Momento particolare per l’appuntamento con Parole Note, di Fabrizio Bartelloni
Forse sospinto dalle correnti sub-sahariane che ormai da mesi stanno rendendo l’aria torrida e afosa, un nuovo, subdolo virus pare aver colpito l’homo italicus in questa estate 2026, spingendolo, più che verso spiagge poco ventilate, all’interno di sale cinematografiche in cui l’aria condizionata è pompata con potenza da diga di Hoover. A differenza della precedente, che richiedeva il distanziamento, la nuova pandemia impone così un forzato assembramento a chiunque voglia cimentarsi con l’Odissea, l’ultimo lungometraggio di Christopher Nolan, ispirato, come il titolo vagamente suggerisce, all’omonimo poema omerico.
Poco importa che il morbo si contragga soprattutto attraverso il contatto con le superfici infette dei social, cedendo a quell’urgenza di diuturna visibilità che impone di condividere urbi et orbi la propria opinione sul film – e in effetti alcune di queste ‘recensioni’ avrebbero senso solo se a scriverle fosse stato Tiresia, – a colpire è soprattutto il fatto che un’opera nata circa tremila anni fa (la genesi dell’Odissea viene fatta risalire all’VIII se non addirittura al IX secolo a.C.), riesca a esercitare un fascino e un vis attrattiva capaci ancora oggi di fondere l’ispirazione di un regista controverso con una curiosità e un interesse evidentemente immuni al trascorrere del tempo e alle infinite rivisitazioni del poema. Non si contano, infatti, le traduzioni, le versioni, le trasposizioni, le variazioni, le riduzioni, manipolazioni, reinterpretazioni, allucinazioni e perversioni di cui questa storia eterna, attraverso ogni forma d’arte immaginabile – dalla pittura al teatro, dalla scultura alla narrativa, dalla fotografia al cinema, appunto – è stata oggetto, consacrandosi infine come vero e proprio archetipo culturale. E se la forma scritta del testo, voluta per la prima volta, pare, dal tiranno ateniese Pisistrato nel VI secolo a.C., è via via divenuta la più comune e diffusa, ispirando parallelamente un numero impressionante di autori, peccherebbe tuttavia di spergiuro chi affermasse che l’originaria diffusione orale abbia smesso di esistere, assumendo certo forme e vesti diverse dal decantare in versi di aedi e rapsodi, ma riaffiorando nei racconti dei nonni, nelle novelle per un giorno, nelle fiabe per la buonanotte e, inevitabilmente, nelle canzoni.
Innumerevoli sono infatti i musici che hanno reso omaggio all’opera e ai suoi personaggi, a partire da quell’Odisseo divenuto Ulisse nella versione latina di Livio Andronico. Solo per rimanere in Italia, e solo per restare ai cantautori, si possono citare, con la certezza di dimenticare qualcuno:
- Lucio Dalla – Ulisse coperto di sale e la formidabile e rablesiana Itaca,
- Francesco De Gregori -l’album Calypsos, Il canto delle sirene, l’icastica e sfacciata Omero al Cantagiro,
- Vinicio Capossela – la bellissima Nostos, ma anche Calipso di qualche anno più tardi,
- Ivano Fossati – con Penelope regalata a Fiorella Mannoia
- Jovanotti –Penelope,
- Enrico Ruggeri – Ulisse,
- Caparezza – Ulisse – you listen,
- Brunori SaS – Sirene,
- Neffa – I viaggi di Ulisse
Ma se l’Odissea è un poema che s’impara a conoscere soprattutto a scuola, ecco che su tutti i cantori non poteva che svettare un maestro, anzi un Maestrone, ossia quel Francesco Guccini che ha avuto il cattivo gusto di andarsene per sempre pochi giorni fa, lasciandoci scolari orfani di una guida, alunni privati del suo sguardo mai banale, del suo linguaggio ricercato, della sua cultura. Proprio lui, infatti, aveva incastonato nell’album Ritratti del 2004 una delle gemme dal taglio più preciso della sua ricca collezione di preziosi musicali, consegnando ai posteri quella Odysseus che, nel volgere di appena quattro minuti e mezzo, restituisce, con precisione filologica, tutta la “complessa semplicità” – mi si perdonerà la citazione interna – dell’eroe omerico. Una figura non già conchiusa nella sua proverbiale astuzia, nella sua ossessiva brama di scoperta e avventura, nella sua indifferenza verso i limiti imposti dall’Alto agli esseri umani, peccati per cui Dante lo confinerà nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio infernale in un celebre passo della Comèdia (cantoXXVI dell’Inferno) non a caso evocato dallo stesso Maestrone (“…e i remi mutai in aria al folle volo/oltre l’umano…”), ma un personaggio autore di se stesso che diviene consapevole, con ciò, non solo della propria finitezza, ma anche della propria immortalità.

