Donne anarchiche, sconosciute e ribelli

«Conosco invece l’epoca dei fatti, qual era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere.
I tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti».

(Francesco Guccini)

Sono anni complessi, in genere, quelli che attraversano i secoli. Così, anche la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento non è un periodo facile e lineare. Il movimento anarchico si sviluppa proprio in questi anni difficili e turbolenti. Semplificando, secondo Wikipedia, l’anarchia «nell’accezione contemporanea nasce terminologicamente con gli scritti del filosofo Pierre-Joseph Proudhon nella prima metà del XIX secolo, affondando idealmente in concetti propri di Thomas More (Utopia), dell’Illuminismo e di William Godwin. Contributori allo sviluppo del pensiero anarchico, quasi contemporanei a Proudhon, furono l’inventore e scrittore Josiah Warren, il rivoluzionario e filosofo Michail Bakunin, lo scrittore Lev Tolstoj e, limitatamente ad alcuni sviluppi sopravvenuti nel secolo successivo, il filosofo individualista Max Stirner». Ecco quindi come tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento nascano movimenti, circoli, giornali anarchici in ogni parte del mondo. 

L’internazionalismo è sicuramente uno dei temi più importanti portati avanti dal movimento anarchico e la diffusione delle loro idee è davvero capillare. Troviamo focolai e circoli in ogni parte dell’Europa, in America e nel Sud America, in Cina, Russia e anche in Giappone. Dai libri di storia, l’anarchia, laddove è stata trattata, appare come un qualunque altro movimento politico e di idee, ma solo approfondendo le ricerche, e, soprattutto leggendo le varie biografie dei personaggi che hanno fatto la storia dell’anarchismo ci rendiamo conto quanto l’anarchia e il libertarismo abbiano rappresentato per chi ne faceva parte una filosofia di vita, un modo di concepire il mondo e la società, e quanto l’anarchia abbia influenzato tutti gli aspetti della vita dei singoli individui. Non esiste la sfera privata e quella pubblica, tutto viene letto attraverso nuove e rivoluzionarie idee. 

È così che tra fine Ottocento e inizio Novecento all’interno del movimento anarchico non si discute solo su internazionalismo, antimilitarismo, razzismo o il famoso dibattito tra pacifismo e insurrezionalismo, ma nascono dibattiti sul matrimonio, la famiglia, la letteratura, la musica, i rapporti di genere. Anche se pochissimo menzionate, infatti, nei circoli, nelle redazioni dei giornali, nelle piazze ci sono moltissime donne che spesso si trovano a discutere su questi temi con i loro compagni maschi. Dobbiamo dire che la storia ufficiale riporta posizioni anarchiche molto simili a quelle che poi durante tutto il novecento sono rimaste anche all’interno dei partiti di sinistra, vale a dire che il problema del dominio maschile sulle donne era visto come un problema connaturato al capitalismo e che sarebbe sparito con l’avvento del socialismo, pertanto secondario. Questa posizione conservatrice non è però accettata dalle donne e viene combattuta con la prassi e con l’agire politico di tutti i giorni. 

Tra le donne anarchiche e anarcofemministe la più conosciuta è certamente Emma Goldman, ebrea, nata in Lituania (1869-1940), ma tra le quindici biografie narrate da Lorenzo Pezzica nel libro Anarchiche – Donne ribelli del Novecento ce ne sono davvero di interessanti e inaspettate. Il libro si legge con piacere e pur non entrando troppo nel merito dei dibattiti politici del tempo, ha il pregio di riuscire a dare alla fine un quadro composito e ricco di un mondo pressoché sconosciuto. Sicuramente ci sarebbe molto di più da sapere sulla biografia di ognuna delle quindici donne, ma grazie a un punto di vista distante si riesce a ricostruire un panorama globale e a trovare aspetti comuni che con un punto di vista più ravvicinato e una lettura più specifica e approfondita si perderebbero. 

