Fellini e l’intervista come celebrazione

Fellini è un espressionista, lo è sempre stato, un espressionista dolce,
mediterraneo

Italo Calvino, Autobiografia di uno spettatore, 1974

Io sono un bugiardo. Non come Federico, ma comunque un bugiardo. Del resto Fellini è più importante di me, quindi deve essere anche più bugiardo

Lucio Fulci, Segnocinema, 1991

intervista-fellini

L’ultima opera di Ettore Scola aveva un titolo programmatico: Che strano chiamarsi Federico. Una celebrazione biografica del regista riminese fatta da un collega che sosteneva che la bellezza nel cinema stava nella propria capacità di leggere la realtà. Un bel contrasto, due mondi apparentemente lontani visto che Fellini al cinema della verità preferiva «il cinema menzogna».

Qualche anno indietro, nel 1987, ci pensò direttamente Federico Fellini ad autocelebrare la sua poetica attraverso un film particolare, camaleontico ed eccentrico: Intervista. Gli anni ’80 sono stati un periodo particolare per il cinema di Fellini. La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred sono titoli estremamente sottovalutati (ed è normale quando nella tua filmografia hai Amarcord, La dolce vita e 8 ½) e al tempo stesso sperimentali. Sono film che mettono in discussione la storia, il cinema stesso e la televisione.

fotobusta promozionale del film

Fotobusta promozionale del film

Intervista matura nella testa di Fellini dopo quell’amaro, sofferto, profetico urlo di protesta contro la futuribile tv (stile I migliori anni) chiamato Ginger e Fred; al tempo stesso Intervista nasce come prodotto “fuori”: fuori concorso alla 40° edizione del Festival di Cannes, fuori dai generi che stavano affievolendosi in Italia e soprattutto fuori da qualsiasi linearità narrativa classica. Il critico Morandini lo definì come un film «che cresce su sé stesso come per partenogenesi»: e così ecco spuntare dalla testa di Federico scene, frammenti, finte rivelazioni a una troupe di giornalisti giapponesi, costruzioni di vari set per girare America di Kafka, le apparizioni quasi fantasmatiche di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, il falso mischiato col vero in un pastiche dedicato al fare cinema e ai fautori del cinema.

immagine del film tratta da: it.wikipedia.org

Immagine del film tratta da: it.wikipedia.org

Fellini non cade nell’autocelebrazione spicciola e vacua. Quella che viene celebrata in Intervista è la sua poetica: ciò avviene tramite un esercizio meta-cinematografico denso di punte ironiche e grottesche, che contava pochi precedenti in Italia e che verrà ripetuta da Lucio Fulci tre anni dopo con Il gatto nel cervello. Inoltre Intervista è una dichiarazione d’amore verso il tempio del cinema chiamato Cinecittà: maestranze, truccatori, elettricisti, aiutanti, semplici passanti diventano un corpus unico al servizio di questo film e di tutti gli altri del passato.

Ci sono frammenti della storia personale di Fellini raccontata tramite l’affidamento a Sergio Rubini del ruolo del regista in età giovanile. È stato interessante sentire da Rubini stesso alcune curiosità avvenute sul set: «Quando preparava i miei primi piani mi guardava nel buco e dopo un po’ si scocciava, si girava verso il direttore della fotografia e diceva “ma questo somiglia a De Sica!!!”». Mentre il motivo per cui fu preso per quell’importante ruolo è derivato, secondo lui, dal fatto che «mi chiamo Rubini, e il cognome Rubini nella storia felliniana è un cognome importante perché era una famiglia importante di Rimini, gestori di cinema, e molti dei personaggi dei film di Fellini portano questo cognome, come Marcello de La Dolce Vita».

Nel libro di Dario Zanelli, Nel mondo di Federico, uscito poco dopo Intervista, Fellini dichiarò che «Intervista è un film che ho gia fatto vent’anni fa: si chiama 8 ½ ». Bugie, verità, mezze frasi sono ancora le protagoniste dell’eternalizzazione del mito chiamato Federico.

Tomas Ticciati

Tomas Ticciati
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