Il Guccini che si fa Odisseo attraverso l’uso della prima persona è, insomma, eroe e aedo al contempo: prima rievoca le proprie origini, la “petrosa” Itaca di foscoliana memoria che diviene una Pàvana con affaccio sul mare, “un’isola di aratro e di frumento, senza le vele e senza i pescatori”, ma con “ulivi e armenti sopra ogni collina”, in armonia con “l’anima contadina” dell’autore; quindi accetta con rassegnato orgoglio il suo destino fatale di navigatore (“…e il mare trascurato mi travolse/seppi che il mio futuro era sul mare”),
di esploratore di mondi esteriori e interiori (“…e diedi un volto a quelle mie chimere/le navi costruii di forma antica…”), fisicamente impelagato in mille avventure che lo vedono protagonista nel momento dell’azione e in quello del racconto e di cui, tuttavia, a poco a poco va sbiadendo il ricordo (“…chi era Nausicaa e dove le sirene?/Circe e Calipso perse nel brusio/di voci che non so legare assieme…”).
È un eroe vecchio e stanco, quello di Guccini (a propria volta settantaquattrenne, all’epoca della pubblicazione del brano, ndr), ma al tempo stesso lucido e consapevole del suo eterno navigare “senza futuro”, di quel tendere le vele nere, e perciò listate a lutto, delle sue navi per tentare una vana fuga non dall’ira “dell’accecato Polifemo” ma dall’ineluttabilità della morte, unica e inesorabile certezza anche per le vite votate alla perpetua tensione verso l’ignoto (“e ad ogni viaggio reinventarsi un mito/ad ogni incontro ridisegnare il mondo/e perdersi nel gusto del proibito/sempre più in fondo…”). L’Ulisse-Maestrone, nel frattempo, non rinuncia alla sua opera buffa e si diverte: disegna tracce e sottotracce, tenendo tuttavia a mente che è “ingannevole in mare ogni tracciato”, dialoga con poeti alti, i già citati Omero, Dante e Foscolo, ma anche Kavafis (suo il verso finale della canzone, tratto dalla lirica “Itaca”), D’Annunzio, Pascoli, e l’immancabile e amato Gozzano, ché in fondo anche l’Itaca ostinatamente rincorsa e rimossa da parte di Odisseo è un’isola non trovata. Come la “bionda senza averne l’aria” di Autogrill, esibisce la sua cultura senza ostentazione, nascondendo nella struttura stessa del testo la sua erudizione, e così, come brillantemente rileva Gabriella Fenocchio nel suo Francesco Guccini – Canzoni (Bompiani, 2018): “Sollecitati, com’è verosimile, dall’assunto del tema – è lecito addirittura sorprendere echi di tradizioni classiche, come la struttura, per così dire, triadica delle prime sei strofe.

Le due coppie formate dalle strofe I e II, rispettivamente, e III e IV sono infatti costituite di tre quartine di endecasillabi, salvo poche eccezioni di ritmo giambico o anapestico, a rima alternata, secondo lo schema ABAB; mentre le strofe III e VI sono costituite da due quartine di tre endecasillabi e un quinario rimati ABAD: nientemeno che lo schema della strofa saffica”. È un modo per intessere “nel futuro trame di passato” frammiste a “brandelli di presente”? Probabilmente sì, perché l’intento di Guccini è chiaramente quello di fare del suo Odisseo, che è poi egli stesso, un personaggio senza epoca, senza età, senza morte. A renderlo immortale, Nolan docet, sono state le leggende “perse nella notte perenne” (di Omero, di Tiresia, in tarda età anche, per culmine d’immedesimazione, di Guccini stesso) di chi lo ha cantato, i versi, i ritmi e le rime di chi, attraverso la poesia, ha saputo, non solo donargli un’eterna vita, ma anche dargli “ancora” (quanta poesia in un solo avverbio!), a dispetto della morte fisica, la “gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima”.
Ecco, allora, perché siamo ancora così affascinati da Ulisse e dalle sue avventure: perché i porti ancora da scoprire sono quelli di chi, non solo ieri e nemmeno oggi, ma ancora domani e dopodomani si perderà, ritroverà e immedesimerà nelle sue storie, nei suoi racconti, nel suo canto eternamente vecchio ed eternamente nuovo. Ed ecco perché, allo stesso modo, nei cuori di chi lo ha amato visceralmente regna sovrana la consapevolezza di non poterne smarrire il ricordo nel regno di ghiaccio, eterno e senza vita dell’ultima Thule, ma al contrario, animato dallo scirocco, sventola invece il vessillo di una certezza: “Da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate” il Maestrone, come il Che, ritornerà
Foto: la prima è creata con AI e la seconda: This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license.
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Incommentabile
Semplicemente meraviglioso!
grazie
Il Battelloni pur essendo Pisano e’ Uomo di cultura scrittore musicista ed in piu’ magistrato. Non aggiungerei altro. La stoffa e’ eccellente da sempre
Troppo buona!
Grazie per questa recensione. Quando muoiono gli artisti che amiamo e ci hanno accompagnato per tutta la vita ci si sente soli e veramente tristi: questi commenti ci fanno sentire un po’ meno soli
Grazie. E sì, si prova un po’ di sollievo nel rendersi conto che altre persone stanno vivendo il tuo stesso senso di smarrimento.