A colloquio con le avvocate Serena Caputo e Chiara Benedetti
Pisa – Il 5 maggio la Camera Penale di Pisa ha organizzato una visita alla Casa Circondariale Don Bosco. A seguito di questa iniziativa abbiamo incontrato la Presidente della Camera Penale di Pisa l’ Avv. Serena Caputo e con lei anche la referente dell’osservatorio carcere l’Avv. Chiara Benedetti.

Presidente, la Camera Penale di Pisa da Lei presieduta, ha organizzato il 5 maggio scorso, in occasione dell’astensione delle udienze indetta dall’Unione delle Camere Penali Italiane, una visita nella casa circondariale di Pisa “Don Bosco”. La visita, organizzata in collaborazione con la direzione e la presidenza del consiglio regionale, ha visto anche la partecipazione di esponenti dell’ordine degli ingegneri e degli architetti. Perché questa scelta? E’ la prima volta che dei professionisti del settore edile entrano nella Casa circondariale Don Bosco? Qual era l’intento di questo invito?
«In occasione dello sciopero avverso il decreto legge cd “ sicurezza” ci siamo sentiti in dovere di riportare l’attenzione sulle condizioni delle carceri in Italia poiché, nonostante il silenzio reiterato del nostro governo, ad oggi il nostro cartellone che è affisso in Tribunale segna ahimè il 34esimo detenuto che si è tolto la vita dall’inizio dell’anno. Abbiamo quindi deciso di non limitarci a denunciare le pessime condizioni in cui versa la struttura dove vivono e lavorano centinaia di persone, ma abbiamo organizzato una visita “costruttiva” invitando – ed è la prima volta per la CP di Pisa – gli esponenti dell’Ordine degli ingegneri degli architetti e dei geometri di Pisa oltre ai professori del Dipartimento Destec della prestigiosa facoltà di ingegneria della nostra città, tutto grazie alla collaborazione della direttrice dott.ssa Alice Lazzarotto. Lo scopo della visita è stato quello di mostrare ai professionisti le aree e gli stabili del Don Bosco e di richiedere un parere qualificato sulle attuali condizioni strutturali dell’istituto e sugli interventi che potrebbero essere progettati, sia da un punto di vista tecnico ma anche umano, dal momento che i professionisti sono prima di tutto persone e nello specifico non addetti ai lavori
Quale è stata la reazione dei professionisti alla visita?
«La delegazione era composta da circa 15 persone, oltre al Presidente del Consiglio Regionale Antonio Mazzeo, sempre in prima linea su questo fronte, hanno aderito a questo invito formulato per l’ordine degli Ingegneri: il Presidente Mattolini Leonardo e i consiglieri Samuele Bianchi e Gianluca Bonini; per l’ordine degli architetti: la vicepresidente Lazzeretti Roberta e i consiglieri Mariotti Marco e Bocchiola Giorgio Elio, per i geometri il presidente Arrighi Giacomo e il consigliere Paterlini Lorenzo; per l’Università il Prof. Giacomo Salvadori e Fabio Fantozzi. Per il direttivo della Cp di Pisa, oltre alla sottoscritta, erano presenti i referenti dell’osservatorio carcere avv.ti Chiara Benedetti e Massimiliano Soldaini, i consiglieri Andrea Cariello, Alessandro Niccoli e Irene Braca e il membro della giunta dell’UCPI, Laura Antonelli, past president dell’associazione.

Per tutti i tecnici è stata sicuramente un’esperienza toccante, ci hanno ringraziato più volte di averli resi partecipi di una realtà che non conoscevano e aver dato loro la possibilità di vedere ciò che mai si sarebbero immaginati in una società civile nell’anno 2025. Tutti loro hanno usato parole di grande solidarietà nei confronti delle persone detenute e hanno da subito colto l’obiettivo primario, ovvero che “nell’ambiente carcerario sia necessario rimettere l’individuo al centro e recuperare la dignità delle persone”, per usare le parole con cui si sono espressi gli architetti».
Sono emerse delle criticità particolari a seguito della visita e soprattutto la visita ha fatto scaturire progetti o proposte di miglioramento per ciò che riguarda gli spazi della struttura?
