L’integrazione della danza nel musical e il regista-coreografo

La danza jazz e il tip tap si integrano nel musical, portando alla nascita del regista-coreografo, una figura importante sia a teatro che al cinema.

I PRIMI PASSI VERSO L’INTEGRAZIONE DELLA DANZA NEL MUSICAL

L’integrazione della danza all’interno della trama di uno show è stato un lungo processo, che ha avuto inizio nelle prime decadi del Novecento e che, tra i suoi sviluppi, ha portato anche alla nascita della figura del regista-coreografo.

Il 21 Ottobre 1907 al New Amsterdam Theatre l’operetta di Franz Léhar, The Merry Widow, giunge a Broadway. Dal punto di vista della danza segna il vero e proprio arrivo dei balli da sala, come il valzer, nel mondo del teatro americano. Questo evento porta a produzioni e spettacoli di Broadway che impiegano nomi del calibro di Vernon e Irene Castle, e successivamente Fred e Adele Astaire, dando il via a un processo di commistione stilistica che vede la danza di tradizione europea mischiarsi ai passi del tip tap e della vernacular dance.

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1. The Merry Widow, Donald Brian e Ethel Jackson nella produzione originale a Broadway (1907).

Ciò si affianca allo sviluppo di quella forma musical, ancora embrionale, e che porta ai primi tentativi di dance musical. Alcuni di questi, sono riconducibili a Victor Herbert come, ad esempio, The Lady Of The Slipper (1912). In questi spettacoli, Herbert utilizza la danza per ottenere effetti spettacolari. Costruisce così intere scene coreografate che sorpassano di gran lunga l’uso che se ne fa nel vaudeville.

Non si deve pensare però a un’integrazione subitanea della danza con l’azione drammatica. Durante gli anni Venti infatti è pratica comune inserire nei musical specialty acts e numeri che non portano all’avanzamento della trama. Ciononostante ballerini come Fred e Adele Astaire, Ann Pennington e Marilyn Miller contribuiscono a introdurre la danza come un veicolo per descrivere i personaggi.

Show Boat (1927) e A Connecticut Yankee (1927) sono due eccezioni che si distinguono dal panorama dell’epoca, dove la danza viene aggiunta esclusivamente come intrattenimento.

GLI ANNI TRENTA E IL RICONOSCIMENTO DELLA FIGURA DEL COREOGRAFO

Con l’avvento del musical cinematografico si conferma l’interesse del pubblico nel vedere le star ballare. Anche Broadway risponde, affiancando alla kick line, fatta da file di ballerine stile Ziegfield Follies, il soft shoes e la danza classica. Questa sofisticazione e ricerca porta, dalla seconda metà degli anni Trenta, non solo a stili di danza più ambiziosi ma al riconoscimento della figura professionale del coreografo.

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2. materiale pubblicitario di On your Toes (1936).

Se prima ci si limita a utilizzare nei credits “dances by”, con On Your Toes (1936), scritto da Rodgers e Hart e diretto da George Abbott, il lavoro coreografico di George Balanchine viene accreditato come “choreography by”. A mano a mano che la danza diventa sempre più importante nel musical, anche la figura del regista, che assembla in un unicum creativo i vari elementi spettacolari, acquista una maggiore importanza.

Negli anni Sessanta, questo processo raggiunge il suo culmine e molti dei più importanti registi sono anche coreografi. Due di loro, Bob Fosse e Jerome Robbins, lavoreranno proprio con Abbott, il quale ha una grossa influenza sull’integrazione del musical.

AGNES DE MILLE, LA DANZA CLASSICA INCONTRA LA FIGURA DEL REGISTA-COREOGRAFO

L’integrazione della danza, e specificatamente della danza classica, nel musical richiede una volenterosa collaborazione tra Broadway e il mondo del balletto. Questa collaborazione porta ad Oklahoma! (1943) dove agli autori Rodgers ed Hammerstein si affiancano le coreografie di Agnes De Mille in sequenze ballate che finalmente portano avanti l’azione drammatica. Gli elementi e i passi della danza classica diventano parte del linguaggio del musical, a discapito del tip tap, il cui successo inizia a declinare.

Le sue coreografie in musical come Carousel (1947), sempre di Rodgers and Hammerstein e Brigadoon (1947), di Lerner and Lowe, contribuiscono ancor di più a spostare l’interesse verso la danza classica e la danza moderna. Con Allegro (1947), De Mille diventa la prima regista-coreografa e tenta di unificare attraverso la danza e lo staging, una trama di per sé sconclusionata, un coro greco e molti numeri musicali.

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3. Agnes de Mille nel balletto Three Virgins and a Devil , Majestic Theatre, Broadway.

