Guillem Alonso Alcalay: il tip tap e la sand dance a Barcellona.

Dopo l’intervista a Jason Samuel Smith, stavolta è il turno di Guillem Alonso Alcalay, noto ballerino di tip tap e sand dance.

Guillem Alonso AlcalayPhoto by courtesy of Guillem Alonso Alcalay.

Guillem Alonso Alcalay nasce a Barcellona nel 1973 ed è figlio di chitarristi. Sin da bambino è appassionato di tip tap e dopo averlo studiato localmente si trasferisce a New York per studiare con professionisti di fama internazionale. Nel 1993 vince il primo premio al campionato mondiale di Tap organizzato dalla International Dance Organisation.

Nella sua carriera ha lavorato con molte delle migliori compagnie di tap dance americane tra cui The American Tap Dance Orchestra, Manhattan Tap,  e Tap Collective.

Guillem Alonso Alcalay adesso vive a Barcellona dove è diventato un membro di spicco nella comunità di tap dancer locale. È autore di spettacoli come Tap Olé e Life is Rythm con cui gira Europa e America e parallelamente si dedica all’insegnamento. Nasce infatti grazie a lui la formazione professionale per ballerini di tip tap presso Escola Luthier, punto di riferimento per i professionisti del settore.

Che cosa significa per lei tap dance e che cosa le piace di questo stile di danza?

«Da bambino mi piaceva ballare il tip tap perché era divertente. Essendo figlio di musicisti è stato facile avvicinarmi a questo stile poiché faceva rumore! Quello che amo adesso della tap dance è la possibilità di esprimermi attraverso di essa. È vero che posso farlo anche con altri stili, ma con il tip tap posso sia esprimermi fisicamente che lavorare sulla musicalità e il ritmo. Non è solamente eseguire un suono, è anche crearlo. Infatti è come suonare uno strumento, con il vantaggio però di potermi muovere. Amo improvvisare e ogni volta ha un che di magico».

Quali sono stati i suoi spettacoli preferiti, durante la sua carriera, e perché?

«Ci sono molti spettacoli che mi piacciono ma sicuramente quelli che preferisco sono quelli dove non sono solo un esecutore ma parte del processo creativo.

Con spettacoli come Camut Band, Tap Olé, Life Is Rythm ho avuto l’opportunità di girare il mondo, ho potuto sviluppare un rapporto di fiducia con i musicisti e creare scambi ritmici e melodici tra il suono delle mie scarpe e quello dei loro strumenti. Ho potuto far parte dell’American Tap Dance Orchestra e dei Manhattan Tap ma ero più giovane ed ero indubbiamente più preoccupato di eseguire correttamente tutti i passi e le coreografie. Rispetto agli spettacoli di cui io sono l’autore ero più teso, a discapito del mio personale divertimento».

Ha iniziato tip tap molto presto, si ricorda la prima volta in cui ha messo un paio di scarpe da tap? Qualche ricordo che vuole condividere con noi?

«Non ricordo la prima volta ma ricordo le prime scarpe: ero un bambino molto timido e le scarpe erano molto grandi, non erano quelle che puoi trovare oggi. A quei tempi dovevi costruirle da te, attaccandoci le claquettes.

Nella scuola di musica di mia madre c’era un insegnante di Sassofono che faceva anche lezioni di Tap e spesso ballava durante le feste e le esibizioni, era un uomo molto divertente. Anche questo è stato uno dei motivi per cui ho iniziato con il tip tap. Mi ricordo la mia prima scuola che si chiamava Cheek To Cheek, non c’erano bambini ed io studiavo insieme agli adulti, ero una sorta di mascotte! Prima di fare tap ho provato batteria, pianoforte, ma da bambino non ero un bravo studente e non avevo molta costanza».

Ha studiato con tap dancer del calibro di Brenda Buffalino, Barbara Duffy e Savion Glover, com’è stato conoscerli e avere l’opportunità di studiare con loro?

«Quando ero a Barcellona volevo diventare un tap dancer migliore e decisi di studiare a New York dove insegnavano grandi nomi del tip tap ma ero giovane e non conoscevo né loro, né la storia della tap dance. Una volta là, mi sono trovato a ballarci insieme senza sapere chi fossero. Lentamente ho iniziato non solo a conoscerli, ma ad appassionarmi sempre più alla storia che c’è dietro questo genere.

