Keith Haring e un manipolo di “televisionari”

Lucca – Si vedono impalcature. Si vede una sorta di cantiere abbarbicato a un muro bianco.
Si vede un giovane artista intento a tracciare linee curve e dipingere buffe figurine antropomorfe su una sorta di spessa tela addossata a quel muro bianco.
Quando la telecamera si sposta da quel lavoro in progress sapientemente documentato, si vede Pisa, Piazza Sant’Antonio, il breve passaggio pedonale che la unisce a Piazza Vittorio Emanuele – un tempo detta “Della Barriera”- e a Corso Italia, a 2 passi dal Bar la Borsa e a 10 dalla Stazione Centrale.
Quel giovane artista è Keith Haring.

@credits: Carla Capannini


Quel “murale” è ancora lì, rispettato da chi ci passa sotto e lo ammira – lo farà ancora per chissà quanto tempo – o semplicemente gli getta un’occhiata distratta e va oltre.
Oggi lui è un nome noto; allora era pressoché sconosciuto al grande pubblico, ma non ad un manipolo di visionari che sono riusciti, e lo possiamo considerare un mezzo miracolo, a portarlo a Pisa: un ventunenne, Piergiorgio Castellani, innamorato della sua arte al punto di volare a New York per incontrarlo, un manipolo di docenti universitari e funzionari del Comune particolarmente aperti e aggiornati sul panorama artistico internazionale, il produttore di una piccola e agguerrita società di produzione pisana allora 35enne, un regista, Andrea Soldani, che negli anni successivi avrebbe firmato lavori di rilevanza nazionale, un assessore all’epoca molto noto e intraprendente Lorenzo Bani, un manipolo di professionisti di riprese e montaggio, fra Pisa e Roma, che avevano il mestiere in mano…
“Ho capito: sarà il solito back-stage auto-celebrativo e auto-referenziale” penserete.
No.
Vi sbagliate. E di brutto!
Intanto sembra girato ieri e montato domani e, ve lo assicuro, sono titolato a dirlo dopo più di 40 anni passati a fare il cameraman, credetemi!
Poi sfido chiunque a capire che quel cantiere, quelle scene, quei passanti che si fermano a guardare, quei “quadretti” di balletti in strada, di skate-boarder, di break-dancer nostrani, di DJ che diffondono musica, quel manipolo di “televisionari” che ha reso possibile tutto questo…ebbene: erano lì quasi 40 anni fa, nel giugno del 1989.
Non ci credereste, se non lo sapeste già.
Perfino acconciature e abiti forniscono informazioni depistanti.
Le riprese così anti-convenzionali e insieme quasi classiche di Alessandro Mencarelli, il montaggio di Roberto Burchielli che anticipava certe scelte tecniche e narrative di almeno un paio di generazioni, coadiuvato da una post-produzione “romana” curata dalle migliori firme dello storico marchio leader SBP, con le loro pioneristiche, primissime intrusioni digitali in un contesto professionale a quel tempo ancora ruvidamente analogico e artigianale. E il registro narrativo del regista Andrea Soldani, di fatto consacrato a selezionare dal vasto “girato” tutto ciò che era funzionale alla più ampia e scorrevole descrizione di un gigantesco “work in progress” di quel calibro.

E il talento artigiano del “Producer” Andrea De Gioia, pochi mezzi e grandi idee, che teneva in piedi quell’inconsapevole cenacolo in una città come Pisa, tanto abituata a celebrare le proprie vere o presunte glorie passate quanto chiusa alla contemporaneità.

keith Haring



Un cantiere a cielo aperto. E al centro lui, Keith Haring, l’artista newyorkese che morirà di AIDS pochi mesi dopo la fine dell’opera. Parla, spiega, come in tutti i back stage: ma non c’è spocchia, non c’è sussiego né auto-compiacimento narcisistico, non c’è altro che umanità: semplice e quasi timida voglia di raccontare ciò che scopriva di quel luogo, di quel muro, di quella città, di quei volti che facevano capannello sotto di lui per guardarlo dipingere, per poi restituire tutto questo nell’opera e consegnarlo a Pisa. Restituirlo al mondo. Perfino ai frati che vivevano di la dal muro bianco, che era la parete esterna di un convento urbano. Anche loro si innamorarono del progetto, e di quel ragazzo orgogliosamente e dichiaratamente gay attivo nei movimenti LGBT sin da prima che si aggiungessero altri caratteri alla prima versione dell’acronimo.