Le quindici grandi donne che agli inizi del Novecento hanno contribuito a combattere e cambiare (almeno in parte) il modo di pensare della società borghese sono: Emma Goldman (1869-1940), Lucy Parson (1853-1942), Virginia Bolten (1870-1960), Dora Marsden (1882-1960), Etta Federn(1883-1951), Virgilia D’Andrea (1888-1933), Noe Ito (1895-1923), Lucia Sanchez Saornil (1895-1970), Nancy Cunard (1896-1965), Mollie Steimer (1897-1980), May Picqueray (1898-1983), Ida Mett (1901-1973), Germaine Berton (1902-1940), Luce Fabbri (1908-2000), Maria Luisa Berneri (1918-1949). Il fil rouge che lega queste giovani donne è la lotta, il coraggio di non arrendersi. Una lotta difficile e dura quasi sempre accompagnata dal carcere e dall’esilio. Quasi tutte sono state esiliate dal loro paese (qualunque esso fosse) e quasi tutte hanno passato lunghi anni della loro vita spostandosi da una nazione all’altra, quando per sfuggire alla polizia quando per andare ad aiutare compagni in difficoltà. Moltissime di loro, ad esempio, sono andate in Spagna durante gli anni della guerra civile per aiutare i militanti delle brigate internazionali che combattevano per difendere la repubblica. Tutte parlavano e scrivevano correttamente almeno due o tre lingue e questo ha permesso loro di guadagnarsi da vivere facendo traduzioni o insegnando. Leggendo le biografie di queste giovani e ribelli donne del Novecento vengono spesso alla mente le parole scritte da Pietro Gori: «Raminghi per le terre/ e per i mari/ per un’Idea lasciammo/ i nostri cari/ Nostra patria è il mondo intero/ e nostra legge è la libertà».

Prima di entrare nel merito di alcune delle più interessanti e significative biografie è bene delineare il periodo storico e i fatti salienti in cui le vite di queste donne anarchiche si collocano. Negli anni Venti del Novecento, quasi tutte loro fanno già politica attiva. Gli eventi storici significativi per la vita di molte di loro sono oltre alle due guerre mondiali, la Rivoluzione russa, la guerra civile in Spagna, la rivolta di Haymarket a Chicago (1886), la rivolta di Cronstad in Russia (1921) e, per chi risiedeva negli Stati Uniti, anche l’approvazione, nel 1917, della legge federale Espionage Act.

In questo contesto si muovono le donne di cui ci piace ricordare la vita, e gli eventi della storia spesso le uniscono o le fanno incontrare. Lucy Parsons, Emma Goldman e Virginia Bolten sono anagraficamente precedenti all’altro gruppo di donne scelto da Lorenzo Pezzica nel suo quadro sull’anarchia al femminile. Tutte e tre cominciano la loro attività politica già nell’ultimo decennio dell’Ottocento e, pur per motivi diversi, nel continente americano. Emma Goldman è di origini ebree e nasce in Lituania, ma per sfuggire alla povertà a soli sedici anni si imbarca per gli Stati Uniti. Lucy Parsons nasce in Texas, da madre messicana e padre Creck, e si trasferisce a Chicago per sfuggire al Ku Klux Klan. Virginia Bolten invece è argentina e qui porta avanti la sua lotta. Tutte e tre sono oratrici formidabili e instancabili, quando parlano le piazze e i teatri sono stracolmi e la polizia le segue e spesso impedisce loro di parlare. Vengono quasi regolarmente arrestate per «violazione dell’ordine sociale». Emma Goldman è appena arrivata in America all’epoca della rivolta di Haymarket e l’uccisione dei cinque anarchici la colpisce tanto da farla avvicinare al movimento, mentre invece Lucy Parson era presente alla manifestazione di Haymarket e suo marito è uno dei cinque anarchici impiccati. Emma Goldman negli Stati Uniti fonda la rivista Mother Earth, mentre Virginia Bolten in Argentina fonda La Vox de la Mujer. Su entrambe le riviste si parla di temi che saranno poi i temi fondanti del femminismo novecentesco e anche delle lotte femministe post Sessantotto: sessualità e contraccettivi, controllo delle nascite, educazione e libero amore. 

