Scola e il suo tuffo nella memoria italiana

C’eravamo tanto amati (Ettore Scola, 1974)

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Ci sono due film, tra i tanti che la nostra cinematografia ha prodotto durante gli anni ’60 e gli anni ‘70, che hanno saputo toccare le corde giuste dello spettatore in modo da sviluppare in loro un minimo di coscienza storica e popolare. Il primo è Una vita difficile (Dino Risi, 1961). Il secondo è C’eravamo tanto amati. Se Una vita difficile è un viaggio storico che riguarda una coppia di innamorati (Alberto Sordi e Lea Massari) dai tempi della resistenza sino alle soglie del boom economico, girato in bianco e nero da Dino Risi, C’eravamo tanto amati prende i migliori elementi del film di Risi e va oltre. Gli elementi per superare certi limiti narrativi furono dichiarati dallo stesso Scola che, rispondendo ad una delle tante domande comparative, disse che rispetto al film di Risi

noi – ovvero lui, Age & Scarpelli (n.d.r.) – avevamo l’intenzione di raccontare l’Italia della ricostruzione anche attraverso il cinema in omaggio a un’epoca in cui certi autori marcavano davvero la storia del paese.

Alle parole corrispondono i fatti e nel film vediamo trent’anni di storia italiana: centrale è la figura di Vittorio De Sica (presente nel film in un cameo), viene ripescata l’arte attoriale volutamente greve e sopra le righe di Aldo Fabrizi (nel ruolo di un palazzinaro) dopo anni di poca fortuna cinematografica; Scola inserisce il meta-cinema con Fellini e Mastroianni sul set de La Dolce Vita, tributa il mondo popolare che si riuniva nei bar per vedere Lascia o Raddoppia e lo fa direttamente con Mike Bongiorno in persona ed infine riesce ad essere avanguardistico tramite un linguaggio filmico inedito: basti pensare alla trovata iniziale di sospendere il tuffo di Gassman in piscina (per poi concluderlo alla fine del film), alle intuizioni di montaggio, di narrazione e di costruzione dell’immagine (mezzo film in bianco e nero, mezzo film a colori), fino ad utilizzare un tema musicale di Armando Trovajoli particolare ed efficace, con quell’inizio pseudo-progressivo che poi sfocia nella classica melodia all’italiana.

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Il film di Scola, inoltre, vive di scrittura, di memoria e di sguardi. Nei 120 minuti della pellicola si racconta la storia di Antonio (Nino Manfredi), Gianni (Vittorio Gassman) e Nicola (Stefano Satta Flores), tre uomini che stringono la loro amicizia sulle montagne durante la guerra partigiana e che durante gli anni si perdono e si ritrovano, si feriscono e si abbandonano; attorno a loro gravita la figura di Luciana (Stefania Sandrelli), gioia e dolore per i loro tre cuori. A livello politico il soggetto mette in campo un socialista, un comunista ed un extra-parlamentare. Il socialista (Gassman) arriverà a rinnegare il tutto, prima andando a sposare la figlia del palazzinaro Fabrizi e poi mettendo una pietra sopra sulla loro esperienza sulle montagne. Il finale aumenta questo distacco tra le varie personalità: parlando di uomini, Scola, tramite questi tre magnetici personaggi, fa riferimento anche alle divisioni politiche che hanno attraversato la storia d’Italia nel dopoguerra. Il primo momento di unità post-bellica è quello delle elezioni del ’48, quelle della sconfitta del Fronte Democratico Popolare (“vota Garibaldi”) che paradossalmente coincide con il loro primo e duro distacco. Il secondo momento di vicinanza invece è quello più effimero: un canto partigiano suonato da alcuni giovani davanti ad una scuola sembra svegliare in loro le memorie del passato, ma Gianni si è già allontanato di nascosto; durante la successiva alba i protagonisti scoprono quello che già vediamo nella prima scena del film.

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Quali sarebbero le reazioni di un cosiddetto “nativo digitale” di fronte a questa avventura italiana (questo era il titolo originale del film, cambiato a tempo di record da un’idea del figlio di Age)? Domande che contengono già una risposta, ovvia, che non vorremmo mai sentire ma che purtroppo è di fronte ai nostri occhi ogni giorno.

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Tomas Ticciati
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