L’immensità del silenzio e la forza della parola

Il 24 gennaio 2026 non sarà per me una data come le altre. A Pisa, durante la presentazione della raccolta “L’immensità del silenzio e la forza della parola”, ho conosciuto una persona rara e un poeta dall’umanità straordinaria: Giovanni Lecci. Non è un autore che si legge: è un uomo che si incontra tra le pieghe del dolore e della dignità.

La sua presenza è fragile e insieme potentissima. Lecci non scrive per esercizio letterario, scrive per sopravvivere. Nato a Livorno nel 1945, ha attraversato la bellezza della musica e dell’arte, ma anche l’abisso: la perdita atroce di due figlie, la depressione, il crollo economico, la strada. Eppure, nel buio più fitto, la poesia non lo ha mai abbandonato, diventando il suo atto quotidiano di resistenza.

La forza di questa raccolta sta nel fatto che Lecci non usa le parole, ma si affida a loro come a un’ancora. In testi come Amarti o E poco dire ti amo, la parola si spoglia di ogni retorica per farsi confessione nuda: l’amore non è un concetto, ma l’unico respiro possibile dopo il naufragio. In Tu sei l’essenza della mia anima, il poeta ci conduce in quel luogo segreto dove la memoria non è solo ricordo doloroso, ma sostanza vitale. Ogni verso sembra essere stato a lungo taciuto e sofferto prima di farsi luce: si percepisce chiaramente in Rapito e intriso, dove l’emozione è così densa da togliere il fiato.

Il titolo del libro è il ritratto perfetto della sua poetica: l’immensità del silenzio che ha abitato la sua vita trova finalmente una voce delicata che disarma. Fondamentali sono stati gli incontri con realtà come Mondostazione e il Teatro della Comunità, che gli hanno restituito un luogo e una possibilità. Ma è stata la poesia a compiere il vero miracolo: trasformare il riscatto in arte.

Leggere Giovanni Lecci significa entrare in contatto con una verità rara: quella di chi ha perso tutto e, nonostante questo, ha scelto di continuare ad amare e a sperare. La sua non è una poesia che vuole stupire, è una poesia che vuole restare. E resta, perché parla a quella parte di noi che conosce la solitudine, ma continua ostinatamente a cercare la luce.

Giovanni ci ricorda che, a volte, la parola può davvero salvare una vita.

Grazie Giovanni, e complimenti di cuore.

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Federico Berlioz
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