“Un bicchiere blu”: la complessità di una vita qualunque

Un bicchiere blu – un progetto di Salvatore Zappia e Marta Paganelli

Drammaturgia di Salvatore Zappia
con Marta Paganelli, Giorgio Vierda, Lucia Rea e Luca Oldani
Regia di Alberto Ierardi

 

PISA – Il 17 e il 18 febbraio (con replica il 19), al Teatro Lux di piazza Santa Caterina è andato in scena Un bicchiere blu, spettacolo che si è aggiudicato il premio teatrale Laura Casadonte 2016 per «aver indagato un territorio poco esplorato, quello della perdita della memoria, attraverso una recitazione asciutta ed intensa, facendo emergere da una situazione dolorosa la sottile e tremenda comicità dell’imprevisto. La drammaturgia e la messa in scena lasciano intuire interessanti spazi di evoluzione e riflessione».

Non c’è fatica più grande che diventare adulti, sopratutto in questo Paese. La difficoltà sta nel capire quale forma vogliamo dare al nostro corpo, alla nostra mente e alla nostra vita e il gioco diventa ancor più complesso quando la partita va portata avanti in due.

Emma e Alberto sono una coppia di quasi trentenni, convivono, sono fidanzati da otto anni eppure una mattina lei si sveglia, lo guarda e non si ricorda chi lui sia. Ha dimenticato tutto, i momenti belli i momenti brutti, le persone conosciute nel frattempo, i problemi risolti, quelli nascosti e le decisioni faticose. La sua mente ha cancellato gli ultimi otto anni di vita, non sa più di avere quasi ventotto anni, ma crede di essere al primo anno di università.

Alberto, invece,  è un ragazzo acuto, timidamente molto deciso e divertente; è un uomo nel complesso soddisfatto delle scelte che ha fatto e si trova davanti alla sua compagna spaesato e sconvolto, ma decide di prenderla per mano e vedere dove può portare la conduzione folle ed esasperata di una donna che non riesce più a sopportare la forma che stava tentando di darsi al punto da dimenticare tutto quello che l’ha spinta a modellarsi così.

La storia investe due piani temporali, quello del presente, in cui i due si trovano ad affrontare il drammatico problema della perdita improvvisa della memoria di Emma, e uno passato, in cui, attraverso dei flashback, il pubblico assiste ai vari passaggi che hanno condotto i due fino al presente. In questa dinamica interagiscono una coppia di amici, Francesco e Sara.

Francesco ed Emma, fidanzati al liceo, sono legati da un affetto che li rende  inseparabili, anche se sono stati allontanati da vite inconciliabili.

I quattro personaggi sono le anime schizzate che convivono nella mente dei giovani di questa generazione. L’epifenomeno è quello che vediamo in scena che però spesso si manifesta all’interno di una persona sola.

Un bicchiere blu

(credits: Teatro Lux)

 

Il dubbio è quello di dover essere, come Francesco, l’identica copia dei nostri genitori. Una generazione che comunque continua a ostentare la facilità con cui ha ottenuto quella che tutti potremmo pensare come la vita perfetta. Così si sceglie di studiare giurisprudenza e diventare un avvocato, perché per star bene bisogna «lavorare, lavorare, lavorare». Al punto da non rendersi conto che tutti lo fanno, anche chi come Alberto sogna di potersi mantenere facendo lo scrittore, così mentre racconta storie e pubblica libri lavora in un bar per pagare le bollette. Emma invece fa la cassiera ma sogna di entrare all’accademia di moda di Milano per poter disegnare vestiti, un sogno troppo costoso a cui, con la rassegnazione e la pazienza tipica delle donne innamorate, decide di rinunciare. Sara studia medicina, ma ha deciso di concedersi la sua piccola ribellione: non seguirà suo padre, stimato primario di psichiatria, farà la dermatologa. Questa è la sua scelta ed è forse la scelta più equilibrata quella che infatti le consente di capire e comprendere gli altri.

Queste sono le storie dei pensieri di molti giovani che un giorno sentono suonare al campanello e si rendono conto che sono arrivati i trent’anni. Talvolta questi pensieri si affollano nella mente di una persona sola e diventano così pesanti che il meccanismo si inceppa e la testa cancella. Si perde la memoria, si sceglie di non rivivere, neanche nei sogni, neanche nei ricordi, la sofferenza provata fino a quel momento. Abbiamo lasciato passare tanto tempo facendo delle scelte sbagliate che non erano davvero le nostre e allora cosa possiamo fare?

Recuperare quello che di bello abbiamo, che ci fa stare bene, come la certezza di bere dal nostro bicchiere preferito guardando negli occhi la persona che amiamo e decidendo di correre verso un futuro incerto, spaventoso e inquietante saldamente aggrappati all’unica cosa di cui non ci dobbiamo scordare: la nostra reale essenza, quella nascosta dietro centomila veli, che solo pochi possono davvero vedere.

La regia e gli attori riescono a trasmetterci questa complessità con uno stile asciutto e divertente come l’arredamento di una casa di precari. Sul palco c’è un’energia positiva ed una grande sintonia tra i quattro protagonisti di questa drammatica commedia.

Un bicchiere blu è una prima opera davvero interessante di una compagnia che ha trovato una chiave originale e curata per coinvolgere lo spettatore, portando in scena una complessità a tutti facilmente accessibile.

 

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