All’epoca non c’era internet o youtube, non potevi cercarne i nomi attraverso un motore di ricerca, le informazioni venivano scambiate in maniera orale, di bocca in bocca. I ragazzi di oggi sono fortunati e hanno un costante accesso alle informazioni che per noi era impensabile.

Per me è stato molto importante studiare e lavorare con questi ballerini perché quando sono rientrato a Barcellona sono stato in grado di insegnare la loro tecnica e gli standard del tip tap. Ho creato nella mia città le tap jam e ciò mi ha permesso di contribuire alla mia realtà locale. Grazie a loro ho potuto capire meglio la storia del tap, le sue origini e gli aspetti coreografici peculiari del genere.

Una cosa positiva dell’essere stato in America negli anni Novanta è la possibilità che ho avuto di studiare non solo con le nuove leve ma soprattutto con i grandi del passato, come Jimmy Slide, Buster Brown e Chuck Green. Ho potuto osservarli, conoscere il loro stile, percepire l’energia che trasmettevano al pubblico e la loro personalità. Per me è sempre stata fondamentale la varietà di stili e tecniche e così ho studiato con più persone possibili per conoscere più sfaccettature del tip tap».

Ci siamo conosciuti durante l’evento online “Aspettando L’International Tap Dance Day” e sono rimasto affascinato, nella sua intervista, dalla sand dance. Che cos’è la sand dance e perché si è avvicinato a questo interessante stile, quasi del tutto dimenticato?

«La sand dance è parte della storia del tap. Prima di avere scarpe con le claquettes si cercavano altri modi per produrre suoni. Molti performer usavano la sabbia sul pavimento, poiché essendo il tap un genere nato per strada si utilizzava ciò che c’era in loco. E così si sono sviluppati i sand dance act parallelamente ai tap dance Act. In quel periodo gli stessi performer eseguivano entrambe le cose, come due varianti nate dalla stessa matrice.

Quando ero a New York alcune persone ballavano la sand dance e alcuni numeri erano in Manhattan Tap. C’era anche una performer specializzata in questo stile, Harriet Browne e abbiamo fatto anche qualche spettacolo insieme. Vedendo la sand dance ho pensato che, insieme a body percussion, stair e chair dancing, fosse interessante e un modo in più per produrre suono e ritmo. Una peculiarità della sand dance è quella di poter allungare le note. Differenti superfici, scarpe e pavimenti possono creare atmosfere, interpretazioni e suoni diversi.

Essendo una cosa così poco comune ho passato molte ore, anche una volta ritornato in Europa, ad esercitarmi con la sand dance in modo da sviluppare una solida conoscenza dello stile fino farlo mio, tanto da essere considerato oggi uno specialista. Tap e sand dance si integrano e l’una porta a comprendere meglio l’altra, sviluppando persino un orecchio musicale più attento alle differenze timbriche che inevitabilmente i due stili hanno in sé».

Photo by courtesy of Guillem Alonso Alcalay.

Lei è stato ospite dell’edizione 2015 del Turin Tap Festival. Come tutti sappiamo il tip tap in Italia, dopo anni di quasi totale invisibilità, sta prendendo sempre più piede, raggiungendo un maggior pubblico. Qualche suggerimento o consiglio per i ballerini di tap italiani?

«È importante che si mostri agli allievi che si può essere ballerini professionisti di tip tap, che esistono spettacoli dedicati e che non è solo prendere qualche lezione. Il tap non è soltanto per adulti ma è per tutti, anche per i bambini. Per prima cosa bisogna essere pazienti poiché inizialmente non ci sono molte audizioni e opportunità lavorative come altri stili di danza.

Il tip tap al momento è una forma d’arte in cui si creano spettacoli per appassionati del genere e per altri ballerini di tap e per questo è molto difficile trovare spettacoli specifici in giro. Bisogna essere anche creativi per renderla una professione e farne una fonte di guadagno.

