiva irraggiungibile.

Ho visto uomini perdere la ragione. Ho visto uomini perdere la dignità. Ho visto uomini perdere la speranza. Ho visto troppe persone con gravi patologie psichiatriche abbandonate alla loro disperazione.
Ho visto detenuti malati di tumore affrontare il dolore dietro una porta blindata. Ho visto detenuti con gravissime disabilità, anziani ultraottantenni trascinare lungo i corridoi la sacca delle urine come fosse l’ultimo segno della loro esistenza.
E ogni volta mi ponevo la stessa domanda.
Qual è il senso della pena quando la sofferenza non ha più nulla a che vedere con la giustizia?
Eppure l’articolo 27 della Costituzione italiana afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È una delle pagine più alte del nostro ordinamento. Ma quella promessa, oggi, è diventata una formula vuota perché quando lo Stato rinuncia a garantire condizioni minime di dignità la pena diventa una mera privazione dell’umanità.
Chi pensa che queste riflessioni siano buonismo probabilmente non ha mai attraversato un reparto detentivo. Non ha mai respirato l’odore acre e pungente delle celle d’estate. Non ha mai guardato negli occhi un uomo che ha smesso di aspettare qualcosa dal futuro.
Il carcere non è fatto soltanto di colpevoli.
È fatto anche di agenti della Polizia Penitenziaria costretti ogni giorno a lavorare in condizioni sempre più difficili, spesso con organici insufficienti, affrontando emergenze continue e pagando sulla propria pelle il prezzo di un sistema vicino al collasso. Anche a Sassari alcuni di loro sono rimasti ustionati e intossicati nel tentativo di intervenire. A loro va il mio rispetto.
Ma quando un detenuto muore e degli agenti rischiano la vita nello stesso episodio, non ha fallito una singola persona. Ha fallito tutto il sistema.

Per questo il dolore di oggi non può esaurirsi in un titolo di giornale o in qualche dichiarazione di circostanza.
Serve il coraggio di affrontare ciò che da troppo tempo viene nascosto dietro le mura degli istituti penitenziari: la salute mentale, la presenza di detenuti gravemente malati, di anziani ultraottantenni, il sovraffollamento, la carenza di personale, la mancanza di attività, di lavoro e di reali percorsi di reinserimento.
Io ho iniziato a scrivere noir carcerari proprio per questo.
Per raccontare ciò che normalmente rimane invisibile. Perché il silenzio è sempre stato il miglior alleato del degrado.
Questa sera sarò davanti al carcere Don Bosco di Pisa insieme ad associazioni di volontariato, alla Casa della Donna e a tanti cittadini che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Non per difendere il reato. Ma per difendere la civiltà di uno Stato

.
Perché uno Stato si misura soprattutto da come tratta le persone di cui nessuno vuole più occuparsi. E se continuiamo ad accettare che la disperazione diventi una condanna aggiuntiva, allora non avremo perso soltanto un altro detenuto.
Avremo perso un altro pezzo della nostra umanità.
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