Lorenzo Pezzica ci trasmette anche la testimonianza di fermenti anarchici e anarcofemministi persino nel lontano e rigidissimo Giappone. Noe Itto inizia la sua ribellione giovanissima a soli quindici anni e purtroppo la terminerà anche molto presto, a ventotto, uccisa dalla polizia. Nei suoi tredici anni di lotta ha scritto su riviste e giornali, traducendo e pubblicando anche articoli di Emma Goldman, ha praticato il libero amore in un paese dove i costumi erano ancora più rigidi che nella vecchia Europa, e ha fondato un gruppo di donne socialiste. L’omicidio di Noe Itto, insieme a quello del suo compagno Sakae Osugi e di un bambino di sei anni che era con loro, provocherà forti reazioni da parte del popolo giapponese e ufficiali proteste anche da parte di governi europei e americani.

L’Europa vede molte presenze di figure femminili anarchiche e il panorama è assai variegato. Troviamo Dora Marsden, inglese, insegnante. Inizia la propria attività

Virgilia D’Andrea

politica con il movimento suffragista di Emmeline Paukhurst, ma ben presto lo abbandana. Le principali divergenze sono proprio sulla sessualità. Il movimento della Paukhurst come sappiamo, pur di non danneggiare la loro causa e pur di riuscire a ottenere il loro obiettivo (diritto di voto), era molto rispettoso di tutte le altre norme e dei rigidi costumi della società vittoriana. Virginia D’Andrea, italiana, rimane orfana giovanissima e riceve la prima educazione dalle suore. Frequenta l’Università a Napoli, scrive su Guerra di Classe e la polizia italiana la considera molto pericolosa. Incarcerata varie volte, amica di Malatesta, sostiene l’idea che anche le donne debbano poter partecipare ad azioni armate. Partecipa attivamente alla campagna a sostegno dell’innocenza di Sacco e Vanzetti. Lucia Sanchez Saornil, spagnola, ha origini molto povere. Inizialmente pubblica poesie e studia belle arti. Negli anni Venti inizia la sua attività politica e nel 1931, proprio a causa della sua attività politica, viene licenziata. Fonda insieme ad altre compagne le Mujeres Libres che nel 1938 raggiungerà ben 20.000 iscrizioni, ma, nonostante ciò, la Federazione Nazionale del Lavoro non intende riconoscerlo come forza autonoma. Lucia è lesbica dichiarata e nel 1937 conosce America Barroso che diventerà la sua compagna per il resto della vita. Durante la guerra civile spagnola Lucia Sanchez Saornil sarà infaticabile e dopo la vittoria del generale Franco, Lucia e America vanno in esilio in Francia. Etta Federn, austriaca ed ebrea, è di estrazione borghese. Frequenta l’Università a Berlino, conosce cinque lingue e lavora come traduttrice. Mollie Steimer è russa ed ebrea. Con la famiglia emigra giovanissima negli Stati Uniti. Inizia la sua attività politica manifestando contro la prima guerra mondiale e viene subito arrestata. Il suo caso diventerà famoso anche perché la giovane Mollie viene condannata a quindici anni. Riuscirà a evitarli in cambio dell’espatrio. Torna in Russia, dove a seguito della Rivoluzione russa è instaurato il governo bolsevico, ma anche qui viene arrestata e mandata in Siberia. Troviamo ancora May Picqueray, francese, di famiglia piccolo borghese. Entra a far parte del gruppo Jeuness anarchistes e anche lei partecipa attivamente alla campagna per Sacco e Vanzetti. May che fa parte anche del sindacato viene delegata al Congresso dell’Internazionale Sindacale rossa a Mosca. A Mosca May Picqueray, venuta a conoscenza tramite Emma Goldman del caso di Mollie Steimer confinata in Siberia, si rifiuta di stringere la mano a Trockij. In un successivo incontro privato tratterà la liberazione di Mollie e Senya (suo compagno) in cambio anche in questo caso dell’espatrio obbligato.