«Da un punto di vista strutturale sono emerse criticità notevoli: da un lato è evidente la mancanza di spazi dovuti ai numeri del sovraffollamento, che purtroppo investe anche la casa circondariale di Pisa, che si traduce nella carenza di spazi e aree comuni, in sezioni vetuste che versano in condizioni precarie di igiene e sicurezza, e della completa mancanza dei luoghi per l’affettivita’. Dall’altro lato, sono però presenti intere aree e strutture desuete, un tempo utilizzate per le lavorazioni che avvenivano dentro il carcere, che potrebbero invece essere oggetto di intervento e restituite alla popolazione carceraria per un nuovo e funzionale utilizzo. L’esito della visita è stato più proficuo di quello che ci aspettavamo perché i tecnici si sono tutti resi disponibili sin da subito a istituire un “tavolo tecnico-giuridico” con la direzione del carcere e l’avvocatura penalista, che potrà consentire di esaminare di concerto tra le varie figure le carenze della struttura e proporre progetti di ristrutturazione e/o risocializzazione per i detenuti».
Parliamo, adesso, del cosiddetto “Decreto Sicurezza” Nei giorni 5, 6 e 7 maggio l’Unione delle Camere Penali Italiane ha indetto l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale alla quale la Camera Penale di Pisa ha aderito. L’astensione è stata indetta per protestare contro il decreto legge 11 aprile 2025 n. 48, che recepisce i medesimi contenuti del DDL denominato “Pacchetto Sicurezza”, che cosa contestate di questo decreto? Quali sono i contenuti più controversi e perché?
«Preme innanzi tutto precisare che questo decreto è stato approvato come decreto di emergenza da parte del Governo con conseguente esautoramento del Parlamento quando in realtà una reale emergenza sicurezza non c’è perché se guardiamo il rapporto tra la popolazione e i reati ad oggi abbiamo circa 300 omicidi l’anno per 59 milioni di persone che per quanto gravi non denotano uno stato di allarme sociale.
L’Italia infatti dei 26 Paesi dell’Unione Europea che rendono disponibili i dati per l’anno 2022 (ultimo disponibile) è quello che presenta la più bassa diffusione del fenomeno (0,55) prima di Slovenia, Spagna e Polonia (rispettivamente 0,62, 0,69 e 0,72 omicidi per 100mila abitanti).
Quindi lo strumento utilizzato è la prima critica che l’UCPI – e quindi anche la CP di Pisa- avanza nei confronti del pacchetto sicurezza: in materia penale una legiferazione di emergenza è sempre pericolosa perché rischia di minare i principi cardine di tassatività, proporzionalità etc. che caratterizzano il nostro ordinamento.
Quanto al merito del decreto sono apparsi sin da subito palesi i suoi tratti sicuritari e ancora una volta visibilmente carcerocentrici, sono stati create 14 nuovi fattispecie di reato per es. è stato introdotto il reato di resistenza passiva in carcere e nei centri di trattamento e accoglienza per migranti per chi impedisce il compimento degli atti dell’ufficio del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza. Sono state inoltre inasprite le pene per reati già esistenti quali, ad esempio, l’occupazione abusiva di immobile
E’ stato abolito il divieto del carcere per le donne incinte e madri di bambini piccoli, sono state attribuite prerogative alle forze dell’ordine che a nostro parere non contribuiranno affatto alla loro effettiva tutela; sono state introdotte nuove aggravanti sproporzionate e riferite non a fatti tipici ma a presunte categorie criminali: manifestanti, imbrattatori, rivoltosi, borseggiatori sui mezzi di trasporto, occupanti, accattoni…».

All’interno della delibera dell’UCPI che decreta l’astensione, si contesta al “pacchetto sicurezza” una “visione securitaria e carcerocentrica che ispira l’intero Decreto legge nel suo complesso”. Vuole spiegare ai lettori di Tuttomondonews che cosa si intende?
«Questo decreto introducendo le modifiche appena accennate appare già nella denominazione alludere all’esigenza di far fronte al problema della sicurezza pubblica: tale esigenza – ed è statisticamente dimostrato- non può essere scongiurata con aumenti di pena o con l’introduzione di nuovi reati perché la punizione interviene in un momento che è successivo all’accertamento di un reato e la creazione di nuove fattispecie non incide nella fase precedente alla realizzazione di un crimine nella quale potrebbe sorgere l’esigenza di sicurezza.