Ci sono diversi modi per essere un ballerino di tap: puoi lavorare come artista di strada, far parte di spettacoli per bambini, c’è il musical, puoi lavorare con musicisti e inserire il tap nei concerti. Devi essere aperto a nuove possibilità, percorrere nuove strade e addirittura creare i tuoi spettacoli. Devi essere aperto al mondo, alla scena artistica e culturale e vedere, in termini artistici, cosa succede intorno a te per cogliere più opportunità possibili. Sii paziente, creativo, impara da artisti diversi da te e vivi l’Arte nelle sue diverse sfaccettature».

Parliamo un po’ di Barcellona e della fervente comunità di tap della città. Come è riuscito a diventarne un membro leader?

«Se non vieni dagli States o da una città dove il tip tap ha una forte comunità senti l’esigenza di riprodurre una situazione simile nella tua realtà, quella a cui appartieni e in cui lavori.

Quando ero a New York volevo imparare, volevo essere parte della comunità locale ma non intendevo vivere lì. Pensavo che prima o poi sarei ritornato a casa dalla mia famiglia e volevo costruire una comunità nella mia città, o meglio, contribuire ad essa. Fortunatamente a Barcellona esisteva già una piccola comunità di tap a cui mi sono agganciato; c’erano infatti ballerini come Mireia Font, Luis Mendez e Rafa Mendez».

Qualche ingrediente segreto o consiglio per poter replicare una situazione simile anche in Italia?

«Sicuramente lavorare tanto, non solo per te ma per la comunità, creando tap jam, una mailing list, creare connessioni tra scuole e chi fosse interessato al tip tap. Devi lavorare con tutti, non solo con chi vuole essere un professionista, istruire il pubblico al genere attraverso spettacoli e performance. Bisogna essere disponibili alle collaborazioni con persone e scuole diverse, aprire una comunicazione tra le varie realtà che ti circondano.

Qui a Barcellona abbiamo creato un tap show che facciamo ogni anno dove le scuole si incontrano e ballano tap. Per occuparmi di questo evento ho creato l’associazione Top Pel Claqué che adesso è gestita da Laila Molins. In conclusione non è pensare solo alla propria scuola, ai propri corsi, ma è avere una visione più globale e lungimirante verso il tip tap che porta alla creazione di una comunità».

Nel 2011, ha aperto il dipartimento di danza della Escola Luthier de Música (fondata nel 1979 da sua madre Alícia Alcalay) e con il suo corso professionale per tap dancer lei e la sua scuola siete diventati, in Europa, un punto di riferimento per i ballerini di tap che vogliono diventare professionisti. Qual è lo scopo dietro alla decisione di aver creato questo corso?

«Quando avevo diciassette anni e andai a New York durante l’estate, molti insegnanti mi dissero che avrei dovuto prendere lezioni di altri stili poiché non sapevo come muovere le mie braccia e così, una volta tornato a casa, decisi di seguire un programma di Jazz Dance al cui interno si studiava anche storia della danza, danza classica, modern eccetera.

Proprio a quel tempo mi domandai perché non poter fare tutto questo in un corso di tip tap. Non esisteva un programma specifico per ballerini di tap, c’erano corsi di musical, programmi di danza che inserivano anche il tip tap ma la cui formazione non ne faceva il fulcro, il punto cardine. Nemmeno negli Stati Uniti c’era un programma del genere.

A New York, per completare la mia formazione, dovevo prendere la metro e spostarmi tra le varie scuole di danza per seguire più corsi possibili. Invece quanto sarebbe stato più semplice se tutto fosse stato concentrato in un programma specifico.

La mia idea è di avere ciò che le altre forme di danza hanno, ovvero la possibilità di conoscere più stili di tap possibili. Nel tap program ogni settimana insegnano diversi insegnanti in modo da sperimentare molte sfaccettature del tap, dal musical all’improvvisazione. Già a diciassette anni volevo creare un percorso del genere, cosa che sono riuscito a fare più avanti nella mia vita».

Quanto della sua nazione, con la bellezza del Flamenco, ha influenzato il suo stile?

«Questa è una domanda divertente poiché qui a Barcellona e in Catalogna il Flamenco non è così radicato come in altre parti, ad esempio a Madrid. E forse, proprio grazie a questo è stato possibile costruire una vivace comunità di tip tap.