Tra gli altri coreografi che portano a una maggior considerazione della danza nei musical di Broadway, ci sono nomi del calibro di Jack Cole, Michael Kidd e Jerome Robbins.

JACK COLE E LA SUA INFLUENZA NELLA DANZA JAZZ

Jack Cole ha indubbiamente contribuito alla storia della danza jazz a Broadway, nell’accezione di vernacular dance, attraverso passi presi dalle danze etniche, dai balli da sala, dall’acrobatica e spesso eseguiti sulla musica delle big band.

Cole utilizza molti stili di danze popolari ed etniche tra cui flamenco, lindy e le danze indiane, come fonte dei movimenti, unendoli al suo training nella danza moderna e manipolandoli in un unicum coreografico. Il suo stile deriva dai movimenti di danza eseguiti per secoli dalle persone comuni, teatralizzati per l’uso sul palcoscenico. Tra le caratteristiche, l’uso di plié ed isolazioni si pongono in contrasto con la rigidità e la verticalità della danza classica. Il centro propulsorio e gravitazionale del movimento si sposta verso il basso e si muove orizzontalmente sul pavimento, affiancato da un forte senso ritmico.

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4. Jack Cole, fotografato da Carl Van Vechten.

Sebbene Jack Cole fosse soprattutto un coreografo, nel 1961 è regista-coreografo per Kean e Donneybrook!. Nondimeno il suo lavoro influenzerà molti dei coreografi di theatre dance: da Jerome Robbins e Michael Kidd fino a Bob Fosse e Michael Bennett.

MICHAEL KIDD, L’APPROCCIO REALISTICO AL MOVIMENTO

Michael Kidd, coreografo di Guys and Dolls (1950) e Can-Can (1953), sviluppa, nelle sue coreografie, un approccio realistico, ispirato al modo di muoversi e comportarsi delle persone comuni. Questi movimenti ordinari, rielaborati e trasformati in passi di danza, devono servire a portare avanti l’azione drammatica. Alla sua carriera teatrale affianca quella cinematografica, sia come coreografo che come ballerino. Tra i suoi successi hollywoodiani ci sono The Band Wagon (1953), con Fred Astaire e Cyd Charisse, Seven Brides for Seven Brothers (1954) e It’s Always Fair Weather (1955), dove balla al fianco di Gene Kelly.

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5. Da sinistra, Michael Kidd, Gene Kelly e Dan Dailey in It’s Always Fair Weather (1955).

JEROME ROBBINS, DA FANCY FREE A WEST SIDE STORY

Jerome Robbins, uno dei più importanti coreografi di Broadway, è il primo ballerino a diventare un regista-coreografo di successo. La sua carriera oscilla continuamente tra musical e danza classica. Nel 1944, crea insieme a Leonard Bernstein, il suo primo balletto di successo, Fancy Free. Robbins unisce all’eleganza della danza classica, l’energia della vernacular dance e del tip tap, sottolineato anche dalla musica sincopata di Bernstein. Fancy Free, la storia di tre marinai in giro per New York nel loro giorno di licenza, viene rielaborata in On the Town (1944), al cui team creativo si uniscono Betty Comden, Adolph Green e il regista George Abbott. Robbins, grazie al supporto di Abbott, ha la possibilità di sperimentare l’uso della danza nelle situazioni più disparate portando così la sua carriera a titoli di successo come West Side Story.

Robbins continua a lavorare a Broadway sia nella danza classica che in quella moderna. Molto famosi sono i suoi lavori in coppia con George Abbott nella stagione 1947-48. Tra questi come non citare High Button Shoes (1947) e Look, Ma, I’m Dancin’ (1948). Nel 1951 è la volta di The King and I, della coppia Rodgers and Hammerstein, dove nel numero The Small House of Uncle Thomas, la coregrafia segue il tema del plot, l’incontro dell’est e dell’ovest. Nel 1954, Robbins è co-regista, insieme ad Abbott, in The Pajama Game (1954) e che vede come coreografo Bob Fosse.

Jerome Robbins dirige, per la prima volta come il solo regista, Bells Are Ringing (1956), uno show con poca importanza dal punto di vista della danza, con musiche di Jule Styne e libretto di Comden e Green. A questo punto però Robbins è finalmente pronto per essere al contempo regista e coreografo, cosa che realizzerà l’anno successivo con West Side Story (1957).

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6. Jerome Robbins durante le prove di West Side Story.

