L’epilessia di Dante secondo Marco Santagata

Dante_Alighieri

mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo…

Il 14 aprile sono stati scelti i dodici finalisti del Premio Strega 2016. L’anno scorso, nella cinquina del prestigioso riconoscimento letterario, era arrivato anche Come donna innamorata, il romanzo di Marco Santagata sulla vita del Sommo Poeta. Di questo e di altro abbiamo parlato in un’intervista all’autore. Ora vorremmo proporre un aspetto molto particolare: l’epilessia di Dante Alighieri.

Infatti, una delle cose che più colpisce il lettore è che Santagata, nel suo libro, presenta un Dante epilettico. Proprio così. Ma si tratta di una sua invenzione, oppure è una ricostruzione storica?

«Già alla fine dell’Ottocento due studiosi lombrosiani avevano sostenuto che Dante fosse epilettico, e furono per questo accusati di aver infamato un padre della Patria», racconta Santagata, intervistato in occasione della presentazione di Come donna innamorata all’edizione 2015 del Pisa Book Festival. «Tuttavia – continua – il loro Come_donna_innamoratastudio, pur giungendo a una conclusione molto interessante, era davvero poca cosa, perché semplicemente si basava sul seguente sillogismo: l’epilessia è un sintomo di genialità, Dante era geniale, dunque Dante era epilettico».

Santagata, però, è andato oltre. In un altro suo libro di qualche anno prima, L’io e il mondo (Il Mulino, 2011), aveva già sostenuto l’epilessia di Dante, ricavandola sulla base dei testi di Dante stesso, «il quale addirittura, nella canzone della Vita Nova che comincia “E’ m’incresce di me sì duramente“, descrive un attacco epilettico che si manifesta nei suoi primi mesi di vita, esattamente il giorno della nascita di Beatrice».

Dante, come nessun altro autore medievale, parla molto spesso nei suoi scritti dei problemi di salute di cui soffriva. Nel Convivio (III, IX, 15-16), per esempio, racconta di una grave malattia agli occhi per il troppo studio da cui sarebbe stato affetto tra il 1293 e il 1295, periodo in cui si dedicò con particolare intensità agli studi filosofici. Scrive Santagata, in 20 finestre sulla vita di Dante (Mondadori, 2012), che

a forza di leggere aveva debilitato «gli spiriti visivi» al punto che le stelle gli «pareano tutte d’alcuno albore ombrate», e solo «per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con affreddare lo corpo dell’occhio coll’acqua chiara» aveva recuperato il «primo buono stato della vista».

Questo episodio, tra l’altro, spiegherebbe sia la devozione di Dante per Santa Lucia, sia il ruolo di primaria importanza che la santa ha nella Divina Commedia quale mediatrice tra Dante e Beatrice.

Di solito, inoltre, il riferimento alle malattie è inserito da Dante nella descrizione delle sue pene d’amore per la donna amata, e lodata nella Vita Nova. Ne è un esempio la «dolorosa infermitade», un forte attacco di febbre che lo porta a delirare. Un’esperienza quasi sicuramente vissuta da Dante, ma molto più probabilmente prima dell’epoca in cui si svolgono i fatti narrati, verosimilmente durante i suoi anni giovanili, e che ripesca dal «libro della mente», ricollocandola a quest’altezza cronologica per ragioni puramente narrative, ossia per introdurre la canzone “Donna pietosa e di novella etate“. «E però, mi giunse uno sì forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona», racconta Dante nell’introdurre tale canzone.

"Marco Santagata durante una videointervista nella sala stampa del Pisa Book Festival (foto: Francesco Feola)".

Marco Santagata durante una videointervista nella sala stampa del Pisa Book Festival

 

Un altro episodio, sempre nella Vita Nova, e sempre legato agli effetti dell’amore per Beatrice, vede un Dante svenire alla vista della donna. Il Poeta, infatti, racconta – e anche Santagata lo fa nel suo romanzo – che l’amico Manetto Portinari, fratello di Beatrice, lo porta a un matrimonio. Ignaro che tra gli invitati ci sia anche lei, avverte subito un malore ancor prima di vederla: «Mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo». Ed ecco come Dante stesso racconta di essere svenuto:

Allora fuoro sì distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna… Onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne mi domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: «Io tenni li piedi in quella parte della vita di là dalla quale non si puote ire più per intendimento di ritornare».

Peraltro, nella canzone “Amor, da che convien pur ch’io mi doglia“, Dante descrive, a proposito del suo innamoramento, gli stessi sintomi riportati nella canzone “E’ m’incresce di me…“, in cui, come detto, racconta di aver perso conoscenza quando aveva ancora pochi mesi di vita. A tal proposito, continua Santagata in 20 finestre su Dante:

A differenza della prima, questa canzone si dilunga nel descrivere la risoluzione della crisi, presentata come un «risorgere»: dopo la «percossa» che lo aveva colpito come un «trono» (tuono) il soggetto lentamente riprende conoscenza, ma seguita a tremare di paura e la sua faccia resta a lungo pallida e turbata per lo spavento provato.

20_finestre_sulla_vita_di_DanteIn questa descrizione, come in nessun’altra, sembra davvero di poter riconoscere tutti i sintomi di un attacco epilettico. «Vista come una malattia infamante – spiega Santagata – e socialmente pericolosa all’epoca, perché si pensava fosse trasmissibile», Dante, senza mai nominarla, parla dell’epilessia, della sua epilessia, di cui avrebbe sofferto, in particolar modo negli anni giovanili. E anzi «la presentata come un segno di predestinazione: solo lui ha avuto questa condanna, come un dono, segno della divinità che lui è diverso, predestinato, prescelto. L’idea della predestinazione è costante in Dante, e la malattia è solo uno dei segnali che gliene danno conferma».

Si pensi, inoltre, ai frequenti episodi di mancamento cui Dante va incontro nella Divina Commedia, particolarmente nell’Inferno, che talvolta sono più o meno svelati espedienti narrativi per “aggirare” in qualche modo la descrizione del passaggio da un girone all’altro. In particolar modo, Dante «dimostra di avere anche cognizione medica dell’epilessia, descrivendola chiaramente in alcuni passi attraverso il ricorso di termini tecnici». Qui Santagata si riferisce al Canto XXIV dell’Inferno, in cui il ladro Vanni Fucci, morso da un serpente, è improvvisamente ridotto in polvere, e altrettanto improvvisamente riacquista le sue sembianze umane. Anche in questo episodio, stavolta totalmente slegato dalle pene d’amore, sembra essere descritto il fulmineo smarrimento, cui segue la brusca ripresa dei sensi, tipici di un attacco epilettico (vv. 112-118):

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era ’l peccator levato poscia.

Dante_Alighieri_viaggio

Eppure, nonostante tutto, la tesi dell’epilessia di Dante, salvo rare eccezioni, è stata – e continua a essere – quasi unanimemente rigettata dai dantisti. Tuttavia il trasporto con cui il Sommo Poeta riesce a descrivere determinati sconvolgimenti psicofisici sembra suggerirci che li abbia davvero provati sulla sua pelle. E anzi, chissà, che non si debba in parte a questa sua “diversità”, ossia ai suoi (presunti) attacchi epilettici, la genialità universale della sua creazione poetica.

 

Francesco Feola

 

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2 comments to “L’epilessia di Dante secondo Marco Santagata”
    • Grazie di cuore! Trovo affascinante la tesi dell’epilessia di Dante, che non credo getti discredito sulla sua figura, anzi contribuisce semmai a renderlo più umano…

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