Penso che parte del cercare una forma diversa di espressione del ritmo attraverso i piedi sia legato anche al voler distinguerci dal resto della Spagna e in qualche modo può essere un eco delle mire indipendentistiche della nostra regione. Ovviamente non tutti vogliono l’indipendenza e molte persone qui amano il Flamenco. A me piace molto a essere sincero e amo collaborare con ballerini di questo stile anche se non l’ho studiato da bambino.

Ecco, un aneddoto divertente: quando ero negli Stati Uniti molte persone mi dicevano che si vedeva che ero spagnolo perché avevo questo sapore di Flamenco nei miei movimenti. Penso che ci sia in qualche modo una sorta di influenza e chiaramente, una volta diventato un professionista ho lavorato con molti ballerini di flamenco. Juan de Juan, uno dei migliori ballerini di questa danza, era interessato al tip tap e venne nella mia scuola per imparare tap. Io da lui ho imparato il Flamenco e più avanti abbiamo creato uno spettacolo che mischiava i due generi.

Con Tap Olé, il Flamenco viene dalla musica, dall’interpretazione dei ritmi e dal sound, non tanto dai passi in sé. Anche nelle mie classi e in quelle di altri insegnanti comunque utilizziamo passi e ritmi del Flamenco che si possono adattare al tap».

Con sua madre e suo padre come chitarristi, lei è nato circondato dall’arte e dalla musica e ha incluso la chitarra spagnola in Tap Olé. In che modo gli strumenti musicali hanno avuto impatto nella sua carriera di ballerino?

«Tap Olé è una trascrizione fatta da mio padre, a volte mentre lui suonava io ballavo sulla sua musica. C’è un pezzo in particolare, dal film di Charlie Chaplin City Lights, che lui era solito suonare alle feste e su cui io danzavo. L’influenza della musica e delle chitarre è perciò molto forte.

Durante la creazione di Tap Olé all’inizio pensavamo ad altri strumenti musicali ma ovviamente è stato più semplice scegliere le chitarre, per via del mio background familiare.

Quando creo degli spettacoli non penso tanto a idee differenti ma a diversi stili musicali. Camut Band si basa sulle percussioni africane, Tap Olé sulla chitarra spagnola, Boogie Woogie Tap su un trio Boogie Woogie e Barcelona Rythm Tap su un trio jazz più tradizionale. Di solito perciò più che spettacoli teatrali sono concerti. Per svilupparne la varietà, all’interno sono presenti parti danzate e soli musicali, sand dance e tip tap».

Un’ultima domanda, prima di salutarci. Quali sono i piani per il suo futuro?

«Sicuramente continuare a lavorare e sviluppare i progetti che ho già all’attivo. Proseguire con il programma professionale per ballerini di tap parallelamente ai corsi per tutti.

Sono arrivato al punto in cui ho lezioni dalle nove del mattino alle dieci la sera e ne sono molto contento perché così tutti hanno la possibilità di studiare tap, sia i ragazzi che gli adulti che lavorano.

Sto lavorando su un nuovo spettacolo che permetta ai giovani studenti, ancora non professionisti, di calcare il palco e farsi esperienza. Per me infatti è importante dare l’opportunità, a chi finisce il programma professionale, di far parte di una compagnia, di lavorare in spettacoli e mettere subito in pratica ciò che hanno imparato.

I miei piani non sono particolarmente grandi, ho tanto da fare con la mia scuola e non voglio smettere di ballare. Sto cercando, fra tutti i miei impegni, di trovare il tempo per creare cose nuove. Mi riprometto quindi di raggiungere il giusto equilibro tra l’essere un insegnante e un performer».

Ringraziamo Guillem Alonso Alcalay per il tempo che ci ha dedicato

Per ulteriori informazioni e approfondimenti su Guillem Alonso Alcalay, i suoi spettacoli e sul tap program potete visitare le seguenti pagine:

Sito Ufficiale Escola Luthier

Camut Band

Sito Tap Olé

 

 

Photo by courtesy of Guillem Alonso Alcalay.

 

Roberto Romani
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