West Side Story segna la piena integrazione della danza nel musical di Broadway e la maturazione della figura del regista-coreografo. La storia, una moderna versione di Romeo e Giulietta, dipende completamente dalla danza. Basta pensare al numero iniziale, Cool, esempio della theatre dance o ai passi di origine latina come il mambo in Dance at the Gym. Il cast comprende un vasto numero di ballerini e persino i protagonisti hanno un forte training nella danza. Robbins inoltre collabora strettamente con Bernstein, il compositore, suggerendo persino modifiche musicali.

In Fiddler on the Roof (1964), Robbins ricrea l’atmosfera del villaggio ebreo di Anatevka. Aggiunge alle coreografie elementi di danze russe ed ebraiche come ad esempio nella bottle dance durante la scena del matrimonio.

BOB FOSSE, LA DANZA JAZZ IN SCENA TRA CINEMA E TEATRO

La collaborazione con George Abbott è importante anche per un altro regista-coreografo, Bob Fosse (1927-87). Fosse, a differenza di Robbins, giunge a Broadway attraverso il mondo delle danze etniche e del ballo da sala. La sua tecnica di danza jazz è influenzata dal lavoro di Jack Cole e dal tip tap. Dopo il già citato The Pajama Game, Fosse lavora insieme ad Abbott in Damn Yankees (1955) e coreografa per Gwen Verdon Who’s Got The Pain?, un numero che stilizza i movimenti del baseball. L’ultimo show con Abbott è New Girl in Town (1957) e i due, a causa del disaccordo su una coreografia ambientata in un bordello, non lavoreranno più insieme.

Dopo show come Readhead (1956), How to Succeed in Business Without Really Trying (1961) e Little Me (1962) è la volta di Sweet Charity (1966), con Gwen Verdon come protagonista. Lo stile di Fosse, influenzato dai movimenti del Burlesque, le isolazioni di ogni parte del corpo, la tipica camminata con mani, polsi e bacino all’indietro, confluiscono ad esempio nei numeri Big Spender e The Rich Man’s Frug.

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7. Il regista-coreografo Bob Fosse and Viveca Lindfors nel revival  del musical Pal Joey (1963).

Bob Fosse lavora anche al cinema, prima con le versioni cinematografiche di The Pajama Game (1957) e Damn Yankees (1958), poi con Sweet Charity (1996) con protagonista Shirley MacLaine. Se quest’ultimo si rivelerà un fallimento, con l’adattamento di Cabaret (1972), Fosse vincerà un Oscar per la miglior regia. Ha anche diretto e coreografato All That Jazz (1979). Il film è considerato da molti una sorta di sua autobiografia e che resta, ancora oggi, un testamento del suo peculiare stile e del suo lavoro come regista-coreografo.

A Broadway nel 1972 è la volta di Pippin, un musical dalla trama semplice, che Fosse racconta attraverso personaggi basati sulla commedia dell’arte, clowns e molti numeri ballati. Chicago (1975) vede Gwen Verdon e Chita Rivera, nei panni di due assassine rinchiuse in una prigione femminile. Il musical è composto da numeri che richiamano il vaudeville e portano avanti la trama, insieme alla band in scena. Dancin’ (1978), scaturito da un workshop, include poco cantato e pochissima trama: tutto lo spazio è preso dalla musica e della coreografie di Bob Fosse, i veri protagonisti dello spettacolo, e si rivelerà un successo del pubblico, con un totale di 1774 performance. Il suo ultimo show a Broadway è il fallimentare Big Deal (1986), basato su I Soliti Ignoti di Mario Monicelli e chiuso dopo solo 69 repliche e 6 anteprime.

GOWER CHAMPION E HELLO DOLLY!

Un altro importante regista-coreografo è Gower Champion. Dopo aver lavorato a Broadway negli anni Quaranta e successivamente a Hollywood, ritorna a teatro con Bye Bye Birdie (1960). Con Carnival (1961), il musical successivo, Champion sfonda la quarta parete eliminando l’uso del sipario e sfruttando i corridoi nella platea. Il suo show di maggior successo è Hello Dolly! (1964), in cui affianca l’ampio uso di coreografie e ballerini all’inimitabile presenza scenica di Carol Channing. Dopo una serie di show, con 42nd Street (1980) Champion firma il suo ultimo grande successo, segnando il ritorno alla ribalta del tip tap, insieme ad altri spettacoli come Sophisticated Ladies (1981) e Black and Blue (1989). Sfortunatamente morirà il giorno della prima.

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8. Gower Champion e Debbie Reynolds in Give a Girl a Break, MGM (1953).

MICHAEL BENNETT E A CHORUS LINE, IL MUSICAL PER CHI FA MUSICAL

Michael Bennett è il creatore di A Chorus Line (1976). Dopo un esordio come ballerino, ottiene il suo primo ingaggio a Broadway con A Joyful Noise (1966). Nel 1968 coreografa il musical di successo Promises, Promises e nel 1969 è la volta di Coco, con Katherine Hepburn nel ruolo di Chanel. Altri titoli importanti sono Company (1970), Follies (1971), entrambi composti da Stephen Sondheim e Seesaw (1973).

