Un Pitbull nel pianeta delle scimmie

C’è una verità che nei tribunali non entra mai. Non perché sia nascosta, ma perché è scomoda da guardare.

È la stessa verità che attraversa le pagine di Un Pitbull nel pianeta delle scimmie un romanzo tratto da una storia realmente accaduta, firmato con un nome anagrammato, Lorenzo Zoliber, non per gioco letterario, ma per necessità. Perché quando si racconta il carcere per quello che è, il problema non è scrivere: è pagare le conseguenze di aver detto troppo.

Autore: Lorenzo Zoliber
Editore: ‎ Balzano – Il giardino della cultura
Uscita: 2026
Genere: Letteratura
Pagine:
Lingua: Italia

C’è una verità che nei tribunali non entra mai.
Non perché sia nascosta, ma perché è scomoda da guardare. È la verità che la narrativa carceraria autentica prova a restituire: quella del carcere reale, quello che non si vede e che raramente trova spazio nelle parole ufficiali.



Quel libro non è finzione. È una lente. E quello che mostra è esattamente ciò che decisioni come la sentenza n. 31/2026 della Corte Costituzionale italiana (pubblicata nel marzo 2026) continuano a non vedere.

Secondo la Corte, un detenuto sottoposto a isolamento disciplinare avrebbe potuto evitare conseguenze per la propria salute semplicemente rivolgendosi al magistrato di sorveglianza o ai sanitari. Una ricostruzione perfetta. Lineare. Rassicurante.

(La Corte, infatti, ha ritenuto implausibile tale motivazione sotto entrambi i profili: ha sostenuto che il detenuto avrebbe potuto evitare il pericolo per la propria salute ricorrendo al magistrato di sorveglianza per ottenere la revoca dell’isolamento oppure chiedendo l’immediato intervento dei sanitari e il ricovero in infermeria, senza alcuna necessità di porre in essere condotte come l’incendio delle dotazioni di cella, trattandosi di rimedi espressamente previsti dall’Ordinamento Penitenziario italiano).

Una ricostruzione perfetta. Lineare. Rassicurante.

E falsa.

Falsa non sul piano della legge, ma su quello della realtà.

Perché il carcere che esiste davvero, quello che non entra nelle sentenze, è lo stesso che si racconta nel romanzo: un sistema chiuso, dove i rimedi esistono sulla carta ma si dissolvono nella pratica, dove il diritto si ferma sulla soglia e dentro resta solo la gestione del potere. L’Ordinamento Penitenziario italiano prevede strumenti di tutela. Ma chi ha vissuto anni, decenni, dentro sa che il magistrato di sorveglianza, troppo spesso, è un passaggio formale, lento, distante, quando non completamente inefficace. Le istanze restano senza risposta o vengono respinte senza entrare davvero nel merito.

Nel frattempo, la vita continua. E peggiora. Il potere reale si concentra nelle mani della direzione dell’istituto: un potere ampio, discrezionale, difficilmente scalfibile. E in questo equilibrio sbilanciato, i sanitari, evocati come soluzione, operano dentro un sistema che non è neutrale, ma subordinato a logiche di controllo prima ancora che di cura.

Questo non è un dettaglio. È il cuore del problema.

Perché quando un sistema non garantisce strumenti effettivi di autotutela, non si limita a essere inefficiente: diventa pericoloso. Molti più detenuti di quanti si voglia ammettere vivono condizioni di pressione costante, fatte di isolamento, provvedimenti punitivi, marginalizzazione. Molti più di quelli che compaiono nei dati ufficiali arrivano a gesti estremi, non per scelta, ma per esaurimento. Quando ogni via legale è percepita come inutile, la reazione diventa inevitabile. Ed è qui che la distanza tra chi giudica e chi vive il carcere diventa inaccettabile.

Definire “implausibile” una reazione nata da quella condizione significa negare il contesto che la produce. Significa, in fondo, assolvere il sistema e colpevolizzare chi ne subisce le conseguenze. Dopo oltre ventisei anni di carcere, posso dirlo senza retorica: l’isolamento disciplinare, così come viene applicato, non è solo una sanzione. È uno spazio dove il diritto arretra e lascia campo alla discrezionalità.

Il romanzo lo racconta. La realtà lo conferma. La differenza è che il romanzo, almeno, non finge di essere giusto.

“Nel carcere reale non sopravvive chi ha ragione, ma chi resiste abbastanza a lungo da non sparire. Nel silenzio.”

Federico Berlioz
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