Carcere, estate e suicidi

Pisa – L’estate lascia sempre il segno nelle carceri italiani. Ed è un segno di morte. Una scia di sangue. I suicidi in estate aumentano in maniera esponenziale. Le cause di questo annoso e puntuale fenomeno sono note. Non si conoscono né si intravedono, purtroppo, possibili risposte – da parte dello stato – o quantomeno tentativi di alleggerire dette cause. Ogni anno, ci troviamo quindi a dover scrivere e leggere riflessioni in merito.

  • Sovraffollamento e caldo torrido: Quante volte leggiamo questo termine “sovraffolamento” ma bombardati da un surplus di notizie e informazioni non riusciamo a visualizzare una situazione reale associata a questo vocabolo, chi è più attento riesce a dedurre “in una cella ci sono più persone di quelle che dovrebbero starci”. Proviamo a dare maggiori dettagli. Una cella mediamente misura m. 2×3 (il posto auto in un parcheggio misura m.2,30×5). La finestra misura circa cm 50×70 ed è posizionata nella parte più alta della parete. Ovviamente come tutti sappiamo la finestra è ostruita dalle sbarre e spesso da
    una doppia o tripla grata a maglia stretta per evitare il passaggio di oggetti. Questo sistema di sicurezza riduce il reale passaggio della luce naturale e soprattutto del flusso d’aria di una percentuale che sfiora il 50-60%, di conseguenza l’aria che passa è pari a quella di una finestra di cm 25×35. Nella cella ci sono: le brandine/letto, un tavolino, uno stipetto, e spesso anche i servizi igienici (certo per legge dovrebbero essere in uno spazio separato ma non sempre in Italia la realtà è “a norma”). Con il tasso medio nazionale di affollamento che supera il 130% (con picchi ben superiori al 150% in decine di istituti), all’interno della cella descritta ci vivono, giorno e notte, 3 a volte 4 persone. Aggiungiamo adesso 38 gradi. Nel carcere non c’è aria condizionata e spesso neppure i ventilatori.
  • Un paese in vacanza: Le ferie annuali sono un diritto fondamentale e intoccabile di ogni lavoratore. Il problema sorge quando lo Stato, o un’istituzione non riesce a garantire la sostituzione del lavoratore e quindi viene annullato il servizio. Questo succede ogni anno in carcere. Gli operatori affermano che questa causa è anche più grave della precedente. A luglio e agosto il sistema carcere si ferma. Niente corsi, niente lavoratori, niente lavoro per i detenuti. Assenza di educatori e di volontari. Il vuoto e l’abbandono fisico e morale
  • Carenza sanitaria e psicologica: Riduzione drastica dei presidi di ascolto, laddove presenti. Una situazione quella dei presidi di ascolto e sostegno psicologico già pesantemente sotto organico durante l’anno diventa carenza conclamata in estate. Il paradosso è che a causa delle condizioni sopradette i presidi di ascolto andrebbero aumentati in momenti di criticità come è il periodo estivo. Nei mesi in cui il rischio di atti autolesionistici si impenna, il personale di supporto psicologico e gli educatori subiscono i tagli dovuti ai turni di ferie. Le fragilità psichiche più acute si ritrovano così senza una rete di contenimento proprio nei mesi più difficili. Praticamente chi è sull’orlo del baratro, non ha appigli, può solo cadere.

La prigione amplifica le fragilità preesistenti e ne crea di nuove (la cosiddetta sindrome da prigionizzazione). Nelle carceri italiane la sofferenza psichica non viene quasi mai curata, ma spesso solo “contenuta”. Secondo i rapporti nazionali di Antigone, circa il 40% dei detenuti assume regolarmente stabilizzatori dell’umore, ansiolitici, antipsicotici o ipnotici (sonniferi). In molti istituti questa percentuale sale oltre il 50%. Diventa una sorta di terapia di contenimento, una sorta di “ammortizzatore sociale” invisibile. Una contenzione chimica di fatto, utilizzata spesso per anestetizzare la disperazione e mantenere la calma in sezioni sovraffollate e surriscaldate. Il rapporto medio nazionale vede un solo educatore ogni 80 o 100 detenuti. Le ore di presenza di psicologi e psichiatri in carcere non riescono a dare apporto neppure per 1 ora al mese a detenuto. Così gli atti di autolesionismo (tagli, ingestione di oggetti, bruciature) si impennano. Non sono sempre tentati suicidi, ma spesso l’unico modo disperato che un detenuto ha per “farsi sentire” e chiedere attenzione medica o un trasferimento. Il carcere, in questi anni. è diventato il più grande “deposito” di disagio mentale e sociale del Paese. Lo Stato ha tagliato i fondi alla salute mentale sul territorio e usa la prigione talvolta diventa l’unico punto di approdo per casi difficili per la società civile ma che in realtà avrebbero soltanto bisogno di essere curati, e non nascosti alla vista chiudendoli in carcere usando così la prigione come un tappeto sotto cui nascondere la fragilità.