Un irripetibile, benigno allineamento di pianeti: non saprei come meglio descrivere quei giorni, così come traspaiano, quasi fuori dal tempo, dal documentario proposto il 1 Ottobre a Lucca, nell’ambito del “Lucca Film festival“.
C’era un sacco di gente dentro la sala del cinema “Moderno”, a guardare “Tuttomondo”, che è il titolo dell’opera, del documentario e della rivista che mi sta ospitando e che state leggendo.
É stato bello esserci.
Il grande schermo esalta la capacità del documentario di avvolgere lo spettatore e trascinarlo quasi fin dentro quel set di tanti anni fa.
Lo avevo visto su piccoli schermi, e temo di essere fra i pochi ad averlo fatto, malgrado ci siano sempre stati forti richieste di proiezioni pubbliche, da parte di singoli, Enti e Associazioni.
Solo che la Fondazione Keith Haring esercita un controllo che non saprei se definire rigido o rigoroso in materia di divulgazione delle opere che custodisce.

Certo: l’opera è lì e Pisa non è certo inaccessibile. Chiunque può ammirarla e invito chi può a farlo, ma il documentario aggiunge uno straordinario plus-valore che non sostituisce, bensì integra l’opera in quanto tale.
Poi ero lì, nel giugno del 1989. Non ebbi un ruolo attivo sul set, ma Ale, l’operatore, era amico, collega e addirittura, in quel periodo, perfino coinquilino.


Abitavamo a pochi passi da lì e lo passai a trovare spesso, in quella settimana scarsa di cantiere aperto. Potrei perfino avergli dato qualche breve cambio volante per la classica pausa “pipì-caffè-sigaretta”, visto che lui stava lì tutto il giorno e si attivava ogni volta che succedeva qualcosa di visivamente notevole, e anch’io collaboravo con la Società di Produzione di De Gioia, quindi non c’era alcun problema se mai fossi subentrato per un pugno di minuti.
Ma non è il mio ruolo o non ruolo che conta.

Keith Haring
Foto: Ufficio Stampa Lucca Film Festival

È la testimonianza che oggi vi porto su quanto noi umani si sia poco consapevoli della portata di ciò a cui stiamo lavorando, mentre ci barcameniamo giorno dopo giorno. Per Alessandro era lavoro. Certo, rispetto a molti altri lo intrigava, ma era faticoso. Per il regista Andrea, poi, erano ore e ore di revisione e schedatura del girato per selezionarne forse pochi minuti. Per il Direttore di Produzione erano beghe, permessi da rinnovare, scartoffie, troupe che si lagna per pasti e orari…il solito cliché di questi mestieri, insomma. L’happening che si crea attorno al set lì per lì è solo una seccatura aggiuntiva che non puoi ignorare, ma che ritarda il momento in cui potrai “staccare” e riposare occhi e testa.
Solo dopo capisci che hai contribuito alla realizzazione di un minuscolo frammento di eternità, di un miracolo laico irripetibile, per il solo fatto di esser stato a lì, a fare la tua parte, magari sbuffando.
O semplicemente guardandola da fuori.

Riflessioni nate dopo la proiezione pubblica a Lucca, di “Tuttomondo” un documentario unico nel suo genere

Foto Credits: 1 e 2 Carla Capannini 3 Stefano Bacci

Stefano Bacci
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