Il racconto di Samuele Anfuso
Ci sono storie di vita che si leggono per passare il tempo. E poi ci sono quelle storie amare, crude, che ti restano addosso come un odore sgradevole che non se ne va.
“Solo con gli occhi” è una di queste.
Samuele Anfuso non ti accompagna, non ti prepara, non ti protegge. Ti sbatte dentro una stanza e chiude la porta. Dentro c’è Luca. O meglio: quello che ne resta. Un corpo che respira per inerzia, una coscienza lucida condannata a guardare senza poter più toccare, scegliere, decidere. Vivo, ma senza diritto di esserlo davvero.
E allora capisci subito che questa non è una storia sulla malattia. È una storia sulla prigionia. Non quella delle sbarre, che si vedono e fanno rumore. Quella più subdola, più educata, più accettabile: quella dove tutti parlano di vita mentre ti stanno obbligando a restare.

Intorno a Luca si muove il solito teatro: medici, affetti, religione, legge, educatori. Tutti con le parole giuste, nessuno con il coraggio giusto. Tutti pronti a spiegarti perché devi resistere, nessuno disposto a chiederti davvero cosa significhi farlo.
Luca invece lo sa. E lo urla. Solo che nessuno vuole sentire. E qui il racconto smette di essere finzione.
Perché queste pagine nascono in carcere. E quando uno scrive da lì, non scrive mai “solo” una storia. Scrive quello che ha visto, quello che ha capito, quello che gli è rimasto dentro anche quando fuori non c’è più.
Samuele Anfuso oggi è libero. Ma certe cose non si scarcerano.
Quattro anni senza ascolto, senza un vero trattamento, senza un’umanità che fosse qualcosa di più di una parola buona buttata lì per dovere. Il carcere ti toglie il tempo, ma soprattutto ti consuma la voce. E quando esci, quella voce o non ce l’hai più… oppure ti esce così: dura, netta, senza chiedere permesso.

“Solo con gli occhi” non cerca empatia. Non vuole piacere. Non vuole nemmeno convincere. Tiene il punto. Ti costringe a stare lì, davanti a una domanda che nessuno vuole davvero affrontare: quanto vale la vita, quando smette di appartenerti?
E soprattutto: chi siamo noi per decidere quanto uno deve resistere?
Questo racconto non consola. Non salva. Non insegna. Ti guarda. E se hai il coraggio di non abbassare gli occhi, qualcosa, dentro, si rompe.
A Samuele, per quello che ha attraversato e per quello che ha avuto il coraggio di sputare fuori, senza filtri.
- Forza: perché serve più quanto si dica.
- Coraggio: perché senza quello si resta zitti.
- Rispetto: quello vero, che non si chiede e non si regala.
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