«La piaga dei suicidi in carcere non si attenua. Ciascuno di questi casi rappresenta una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti», – ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – nel suo intervento durante l’incontro con una rappresentanza del corpo di polizia penitenziaria.

carcere Don Bosco

Pochi giorni fa, il 15 luglio per l’esattezza, la notizia del suicidio nella Casa Circondariale “San Giorgio” di Lucca di un giovane di 24 anni. Il giovane che era in custodia cautelare era appena rientrato in carcere dopo essere stato dimesso dall’ospedale psichiatrico ed era in cella di isolamento. Un caso canonico da “manuale di rischio suicidario”. E la classica risposta che le carceri italiane danno ai casi a rischio, secondo il “Protocollo anti-suicidio”. Quella che sulla carta, per lo Stato è una tutela, vale a dire l’isolamento possibilmente in una “cella liscia”. Lo Stato, terrorizzato dalla responsabilità giuridica del suicidio, risponde togliendo tutti gli oggetti al detenuto, anziché aggiungere umanità, cura, attenzione; accelerando di fatto il crollo psichico del recluso. Qualcosa anche a Lucca non ha funzionato. Il giorno successivo, sempre al San Giorgio di Lucca un detenuto di circa 35 anni è stato trovato morto durante il normale giro di controllo della polizia. Due morti in due giorni. È soltanto un caso che la Casa Circondariale San Giorgio di Lucca, sia da tempo maglia nera per le condizioni di vivibilità, e, in questo momento, è la struttura più sovraffollata d’Italia, con percentuali che si aggirano oltre il 230%?

Il sovraffollamento non significa solo disagio per il poco spazio a disposizione nella cella, non è solo un problema geometrico di metri quadrati, ma un effetto domino che manda in tilt tutti i servizi vitali dell’istituto, progettati per la metà delle persone attualmente presenti.Ecco come collassano i servizi nella quotidianità:

  • L’assistenza sanitaria si dimezza: Medici e infermieri si ritrovano a gestire il doppio dei pazienti. Le visite urgenti slittano di settimane, la distribuzione delle terapie quotidiane (compresi gli psicofarmaci) rallenta e diagnosticare in tempo un disagio acuto diventa quasi impossibile.
  • Il supporto psicologico ed educativo scompare: Se un educatore ha già un rapporto insostenibile di 1 a 80, con il sovraffollamento passa a 1 a 120. I colloqui di sostegno saltano e la burocrazia per le relazioni da inviare al Magistrato di Sorveglianza (fondamentali per sbloccare sconti di pena o misure alternative) si paralizza.
  • Le infrastrutture logistiche collassano: Cucine, lavanderie e impianti idraulici sono sotto uno sforzo per cui non sono stati progettati. In estate questo significa turni interminabili anche solo per fare una doccia, carenza di acqua fresca ed elettrodomestici (come i frigoriferi di sezione) perennemente guasti.
  • I tempi di reazione alle emergenze si dilatano: Meno agenti in proporzione al numero di detenuti significa che il controllo si allenta. Se una persona tenta il suicidio o ha un malore in cella, il tempo che intercorre tra l’allarme e l’arrivo dei soccorsi si allunga fatalmente perché il personale è dislocato su troppi fronti contemporaneamente.

E a Pisa, alla Casa Circondariale Don Bosco come è la situazione in questi mesi torridi? E soprattutto come è stato assorbito l’arrivo di 22 nuovi detenuti provenienti da Sollicciano, dopo che qui sono state sequestrate 7 sezioni per “carenze igienico-sanitarie”? Anche la struttura pisana era già in sovraffollamento e questo arrivo in piena estate sicuramente non sarà di facile gestione. A questo proposito pochi giorni fa ci sono state più visite ispettive da parte di consiglieri regionali e comunali, riportiamo parte dei loro comunicati stampa/dichiarazioni fatti a fine visita.

carcere Martinelli

«La situazione denunciata dalla garante nei giorni scorsi è estremamente difficile e non sostenibile per uno Stato civile – afferma Paolo Martinelli, consigliere comunale di Pisa – e si è ulteriormente aggravata con i nuovi arrivi da Solliciano: sovraffollamento al 156%, 306 detenuti in una struttura da 199 posti, carenze strutturali, condizioni igienico-sanitarie difficili, bagni a vista, docce insufficienti, infestazioni di cimici e personale costretto a lavorare in condizioni disagevoli. Nei giorni scorsi ho potuto costatare con i miei occhi quanto tutto questo sia reale.

