I ragazzi che scalarono il futuro: un’avventura informatica

Partì da Pisa l’avventura informatica che cambiò il mondo

PISA. Il libro “I ragazzi che scalarono il futuro” di Maurizio Gazzarri racconta la storia di una sfida: quella della costruzione del primo calcolatore italiano a Pisa tra la metà degli anni ‘50 e il 1961. La storia è nota, anche se c’era bisogno di una ricostruzione così precisa e puntuale degli avvenimenti legati a quella sfida, che questo libro fa con grande senso storico. La narrazione parte dall’idea iniziale di Fermi di utilizzare i fondi, originariamente destinati, dagli enti locali e dall’università, alla costruzione del ciclotrone per la realizzazione di una calcolatrice elettronica, per arrivare alla effettiva realizzazione della Macchina Ridotta prima e di quella che fu chiamata CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) poi; tutto questo passando per la fondamentale collaborazione dell’Università con la Olivetti, in particolare con il centro in via del Capannone a Barbaricina, dove fu costruito il prototipo “zero” delle macchine ELEA. Il 13 novembre 1961 la CEP fu presentata al Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, durante l’inaugurazione, da parte del rettore Alessandro Faedo, dell’anno accademico dell’Università di Pisa 1961/1962. Sei anni possono sembrare pochi come numero, ma in questo caso hanno gettato le basi per il futuro sviluppo dell’informatica in Italia, che ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere, di comunicare, di lavorare, di stare nel mondo.

I personaggi di questa storia furono un gruppo di pionieri visionari, scienziati, professori universitari, rettori dell’Università, imprenditori, politici, che seppero intuire quale era il futuro e spesso dovettero lottare contro ostacoli e incomprensioni. Questa vicenda si è sviluppata attraverso ripensamenti, entusiasmi e sconfitte, e anche tragedie come la morte prematura in un incidente automobilistico dell’ingegnere della Olivetti Mario Tchou, una delle principali forze motrici del progetto, proprio pochi giorni prima dell’inaugurazione della CEP. Ma alla fine la sfida è stata vinta in pieno.

Il libro, che narra questa avventura pisana, è molto diverso da altre ricostruzioni dell’argomento pubblicate nel passato. Tanto per cominciare, non è un saggio, ma lo si può definire un romanzo storico, perché gli avvenimenti della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti a Pisa sono intrecciati con gli eventi della storia della città e dell’Italia di quel periodo. Infatti, la narrazione si apre con la Scalata del K2 da parte di Compagnoni e Lacedelli nel 1954 e include poi la storia della Olivetti con la sua “lettera 32”, che ebbe grande successo nel negozio aperto a New York, le lotte di fabbrica della Marzotto, quelle per l’emancipazione femminile, il giro d’Italia del 1956 che passò per Volterra, le prime regate storiche, i vari sindaci di Pisa e rettori dell’Università, gli scioperi contro il governo Tambroni, e tanti altri avvenimenti.

Ma un romanzo, anche storico, non può essere soltanto un resoconto di avvenimenti occorsi in un certo periodo di tempo e dell’azione di personaggi realmente vissuti. Per fare un romanzo c’è bisogno di una trama che racconti storie di uomini e donne, delle loro vite, dei loro pensieri, delle loro relazioni. E infatti questo libro racconta la storia di Giorgio e di Angela, lui giovane ingegnere coinvolto nella costruzione della CEP, lei, sua fidanzata, operaia della fabbrica Marzotto e protagonista delle prime lotte delle donne per l’emancipazione. C’è anche una rivale di Angela, Ella, una scienziata americana che Giorgio conosce nel suo viaggio negli USA e che con il suo fascino intellettuale mina le sicurezze di Giorgio sulle sue scelte di cuore. Le due donne, appartenenti a classi sociali e mondi molto diversi, sono entrambe figure intelligenti, forti e determinate. In particolare, è molto ben descritta la crescita personale di Angela, che, da ragazza semplice e ingenua, con il passare degli anni e il contatto con gli avvenimenti della fabbrica e le lotte per i diritti delle donne, acquisisce una sempre maggior consapevolezza della sua posizione nel mondo.

Quindi, riassumendo, sono tre i piani di lettura del libro: quello della costruzione della CEP e del primo computer Olivetti, quello della storia di Pisa e della società civile in quegli anni e quello della vicenda personale di Giorgio. Il primo è condotto dall’autore con precisione da storico, ricostruendo gli avvenimenti a partire da documenti e fonti, ma anche da esperto informatico, descrivendo con competenza i problemi tecnici che si presentarono e le relative soluzioni. I personaggi storici sono descritti con un ampio approfondimento delle loro personalità; per questo l’autore ha attinto ad una vasta documentazione, nonché a informazioni derivate da colloqui con alcune persone, che furono protagoniste degli avvenimenti narrati o vicine ai protagonisti. Il secondo piano è descritto sempre con la precisione dello storico ma anche con la passione del politico, di colui che si è impegnato in prima persona nella vita della città di Pisa. Il terzo piano del racconto è più leggero e tratteggia con eleganza e maestria la storia di Giorgio, del suo rapporto con gli altri personaggi, della sua crescita professionale e personale.

