Matasse di Giuliana Piroso

Ci sono amicizie che nascono per caso. E poi ce ne sono altre che nascono tra le pagine di un libro, in quel silenzio sospeso in cui le parole smettono di essere semplici segni e diventano rivelazione.

matasse

Come per le matasse, esiste tra le poesie di questa silloge un inscindibile intreccio: vi è sconforto per la condizione di chi “non si aspetta più nulla”, poi ammirazione verso coloro che “ricostruiscono i nidi tra le macerie”; vi è il ricordo di un’infanzia triste, ravvivata però dalla luce di un cortile o dalla complicità di un fratello. Ci sono i paesaggi della Calabria “carichi di silenzio…” e una galleria di ritratti. In ogni poesia è presente la sottile inquietudine del vivere e il conflitto tra la percezione del bello e l’instabilità del reale.

La mia amicizia con Giuliana Piroso è nata così. Tra versi che non cercavano consenso ma verità. È cresciuta nel tempo, camminando accanto alle mie testimonianze nelle scuole, dove Giuliana mi accompagna con la sua presenza discreta, mai invadente, sempre intensa. In quei momenti rivedo la stessa sensibilità che abita le sue poesie: uno sguardo attento, umano, profondamente partecipe.

Matasse è un intreccio di fili interiori. Non si scioglie facilmente, perché parla di ciò che dentro di noi resta spesso aggrovigliato: memoria, inquietudine, desiderio, fede, disincanto.

In “Prigioniera” il labirinto diventa condizione esistenziale. Le radici che “benigne mi avvolgevano” finiscono per soffocare. È il dramma dello sdoppiamento, della coscienza che si osserva mentre cerca aria. Eppure, anche lì, resta un desiderio: viaggiare libera, guardare il cielo coperto di nuvole. Non c’è resa nelle sue parole, ma tensione verso una luce possibile.

In “Aurora nella mente” si avverte un’apertura improvvisa: “I venti dei pensieri trascinano germogli. Sono senza difese. E mi abbandono a questa limpida aurora della mente.”

Qui Giuliana si mostra nella sua forma più pura: vulnerabile ma fiduciosa, consapevole che il pensiero può ferire ma anche generare germogli.

Con “La storia come ultima fede” il tono diventa più ampio, quasi civile.“L’inutilità dell’essere uomini di fede. L’orgoglio di generazioni distrutte e cancellate dal tempo.”

È una poesia che interroga e non consola, che riporta nel grigio di strade senza alternative, ma che invita a non smettere di cercare senso nel mistero della storia.

Poi c’è la delicatezza di “Tra una folla di bambini”, dove la dolcezza appare come una rivelazione inattesa, e la purezza si staglia contro l’ansia di notti inquiete.

E infine “Artù”, esplosione di stelle in un abbraccio, spazio alto e fresco come un’alba in montagna, lontano dalle infinite ipocrisie della vita. Qui l’intimità diventa universo.

Giuliana è una donna schiva, riservata. Madre, moglie, ex docente. Ma nelle sue poesie non c’è mai chiusura. C’è una continua ricerca di luce, anche quando il cielo è coperto di nuvole.

Matasse mi ha commosso perché è autentico. Non cerca effetti, non costruisce maschere. È un libro che respira.

Leggi tutte le Recensioni di Federico

Federico Berlioz
Latest posts by Federico Berlioz (see all)
Condividi l'articolo
,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.