Un destino ridicolo

Agricoltore genovese, esercita da tempo immemorabile e con alterne fortune le attività di padre, di concubino e di circense. Il suo ultimo disco si intitola, sfacciatamente, Anime salve

È questa la nota biografica con cui Fabrizio De André si presenta ai lettori nel risvolto di copertina di Un destino ridicolo, il libro scritto a quattro mani con Alessandro Gennari e pubblicato da Einaudi nel 1996. Coevo al suo ultimo album – appunto il citato Anime salve, composto insieme a Ivano Fossati – il romanzo rappresenta l’unica incursione del cantautore genovese nel mondo della letteratura, fatta eccezione per una curiosa lettera/prefazione posta a introduzione di una silloge di poesie di François Villon, rivelandosi un curioso mescolarsi di autobiografismo e invenzione narrativa.

Se, infatti, al centro della scena ci sono un’intricata vicenda noir e tre personaggi che oggi definiremmo off:

  • Bernard, anarchico e intellettuale marsigliese passato dalla resistenza alla malavita;
  • Carlo, giovanotto sveglio e sognatore votatosi alla carriera di magnaccia così da fare «alla luce del sole quello che gli industriali e le persone perbene fanno per consuetudine”;
  • Salvatore, pastore sardo condannato a vent’anni per omicidio e sequestro di persona e poi scagionato dopo cinque anni di galera

che paiono figli di una finzione nutrita dall’esperienza, a farsi latori della loro storia sono tuttavia gli autori stessi; non soltanto nelle vesti di narratori esterni e onniscienti, ma anche di personaggi del romanzo – laterali nella prima parte e centrali nella seconda – identificati dai loro nomi di battesimo: Alessandro e Fabrizio.

destino ridicolo di De André e Gennari

Il risultato è una strana costruzione a più tempi che consente ai due di passare con disinvoltura dalla terza persona, dominante per oltre metà dell’opera, alla prima, affidata a loro stessi nelle vesti di personaggi, con conseguenti, e interessanti, variazioni di ritmo e di andamento che rimandano alla partitura musicale di un’opera sinfonica.

Lo snodarsi del racconto risulta così mosso, frastagliato, disallineato da flashback e flashforward introdotti dall’alternarsi della voce narrante che stimola e impone l’attenzione del lettore. Difficile capire fino a che punto si tratti di un escamotage tecnico ovvero di una soluzione imposta dalla scrittura a quattro mani, ma il risultato è obiettivamente efficace, soprattutto perché la materia narrativa, pur trasmessa al lettore a corrente alternata, è comunque immersa nel brodo primordiale di un autobiografismo che appartiene tanto a Gennari quanto a De André e che viene ‘innescato’ dal ricordo di un fugace incontro tra i due a latere di un concerto interruptus del secondo a metà degli anni settanta. L’emarginazione dei tre protagonisti principali, alle prese con un ‘colpo’ che dovrebbe deviare il corso delle loro vite verso un avvenire finalmente radioso, si mescola così con quella, autoinferta, dei due autori-personaggi, a loro volta dipendenti e isolati: dall’eroina il primo, e dall’alcol il secondo. Estrazioni sociali, mondi, vissuti all’apparenza distanti e inconciliabili trovano così un punto di congiunzione geografico nella Genova degli anni ‘60 del secolo scorso, permettendo a De André di rievocare umbre de muri e muri de mainé1 incrociati durante una giovinezza trascorsa fra i caruggi dell’angiporto, e un altro, più intimo, ancorato all’inquieto dibattersi di chiunque segua gli itinerari seducenti e accidentati della propria, personalissima cattiva strada. In questo gioco di specchi in cui fictio e realtà si riflettono e confondono è allora inevitabile per il lettore-ascoltatore andare alla ricerca di dettagli, spigolature, frammenti di verità deandreiana disseminati lungo il racconto. E così, fra brevi sortite sarde abitate da marinai di foresta e servi pastori, ecco spuntare la figura vivida e viva dell’istriana Maritza, destinata a trasformarsi di lì a poco in Bocca di Rosa, ma anche il resoconto di una promessa estorta a Fabrizio dal padre in letto di morte, con quel “Giurami che smetterai di bere” che, nella versione non romanzata, pare sia stato accolto da un “Belin! Ma proprio questo mi dovevi chiedere?”

Il contributo dello psicanalista mantovano Gennari c’è, senza dubbio, ma s’avverte forse più nella tecnica narrativa e nella scelte linguistiche che non nei contenuti, dominati e governati dal mondo nel cuore portato in dote da Faber, che popola le pagine non solo con il proprio vissuto, ma anche con le sue “pochissime idee, però in compenso fisse”: l’attenzione per gli emarginati e gli sconfitti, le riflessioni sui discutibili concetti di vizio e di virtù, l’urgenza di denunciare la stortura di una diseguaglianza sociale che spinge alla cosiddetta devianza e inevitabilmente si riflette e riverbera nella fisiologica e colpevole inadeguatezza della giustizia amministrata dagli uomini. Si riconosce, soprattutto, la sua incrollabile fede in un anarchismo etico e umanista che restituisca centralità all’individuo, con le sue fragilità e debolezze, certo, ma anche con la capacità di riconoscere l’Altro come suo simile, esposto come lui agli scherzi e agli strali di una sorte capace di riservare alla sua vita un destino, appunto, ridicolo.

Come quello toccato ai due autori, entrambi morti a pochi anni dall’uscita del libro – nel 1999 De André e nel 2000 Gennari – a causa di malattie incurabili che hanno tolto a tutti e due lo stupore di scoprirsi anziani. Ecco perché ci piace immaginarli ancora lì, a camminare insieme lungo quel “luminoso bagnasciuga della Gallura dalle cui acque tranquille una vacca torse il collo a guardarci con un dentice in bocca” a cui vollero dedicare il loro romanzo.

1 Ombre di facce, facce di marinai. Da CRÊUZA DE MÄ, 1984.

Un destino ridicolo” è il primo appuntamento della rubrica Parole Note: incontri tra musica e letteratura

Fabrizio Bartelloni
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