A questo si aggiunge il collasso dell’Ufficio di Sorveglianza, con ritardi anche superiori a 200 giorni nell’esame delle istanze e dei permessi premio, rendendo complicata la finalità rieducativa della pena. Abbiamo chiesto al Sindaco di attivare con urgenza la Conferenza Zonale Integrata dei Sindaci. Il Comune non può voltarsi dall’altra parte. Come garante della salute pubblica, chiediamo al Sindaco che si interessi della questione per interventi territoriali sociosanitari di concerto con l’Asl (…) C’è un lavoro fondamentale della direzione del carcere, della polizia penitenziaria, del personale civile educativo, volontariato carcerario e cappellania che tengono in piedi un equilibrio h. 24 sempre più precario, una situazione in condizioni di carenze strutturali e di organico non più sostenibili. Vanno sostenuti senza esitazione con tutti gli strumenti possibili e non possono essere lasciati soli, per restituire dignità alle persone».

«La situazione al carcere “Don Bosco” di Pisa è drammatica, – dice l’assessora regionale con delega alle carceri Alessandra Nardini – specchio di un’emergenza ormai insostenibile. Il sovraffollamento – aggravato dai trasferimenti da Sollicciano – costringe a condizioni di vita degradanti: celle piccole per più detenuti, servizi igienici indegni e un’infestazione di cimici e insetti che rende impossibile persino dormire. È una totale mancanza di dignità che colpisce non solo i detenuti, ma anche chi in carcere ci lavora ogni giorno.

carcere Nardini

Come Regione Toscana continuiamo a fare la nostra parte investendo su diritto allo studio, cultura e formazione professionale per dare concretezza alla funzione rieducativa della pena. Tuttavia, questi sforzi rischiano di essere vanificati dal collasso delle strutture. Non si può più aspettare: il Ministro Nordio e il Governo devono passare dagli annunci ai fatti, intervenendo subito con risorse concrete per l’edilizia penitenziaria e il potenziamento del personale. La dignità delle persone, anche dietro le sbarre, è la misura della civiltà di un Paese. E oggi, su questo fronte, l’Italia non può dirsi civile».

«Siamo siamo venuti a visitare la Casa Circondariale “Don Bosco” – dichiara il consigliere regionale Massimiliano Ghimenti – per vedere e conoscere le condizioni reali, che sono solo state un po’ aggravate dalla chiusura per sequestro di sette sezioni di Sollicciano. Qui al Don Bosco di Pisa ci sarebbero 199 posti e oggi sono presenti più di 300 persone detenute; questo espone a rischi anche coloro che ci operano (e purtroppo lo abbiamo visto anche oggi, di persona). Quindi, preoccuparsi della popolazione carceraria significa preoccuparsi di chi ci lavora e occuparsi della dignità delle persone.

Voglio ricordare a tutti che la costituzione chiede la rieducazione del detenuto e, guardate, noi siamo qui per la dignità umana, per il rispetto dei diritti e per il rispetto della sicurezza sul lavoro di chi ci opera, non siamo qui da buonisti come qualcuno dice, io credo che essere qui dovrebbe essere la preoccupazione anche di chi in politica specula sulla sicurezza perché solo un carcere che rieduca è un carcere che riduce la recidiva, e questo deve essere l’obiettivo, ed è l’unico motivo per il quale siamo qui per denunciare una condizione del carcere Don Bosco a Pisa e dei carceri in Italia che è inaccettabile».

Le tragedie che si consumano all’interno delle carceri sono la cronaca annunciata di un sistema che ha rinunciato alla propria funzione, quella di essere lo strumento di giustizia e rieducazione previsto dall’Articolo 27 della nostra Costituzione. Voltare le spalle a questa emergenza significa accettare una sospensione silenziosa dei diritti umani sui nostri territori. Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, che prima o poi, però, finirà, ma senza riforme strutturali e immediate, la conta delle vittime dietro le sbarre continuerà a correre in silenzio.

Mary Ferri
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