9. Michael Bennett

A Chorus Line, su musiche di Marvin Hamlisch, muove i suoi primi passi dall’ispirazione di Bennett nel produrre uno show che parla di ballerini. Bennett, Tony Stevens e Michon Peacock il 18 Gennaio 1974 incontrano un gruppo di diciotto colleghi che raccontano le loro storie. A partire da queste registrazioni, insieme a Nicholas Dante e Bob Avian costruisce quella che sarà la cornice del musical. L’audizione per lo spettacolo e le prove, diventano il pretesto per raccontare le storie dei personaggi/ballerini, il fulcro dell’azione drammatica. Il fantomatico spettacolo sarà visibile solo in One, il numero finale di A Chorus Line, rendendolo a tutti gli effetti il teatro nel teatro, con tanto di personaggio/regista, Zach, seduto in platea insieme al pubblico.

Per arrivare a questo risultato il regista-coreografo Bennett e i suoi collaboratori ancora prima che lo spettacolo venga scritto sfruttano l’idea del workshop. Assumono i performer necessari a cento dollari a settimana e lavorano alla sua scrittura dentro il Newman Theatre. Gli workshop venivano già utilizzati a teatro ma A Chorus Line è il primo musical prodotto attraverso questo metodo. Lo show apre off-Broadway il 21 maggio 1975. Grazie al suo enorme successo presto si sposta allo Shubert Theatre di Broadway, la cui prima sarà il 19 ottobre dello stesso anno. A Chorus Line rimarrà in cartellone per quindici anni, a dimostrazione del grande successo riscosso.

10. One, numero finale di A Chorus Line (1975).

L’esperienza di Bennett come ballerino, coreografo e regista confluisce in questo show non convenzionale: privo di grossi effetti, su un palco spoglio, a farla da padrone sono le storie dei personaggi, i loro sogni e le loro aspirazioni all’interno di una struttura in cui musica e danza sono pienamente integrate e funzionali al dipanarsi della trama. Solo One strizza l’occhio ai fasti di Broadway, con i costumi finali che non hanno nulla da invidiare ai vecchi musical dell’epoca d’oro, a cui il numero si ispira, richiamando anche il soft shoes anni Trenta.

Nonostante i suoi altri show, tra cui Dreamgirls (1981), il capolavoro di Bennett rimarrà A Chorus Line.

TOMMY TUNE E NINE

Tommy Tune è un altro regista-coreografo da ricordare. Nato a Wichita Falls, Texas, nel 1939, è uno dei ballerini in una produzione di giro di Irma La Douce nei primi anni Sessanta. Dopo alcuni lavori come performer e il suo contributo come coreografo-associato in Seesaw, dirige The Best Little Whorehouse in Texas (1978), un musical di successo con 1584 performance. Nel 1982 è il turno di Nine, un adattamento del film di Federico Fellini con cui si aggiudica un Tony Award alla miglior regia di un musical. Inoltre Tune si aggiudica un Tony come miglior attore per My One and Only (1983). Il suo successo di regista-coreografo prosegue vincendo i Tony per miglior regia e coreografia con i musical Grand Hotel (1989) e The Will Rogers Follies (1991).

11. Tommy Tune

CONCLUSIONI

Con il musical completamente integrato e la figura del regista-coreografo finalmente si raggiunge una forma spettacolare che è quella del musical moderno, dove spesso la danza gioca un ruolo chiave. Tra gli esempi recenti in cui la danza è importante per la trama, come non citare Hairspray (2002), Billy Elliot (2005) e Flashdance the Musical (2008).

Photocredits: 1. By Theatre Magazine Company; White Studio, photographer – Theatre Magazine, December 1907 (page 330), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60664498  2. https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60664498  3. By Carl Van Vechten – This image is available from the United States Library of Congress’s Prints and Photographs divisionunder the digital ID van.5a51895.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8842545 6. By Photo by United Artists/Courtesy of Getty Images. No detailed publication information has been found. Copyright is still asserted at Getty Images – Book: Jerome Robbins: His Life, His Theater, His Dance By Deborah Jowitt, 2004, PD-US, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=25228764 8. Debbie Reynolds and Gower Champion – 1953 – | John Irving | Flickr  9. By Source, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=17994272 10. Por Fonte, Conteúdo restrito, https://pt.wikipedia.org/w/index.php?curid=3265935 11. By ICM-International Creative Management (management) – eBay itemphoto frontphoto back, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20913318

Roberto Romani
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