Ma lo abbiamo detto e lo ripetiamo a gran voce “più carcere non vuol dire più sicurezza”».
Questo decreto in che maniera andrà a incidere sull’attuale situazione carceraria?
«Ciò porterà inevitabilmente solo a un aumento della popolazione detenuta sia in fase cautelare (perché gli aumenti di pena giustificheranno anche le applicazioni di tali misure) sia in fase di esecuzione: basta osservare ciò che sta accadendo nelle carceri minorili italiane a seguito dell’introduzione del cd Decreto Caivano, che in maniera analoga ha previsto aumenti di pena ed ostatività. L’effetto sarà quello di aumentare il numero dei detenuti, che andrà ad aumentare gli indici già alti del sovraffollamento con le conseguenze che questo comporta e che non può che preoccuparci da avvocati e da cittadini».

La prima domanda è d’obbligo, soprattutto per far entrare i nostri lettori nel mondo delle carceri e nella fattispecie in quello della Casa Circondariale Don Bosco. Vorremmo iniziare la conoscenza attraverso i dati. Quindi chiediamo all’avv. Chiara Benedetti – referente dell’Osservatorio Carceri della Camera Penale di Pisa – i dati aggiornati relativi a tutte le persone che gravitano all’interno del Don Bosco che ci aiutino a comprendere la realtà del “carcere” pisano.
«Innanzi tutto è necessario precisare che il carcere Don Bosco è una Casa Circondariale dove quindi vengono recluse persone in attesa di giudizio e persone in espiazione di pene di breve durata. La struttura è suddivisa in reparti Penali, dove sono ristretti i detenuti in espiazione pena, e reparti giudiziari, dove invece sono detenute le persone in attesa di giudizio; vi è poi il reparto destinato alla sola popolazione femminile e infine il Centro Clinico, destinato a persone che a causa di gravi malattie necessitano di cure costanti e dove giungono anche detenuti che vengono trasferiti da altre carceri per essere sottoposti a cure o piccoli interventi. I dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Giustizia indicano che, a fronte di una capienza regolamentare di 195 detenuti, attualmente presso il Don Bosco di Pisa sono ristrette 290 persone, di cui 32 donne e 158 stranieri. Di questi detenuti, 220 circa stanno scontando una condanna definitiva, spesso breve, e i restanti sono in attesa di giudizio. Il carcere è diretto dalla Dr.ssa Alice Lazzarotto che ha preso servizio da pochi mesi. Gli agenti di Polizia Penitenziaria in sevizio sono 195, con una carenza di organico di quasi 20 unità, anche per quanto riguarda l’area amministrativa vi è una piccola carenza di organico di un’unità con 19 impiegati attualmente, mentre per quanto riguarda l’area educativa ad oggi vi sono 5 educatori senza scoperture di organico ed è presente un solo mediatore linguistico-culturale. Nel carcere è presente 24h il personale medico e infermieristico della ASL. Per quanto riguarda i medici sono presenti molti medici specialistici anche in ragione del fatto che all’interno della casa circondariale è presente il Centro Clinico. Sono presenti psicologi e psichiatri nonché medici del SerD. Come tutto il sistema carcerario nazionale, anche il Don Bosco fa grande ricorso all’aiuto del volontariato: attualmente sono circa 100/120 i volontari che fanno regolarmente ingresso nella struttura per attività di vario genere. È presente la cappellania del carcere, composta non solo dal cappellano ma anche da altre figure di supporto, e altri ministri di culto diversi da quello cattolico, in particolare di religione Islamica e Testimoni di Geova».
Adesso che ci siamo fatti un’idea sulle persone che gravitano all’interno della casa circondariale Don Bosco vorremmo capire attraverso le sue parole come sono gli spazi di questo luogo: le celle, la loro misura, gli spazi comuni (se ci sono o se non ci sono) i bagni, le docce, lo spazio esterno..
