Sergio Endrigo. Quanto mi dai se mi sparo?

Una delle domande più frequenti, se non la più frequente, che un autore di narrativa si sente rivolgere è: “Quanto c’è di autobiografico in quello che ha scritto?”. Si tratta, invero, di una curiosità impropria o quantomeno dalla risposta scontata, visto che ogni opera di tal fatta, persino un racconto di fantascienza, è autobiografica, per il fatto stesso di procedere dal suo autore. Sarebbe più opportuno domandare, allora: “Quanta verità c’è in quello che ha scritto?”. Di fronte a un quesito del genere l’autore, non di rado, si rifugia in clinch come un boxeur messo alle corde, trincerandosi dietro verbose dissertazioni sul concetto di verità o aggirando l’interlocutore con espressioni a effetto come “Non c’è nulla di più vero della finzione”. Difficile, insomma, che sia riconosciuta la verità contenuta in un’opera, certe volte anche per assai pragmatiche questioni legali.

È un dilemma, quello del vero, che, a differenza di altri, non sembra essersi posto Sergio Endrigo nel suo primo e unico romanzo: Quanto mi dai se mi sparo? (Monaflat Sa, 1995, ristampato da Stampa alternativa nel 2004 e quindi da Baldini&Castoldi nel 2025), visto che già nelle citazioni in esergo, tra un Flaiano e un Montaigne, l’autore avverte: “I personaggi di questa storia sono reali, salvo quelli che rifiutano o hanno dimenticato di esserlo”.

Disclaimer anomalo e un po’ criptico, si dirà, ma sufficiente a obbligare il lettore a ricercare, pagina dopo pagina quell’annunciata realtà, di fatto accettando la sfida che gli è stata proposta: quanta verità sarai capace di rintracciare tra le mie pagine? Troverai una strada o ti perderai nel labirinto dell’intrecciarsi di invenzione e accaduto?

Conoscendo abbastanza bene la biografia – comunque ampiamente riportata in calce al testo – di Sergio Endrigo da Pola e lo strano destino riservatogli dalla sorte, ho affrontato l’enigma con piacere e curiosità, sforzandomi di non cadere nel trabocchetto in cui lo sdoppiamento del cantautore nello scrittore rischia di far precipitare, ossia ritenere che tutto ciò che viene narrato sia verità, al più mascherata sotto appena mentite spoglie.

Certo non è difficile individuare nel protagonista, Joe Birillo, cantautore cinquantenne famoso e celebrato in gioventù e quindi scivolato in un progressivo oblio, un alter ego dello stesso Endrigo, ma la sua parabola sospesa fra la cronaca e l’allegoria, non è il canale giusto da imboccare se l’intento è quello – anche quello – di rintracciare le verità nascoste. Perché se da una parte l’autore ‘contraffa’ i nomi di alcuni dei personaggi, a partire dal proprio e da quello dei suoi familiari, e dall’altro ricorre a citazioni d’autore, anzi di cantautore (come gli agenti dell’artista, ribattezzati “il gatto e la volpe” come nel celebre brano di Edoardo Bennato), dall’altra ci sono passaggi in cui la verità pare voler occupare prepotentemente la scena: i fatti divengono specifici e circostanziati, i nomi, improvvisamente reali.

sergio Endrigo

Qualche esempio: “Si ricordò di un cantautore romano, forse dieci anni prima. Aveva partecipato a uno dei tanti spettacoli di beneficenza, forse al circo Togni; quel genere di spettacolo in cui non si sa se la faccenda sia più utile ai bambini poveri o ai benestanti protagonisti. Alla fine vennero alcune donne con i bambini in braccio, a chiedere l’autografo. Joe aveva firmato, ma il romano di successo aveva rifiutato decisamente, dicendo che lo trovava superfluo e diseducativo. E bravo Venditti, è così che ti educo il popolo, che ti costruisco l’uomo nuovo: niente autografi. I soldi no, quelli si prendono. In fondo l’autografo è una scusa per avvicinarti, per vedere se sei diverso da come ti hanno visto in televisione. Che male c’è?”. Oppure: “Aveva ragione Franco Crepax (fratello del celebre fumettista Guido e fondatore insieme a Nanni Ricordi, sul finire degli anni cinquanta, del ramo verde e ‘pop’ della Ricordi, ndr) quando aveva detto, tra il serio e no, per liberarsi dalle pretese eccessive di un a cantante di successo (oggi si direbbe di una rockstar): E ricordati che i divi passano ma i dirigenti restano!”. E ancora: “Gaber, Joe lo invidiava. Era riuscito a togliersi dal meccanismo perverso del mondo discografico, dalle classifiche, dalle serate. Nato per il palcoscenico (Joe era andato a vederlo un paio di volte), le sue canzoni ormai non avevano nessuna pretesa di successo discografico e di classifica. Il successo era lui e tutto lo spettacolo. Istintivamente Gaber aveva scelto quello che gli era più congeniale, un filone praticamente inesauribile. Prendeva in giro le mode e questo loro cambiare sempre e in fretta”.