Vorremmo spendere qualche parola in più su Germaine Berton e Nancy Cunard.  

Nancy Cunard

Germaine Berton

Germaine Berton, francese, a vent’anni decide autonomamente e consapevolmente di uccidere un leader francese dell’estrema destra, Leon Daudet. Dopo l’omicidio si spara, ma non muore. Così, nel 1923, il suo processo diventa il caso giudiziario dell’anno. Germaine cerca in tutti i modi di rivendicare l’omicidio come una scelta politica precisa e determinata, ma non ci riesce. La stampa e l’opinione pubblica sono divisi, come sempre succede in questi casi, tra colpevolisti e innocentisti, ma nessuno dei due gruppi analizza il fatto da un punto di vista politico. A tutti interessa solo che Germaine Berton sia una donna. Il processo dura un intero anno e alla fine Germaine viene assolta. Nancy Cunard è inglese e aristocratica. Negli stessi anni, ma per motivi completamente diversi, anche lei è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Nancy Cunard fa parte dell’aristocrazia inglese, appunto, ed è molto ricca. Bella, colta, appassionata e trasgressiva. Frequenta gli ambienti artistici e intellettuali e ogni sua iniziativa è seguita dalla stampa. Ma Nancy Cunard è anche anarchica, pacifista e antifascista. Le sue scelte piano piano saranno sempre più difficili e in controtendenza. Lo scandalo diventerà parte integrante della sua vita, verrà ripudiata e diseredata dalla sua famiglia. Il primo divorzio arriva ad appena due anni dal matrimonio. Lo scandalo più grande è l’amore corrisposto con un musicista jazz di colore. Così, dagli anni Trenta, alle sue lotte si aggiungono anche quelle antirazziali. Il suo lavoro di scrittrice ed editrice continua e le permette di conoscere personaggi importanti come Pablo Neruda, Garcia Lorca, Man Ray. La guerra civile spagnola vede anche Nancy Cunard impegnata assiduamente a portare aiuti alla causa con ogni mezzo possibile.

Non finiscono qui i ritratti del libro Anarchiche – Donne ribelli del Novecento. Per le altre biografie vi invitiamo a leggere il libro, è sicuramente un viaggio affascinante in un mondo inesplorato. Abbiamo semplicemente cercato di dare un quadro e di far vedere come, al di là delle diverse origini, intese sia come nazionalità che come condizione sociale, le vite di queste donne si sono incrociate. Spesso materialmente, altre volte solo idealmente. La storia le ha unite nella lotta alle ingiustizie e nella ricerca di un mondo diverso. Ognuna di loro non aveva come alterità solo l’essere anarchica. Molte di loro avevano diverse alterità tra le quali l’essere anarchica e donna erano quelle condivise da ognuna di loro, ma molte erano ebree, altre lesbiche e altre ancora di colore. Agli inizi del 1900, tutto ciò ha dell’incredibile. I temi portati avanti da queste giovani donne a inizio secolo, sembreranno ancora rivoluzionari anche cinquant’anni dopo, negli anni Settanta, quando il movimento femminista se ne riapproprierà e li porterà nelle piazze, nelle assemblee universitarie, nelle riunioni di partito della sinistra: contraccezione, aborto, divorzio, libero amore. Ad alcuni potrà sembrare anche che il nostro articolo abbia privilegiato troppo l’aspetto privato delle vite di queste giovani anarchiche, tralasciando tutti i dibattiti politici del tempo e del movimento, ma in realtà pensiamo che, in anni in cui il privato era totalmente incasellato in rigide regole, è proprio la commistione di questi due elementi a restituirci la portata rivoluzionaria della vita di ognuna di loro.

 

Bibliografia:
Lorenzo Pezzica: Anarchiche – Donne ribelli del Novecento, Shake edizioni

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