«Gran parte delle celle misura dai 6 agli 8 mq, ma l’organizzazione degli spazi dipende dalla tipologia del reparto: nel reparto di reclusione vengono collocati generalmente 2 detenuti per cella mentre ne troviamo addirittura 3 presso il reparto giudiziario. Le celle hanno il bagno all’interno ma non è in alcun modo separato dal restante ambiente, quindi si dorme, si cucina e si usano i servizi igienici nello stesso spazio (a volte grazie all’inventiva dei detenuti vi è una separazione posticcia). Le docce sono comuni per ogni sezione, può quindi capitare che l’acqua calda non sia sufficiente per tutti i detenuti. Per quanto riguarda gli spazi comuni, questi sono prevalentemente i passeggi all’aperto e il campo di calcetto, spazi totalmente scoperti, privi di ogni riparo e quindi scarsamente fruibili in alcuni periodi dell’anno. Ci sono poi due sezioni particolari, una è la sezione Prometeo, che nasceva come sezione per i detenuti sieropositivi e per coloro che desideravano condividere gli spazi con questi ultimi, ma che oggi ospita soprattutto coloro che sono ammessi al lavoro all’esterno in art. 21 O.P. e qui gli spazi comuni sono più ampi e i detenuti possono passare più tempo fuori dalla cella rispetto a coloro che sono ristretti nelle altre sezioni. C’è poi il reparto riservato ai semiliberi, ovvero a coloro che pernottano in carcere ma che il resto della giornata la passano all’esterno. Questo reparto si trova in un’ala a parte del penitenziario, per evitare contatti tra i semiliberi e i detenuti comuni, ed è forse la zona più malandata: nelle celle non solo non c’è la separazione tra la zona letto e i servizi, ma non sono neppure dotate di un water, essendo presenti solo dei vasi alla turca, e anche la zona del passeggio è totalmente malandata e non curata. Il Centro Clinico ha celle più grandi dove sono ospitati 3 o 4 detenuti per volta (e ha anche una cella dove anni addietro sono stati ospitati detenuti in regime di 41bis O.P. che necessitavano di cure). Il centro è dotato anche di una piccola sala operatoria nella quale vengono effettuati interventi di piccola entità e il personale medico è presente 24h. Il reparto femminile è quello più accogliente perché ristrutturato integralmente di recente: le celle hanno la zona dei servizi igienici separata dalla zona letto e sono stati costruiti all’interno della sezione degli spazi comuni interni ed è presente una piccola palestra. Gli spazi sono sfruttati adeguatemene dalle detenute».
Qual è la giornata tipo di un detenuto o detenuta? Ci sono degli orari che scandiscono la giornata e come è possibile mettere in atto tutte le attività che dovrebbero essere parte integrante della pena, negli spazi descritti?

«I detenuti hanno orari abbastanza rigidi: la sveglia è fissata molto presto la mattina e dopo per i più fortunati inizia la scuola o il lavoro o qualche mansione promossa dai volontari. Per la maggior parte dei detenuti che non è ammessa a tali attività, invece, iniziano ore di noia e di attesa, attendono “l’ora d’aria” in cui a turno si passa del tempo all’aria aperta negli spazi che permettono di fare attività fisica e di socializzare un po’, attendono un colloquio con un familiare o con il proprio avvocato o attendono di essere chiamati per parlare con l’educatrice.
Alle 12 circa passa il vitto fornito dal carcere, e anche in questo caso solo chi è più fortunato ha la possibilità di cucinare in cella con un fornello a gas utilizzando i prodotti acquistati allo spaccio interno o portati dai parenti.
Nel pomeriggio si ripete una routine simile alla mattina, quindi per alcuni il lavoro, per altri la scuola, le attività promosse dai volontari o la possibilità di accedere ai cortili per “l’ora d’aria”. La cena viene servita intorno alle 18:30/19 e dopo la cena vengono chiusi i blindi, ovvero la pesante porta di ferro che chiude ogni cella, e non vi è più alcuna possibilità di socializzazione».
La Presidente della Camera Penale di Pisa Serena Caputo ha dichiarato che l’effetto del nuovo Decreto Sicurezza “andrà ad aumentare gli indici già alti del sovraffollamento con le conseguenze che questo comporta”, Lei come referente dell’Osservatorio Carceri quali conseguenze prevede per la Casa Circondariale Don Bosco?
«Sicuramente il Decreto Sicurezza avrà un impatto sul numero già elevato di detenuti a Pisa, in particolare per quanto riguarda le persone in misura cautelare – cioè in attesa di giudizio – per le quali il carcere rimane solo luogo di contenimento senza alcuna finalità rieducativa. Nel decreto, infatti, sono stati inseriti 14 nuovi reati e nuove aggravanti che aumenteranno la possibilità di applicare misure cautelari custodiali e, conseguentemente, il numero dei detenuti».