Eccola la verità bramata, il reale esibito senza la maschera di Zorro con cui l’autore ha altrove protetto la propria identità. Endrigo ricorda, contesta; ora condanna e ora assolve. Lo fa anche con se stesso e con le peripezie del suo Joe Birillo, a cui viene l’idea, strampalata e formidabile, in quel contesto di spettacolarizzazione forzosa e morbosa d’ogni forma artistica, di annunciare il proprio suicidio in diretta, alla fine del suo ultimo concerto. Ed ecco che le luci del suo palcoscenico tornano a illuminarsi dopo anni di penombra, ecco che spariscono i locali di provincia, le pensioncine squallide, le esibizioni per pochi intimi e per poco o nessun guadagno, le interviste per radio libere da ogni ascoltatore. Per l’artista scivolato nel dimenticatoio si scomodano di nuovo le grandi testate giornalistiche, le televisioni, l’attenzione di un pubblico tornato improvvisamente grande, almeno numericamente. Eppure nell’Endrigo-Birillo alberga, insopprimibile, anche un senso di colpa, una condanna per il proprio cedimento all’intrattenimento, alle piume e ai lustrini ormai necessari per l’esibizione, per non aver conservato a propria volta quel “muso duro” ostentato con fierezza da Pierangelo Bertoli qualche anno prima, per aver lasciato che le sue debolezze, la sua discreta vanità, il suo risentimento verso quel carrozzone da cui lo avevano fatto scendere e che era andato avanti senza di lui, decretandone una morte artistica, avessero la meglio.

L’Endrigo autore non si discosta così dall’Endrigo persona: l’onestà intellettuale, la coerenza con i propri principi e la propria educazione etica gli impediscono di esteriorizzare completamente il conflitto e dichiarare davvero guerra al mondo, in questo caso dello spettacolo. Sergio l’istriano, esule forzato nel 1947, è, al contrario, roso dal tarlo dell’introversione, dalla ricerca costante del difetto in sé, del peccato originale capace di innescare il moto retrogrado che dal successo straordinario degli anni sessanta, con centinaia di migliaia di copie vendute dei suoi dischi e il trionfo a Sanremo nel 1968 con Canzone per te, lo aveva poi progressivamente condotto – in Italia, perché all’estero e in particolare nel suo amato Brasile era ancora osannato – a una impietosa invisibilità mediatica, all’umiliazione di album poco e male distribuiti, all’onta di veder pubblicato in prima battuta questo stesso romanzo di cui vado parlando da una piccola casa editrice svizzera, con una tiratura di cinquecento copie.

Forse ha davvero ragione Franco Battiato, nell’intervista presente nell’edizione di Stampa Alternativa (quella di Monaflat Sa ha, invece, la prefazione di Gianni Minà, mentre quella di Baldini&Castoldi la affida a Enrico Ruggeri, ndr), quando dice che “bisogna accettare anche un adattamento all’epoca che ci troviamo a vivere”, ricordando che “tutti i grandi compositori, da Mozart fino a Beethoveen hanno vissuto lo stesso disadattamento in certi periodi della vita, quando il proprio linguaggio non coincide apparentemente con il tempo che ci si trova a vivere”.

Parole Note: Incontri tra musica e letteratura è una rubricata curata da Fabrizio Bartelloni

Fabrizio Bartelloni
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