La Medea di Euripide da Pasolini a Lars Von Trier

John William Waterhouse, Giasone e Medea, 1907. Fonte: Wikipedia.org

John William Waterhouse, Giasone e Medea, 1907

Il mito di Medea è forse il più famoso dell’antichità classica, un mostro sacro che ha influenzato l’arte nella sua totalità. La trasposizione del mito in tragedia, da parte di Euripide, ha reso la figura della maga della Colchide tra le più iconiche e controverse della storia; la fama si è alimentata nei secoli soprattutto per l’episodio di figlicidio presente nell’opera euripidea. Infiniti i dipinti con Medea come soggetto iconografico e le svariate rappresentazioni teatrali, con punte di diamante raggiunte al Teatro greco di Siracusa per mano dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Le trasposizioni della tragedia al cinema sono state plurime ma quelle diventate a loro volta dei classici e che qui saranno prese in esame sono due: la lettura di Medea da parte di di Pier Paolo Pasolini e quella di Lars Von Trier.

Medea di Krzysztof Zanussi, Teatro greco di Siracusa, 2009.

Medea di Krzysztof Zanussi, Teatro greco di Siracusa, 2009. Fonte: bookabook.it

 

8196FA81cfL._SL1500_Medea di Pier Paolo Pasolini del 1969 è stata la prima trasposizione per il grande schermo. Il regista, per il suo lungometraggio, affida la parte della protagonista alla “divina” Maria Callas; a oggi, rimane l’unica interpretazione al cinema della cantante. Callas fu scelta per le sue particolari doti interpretative drammatiche; la Medea che interpreta è furiosa e chiamata a esporre una gamma di emozioni caleidoscopiche. Questa versione si attiene, per quanto riguarda il proscenio, alle ambientazioni della Grecia classica; infatti, Pasolini decide di girare il suo kolossal tra la Turchia e la Siria. Un guizzo stilistico, però, lo concede a noi spettatori utilizzando l’ambientazione della Piazza dei Miracoli di Pisa per le scene che riguardano la città di Corinto. In questo modo Pasolini inserisce un elemento postumo agli avvenimenti della tragedia a rimarcare il reiteramento della storia. artribune.comL’intento pasoliniano è quello di far emergere, attraverso la protagonista, la contrapposizione di mondi diversi in relazione al marito Giasone, l’egoismo degli uomini e allo stesso tempo l’individualismo borghese. Nel film di Pasolini assistiamo all’uccisione dei figli della maga che non fugge con il carro del sole, come nella tragedia di Euripide, bensì si limita a bruciare la città lanciando un’invettiva contro Giasone.

CARAT medea.fh11Di tutt’altra natura è la Medea di Lars Von Trier del 1988. Questa trasposizione è stata commissionata al regista da parte della tv danese e poi distribuita in particolari eventi per le sale cinematografiche. Il progetto iniziale di questo adattamento del dramma era stato per molti anni covato dal regista danese Carl Theodor Dreyer che voleva una resa più filologica possibile; infatti, Von Trier utilizza la sceneggiatura e molto del materiale preparatorio di Dreyer ma si distacca in maniera netta dall’originale di Euripide: elimina il coro dalla scena e sposta l’ambientazione dall’assolata Grecia al paesaggio brumoso del nord Europa, con particolare attenzione all’elemento acquatico. Questa Medea è una donna dal carattere più contenuto, rispetto a quella di Pasolini, che assume un valore quasi universale e più spirituale. Qui Medea rappresenta lo svincolarsi da un dogma, il voler essere donna togliendosi la croce di dosso che la vuole madre per garantire una progenie all’uomo.

Medea di Lars Von Trier, 1988. Fonte: eyeswideshining.org

Medea, Lars Von Trier, 1988. Fonte: eyeswideshining.org

Se nella tragedia di Euripide l’uccisione dei figli avviene fuori dallo spazio teatrale, nel progetto di Dreyer era presente tramite un avvelenamento per bacche; invece, in quella di Von Trier avviene per impiccagione a marcare in maniera più agghiacciante l’infanticidio. Per caricare esponenzialmente il dramma, il regista danese mette in scena l’atto di omicidio facendo collaborare il figlio più grande di Medea con la madre; il primogenito è consapevole che la propria morte è un atto necessario per la liberazione della genitrice. Il finale, così come aveva fatto Pasolini, è ulteriormente rivisto; Medea fugge a bordo di un’imbarcazione che la porta in un “altrove” ad avvalorare l’elemento acquatico del paesaggio in segno di purificazione.

Quella di Von Trier è sicuramente una Medea più arcaica e asciutta nel suo complesso rispetto a quella più irruenta, barocca, overdressed per mano di Piero Tosi, messa in scena da Pasolini. È tangibile come la tragedia classica di Euripide a distanza di secoli sia riuscita ad affascinare generazioni di artisti che a loro volta hanno rivisto, con nuovi occhi, un mito solo all’apparenza fatto e finito.

Antonio M. Zenzaro

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