A tutto fa da sfondo un quarto piano, la città di Pisa con i suoi monumenti, il suo fiume, le sue strade, le sue luci in momenti diversi del giorno. In tutto il libro si avverte nettamente l’orgoglio dell’autore per il fatto che una piccola città come la sua Pisa, città per lui di adozione, sia stata la culla dell’informatica italiana. Anche nelle descrizioni si sente bene l’amore dello scrittore per Pisa:

Le acque dell’Arno nell’attraversare Pisa raramente scorrono veloci. Nei giorni di libeccio sembra che tornino indietro, verso l’interno. Ma quasi sempre, se non fosse per le foglie che trascina o per gli uccelli che si lasciano trasportare nell’attesa del momento ideale per immergersi alla ricerca di prede, il fiume sembra fermo. Giorgio se ne stava seduto sull’argine nella zona delle Piagge. Da un lato, il fiume, dall’altro, la Chiesa di San Michele degli Scalzi. Quando doveva prendere decisioni, era quello il luogo di Pisa che preferiva. Con quel suo campanile storto, molto più della famosa Torre pendente, stimolava pensieri laterali, apparentemente contraddittori e in equilibrio precario. Pensava a come le forze della fisica e della natura avessero la capacità di trovare punti di stabilità ben oltre l’immaginazione degli umani. E quella torre inclinata a due passi dall’Arno, nota forse solo ai pisani e ai lavoratori dell’adiacente fabbrica di ceramiche Richard Ginori, era per lui oggetto scatenante di ispirazione e decisioni equilibrate. (pag. 8)

Particolarmente bello è anche il brano seguente, dove viene descritto l’inizio della “Luminara”, cioè l’illuminazione dei lungarni con migliaia di lumini posti sulle facciate dei palazzi, in occasione della vigilia della festa del patrono di Pisa San Ranieri, che cade il 16 di giugno:

C’è, poi, un istante esatto, un preciso momento, un attimo che rimane fisso nella memoria di chi almeno una volta l’ha vissuta. Un secondo misurabile con cura millimetrica, come quando al cinema si spengono tutte le luci e compare il primo fotogramma del film. È quell’istante in cui la luce dei lumini prevale su quella del sole, che ormai è andato a illuminare le isole Baleari e poi ancora oltre. In quel momento il vociare, le grida, le parole e persino i sussurri dei presenti, svaniscono nel niente. E tutti, ma proprio tutti, spalancano la bocca in una meraviglia attesa e inattesa allo stesso momento, conosciuta e inedita allo stesso tempo, improvvisa e prevista allo stesso istante. (pag. 132)

Si possono anche fare collegamenti, non direttamente esplicitati dall’autore, ma evidenti per un informatico, che non può fare a meno di pensare che siano voluti, come quello fra il telaio con cui lavora Angela e il telaio che ispirò Charles Babbage a ADA Byron Lovelace nell’ideazione, a metà dell’800, della prima macchina che si può considerare l’antenata del computer. Oppure quando sembra, sempre relativamente al telaio, che stia descrivendo due note tecniche informatiche per costruire algoritmi: “bottom up” e “top down”:

In questi mesi, ho avuto due operaie più anziane che mi hanno insegnato il mestiere. Avevano due metodi completamente diversi per spiegarmi ogni dettaglio. Franca partiva ogni volta dall’intera macchina: voleva farmela vedere nel suo insieme per poi dirmi dove mettere le mani per ottenere il risultato migliore. Giovanna, invece, voleva spiegarmi dal di dentro il telaio, farmi capire il percorso di ogni singolo filo attraverso ogni singolo ingranaggio. È davvero bello pensare che la stessa cosa possa essere spiegata in due modi così diversi, ma ottenendo lo stesso risultato”. (pag. 36)

Naturalmente a chi, come me, non ha vissuto quegli anni perché ancora troppo giovane, ma ha vissuto quelli immediatamente seguenti, avendo quindi modo di avvicinarsi all’informatica nei primi anni ‘70, il libro offre anche qualche molto gradito ricordo, come quello di Giovan Battista Gerace, figura molto ben delineata nel libro, che ebbi modo di frequentare per anni come sua assistente universitaria, e che ricorderò sempre con grande stima e affetto.

Se si può parlare di messaggi del libro, direi che un primo messaggio è quello che le sfide si vincono soltanto quando dietro c’è un gruppo affiatato, composto da persone diverse che assolvono vari ruoli, ma tutti uniti dall’entusiasmo e dal credere nello stesso obiettivo. Un secondo messaggio è l’incoraggiamento per i giovani ad essere creativi, a saper cogliere le occasioni, ma anche a non rinunciare alla propria vita. La figura di Giorgio è una figura a tutto tondo, completa, che, oltre alla passione per il lavoro, tiene molto ai rapporti umani e vive intensamente le sue storie sentimentali e le sue amicizie.

 

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