A suo parere quale sarebbe l’intervento più urgente da mettere in atto per migliorare le condizioni di vita dei detenuti e delle detenute della Casa Circondariale Don Bosco?
«Il carcere di Pisa ad oggi necessiterebbe di un rinnovamento completo della struttura, ma gli evidenti limiti di budget dell’Amministrazione non lo consentono, quindi si dovrà procedere per step. La camera penale di Pisa ha promosso l’iniziativa di costituire una equipe tecnica formata dagli ordini degli architetti, ingegneri e geometri, dall’Università di Pisa, dall’unione industriali, con la scuola edile e un’azienda privata, con lo scopo di realizzare un progetto di ristrutturazione di una parte del carcere, attualmente in disuso, che potrà vedere impiegati anche alcuni dei detenuti in prima persona. Il progetto è appena iniziato, con la collaborazione della Direzione del carcere stiamo individuando gli obiettivi principali e svolgendo sopralluoghi ma, auspichiamo che questa iniziativa possa essere “pilota” per le altre che seguiranno, che aiuterebbero non solo a ristrutturare gli ambienti fatiscenti del carcere ma anche a creare opportunità lavorative ai detenuti».
Ringraziando la Camera Penale di Pisa per la disponibilità accordataci e nella fattispecie la Presidente Avv. Serena Caputo e la referente Osservatorio Carceri Avv. Chiara Benedetti, vorremmo chiudere questa intervista con una domanda per entrambe
In una società migliore e più giusta le carceri hanno ancora una loro funzione? se sì come dovrebbero essere e come dovrebbero funzionare per poter davvero assolvere la loro funzione?
«La nostra costituzione recita che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti inumani e degradanti. Il Carcere e’ una delle pene previste dal nostro codice penale – ci dice l’ Avv. Serena Caputo – quindi esiste ed ha una sua ragione nella nostra società poiché previsto da una precisa disposizione di legge; tuttavia, attualmente sembra assolvere solo a una delle sue funzioni, quella punitiva, dimenticando la sua funzione risocializzante. In termini pratici questo significa che chi si trova in carcere deve avere la possibilità di studiare, lavorare, mantenere contatti con il mondo esterno pur essendo privato della libertà personale, deve poter accedere, con più facilità – in presenza dei presupposti – a misure alternative e non solo questo; in una società civile e uno stato di diritto il carcere non può essere un luogo fatiscente, sovraffollato, privo di rispetto per la dignità umana, ma deve essere un luogo decoroso anche strutturalmente. Non è possibile nell’anno 2025 e in una società civile accettare o essere silenti di fronte alle condizioni in cui versano le nostre “galere”, noi avvocati non possiamo accettarle, come operatori del diritto, ma prima ancora come cittadini dello Stato italiano. È di queste ore la notizia che il ministro Nordio sta costituendo una task force per far fronte all’emergenza carcere, riteniamo che questo sia solo un piccolo inizio perché l’ordinamento penitenziario merita una riforma più approfondita e organica, tuttavia visto quello che si sta verificando non possiamo che sottolineare per l’ennesima volta “ora basta” non possiamo attendere ancora».
«Il carcere ha ancora, certamente, una funzione necessaria in una società. Certo è che sarebbe necessario – dichiara l’Avv. Chiara Benedetti – che il carcere non fosse più un luogo dove rinchiudere persone senza dare loro alcuno scopo se non quello di trovare il modo di uscire il più velocemente possibile, forse anche per tornare a delinquere. Credo che sia interesse di tutti i cittadini sapere che chi commette un reato ed entra in carcere può affrontare un percorso di “riabilitazione” e risocializzazione che lo porterà, una volta libero, a non commettere più reati ma anzi a contribuire con il proprio lavoro e le proprie attitudini personali al benessere della collettività. È necessario investire non solo nelle strutture, per rendere accettabile la permanenza in carcere, ma anche in figure educative, di mediazione culturale e sociale, in percorsi formativi e professionalizzanti. Ma questo non sarà mai possibile fino a che non si avrà una cultura sociale sul carcere, fino a quando il carcere sarà considerato “la pattumiera” della società e chi vi è detenuto solo uno scarto che deve stare lontano da tutti e da tutto, senza avere contatti con il mondo esterno».
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