Frankenstein Junior – 40 anni dopo

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1974-2014. Quarant’anni sono passati dalla creazione – termine più appropriato non potevo scegliere – di Frankenstein Junior, quarto lungometraggio del regista Mel Brooks. Il Cinema Arsenale di Pisa, dopo aver dedicato uno spazio apposito nel periodo estivo alla versione restaurata della “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone, presenterà a fine settembre, in occasione della notte dei ricercatori  la pellicola più famosa di Mel Brooks, ovvero “Frankenstein Junior”.

Nato a New York nel 1926 come Melvin Kaminsky, cresciuto negli ambienti cabarettistici e del piccolo schermo, Brooks approda sul grande schermo nel 1968 con la regia di Per favore non toccate le vecchiette (The Producers, Mel Brooks, 1968) e nel 1970 con Il mistero delle dodici sedie (The Twelve Chairs, Mel Brooks 1970). Le due commedie, la prima d’impianto teatrale e la seconda più avventurosa, si distinsero per l’approccio comico-farsesco e per trattare in modo parodistico, rispettivamente, Hitler ed il comunismo.

Passano quattro anni e Mel Brooks firma il suo più grande successo al botteghino con Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles, Mel Brooks, 1974) dove gioca, per la prima volta, la carta della parodia a tutto tondo. In questo caso ad essere parodiato è il genere western portato al successo internazionale da personalità come Howard Hawks, John Ford, Fred Zinneman e John Wayne.

Nel medesimo anno, raffinando la propria vena parodistica, gira e scrive insieme al suo attore feticcio Gene Wilder, Frankenstein Junior, una delle parodie horror più famose nella storia del cinema d’intrattenimento. Con un budget di quasi 3 milioni di dollari, Brooks riesce ad azzeccare ogni aspetto utile a far elevare e dare un senso filmico alla parodia.

Innanzitutto va registrata la scelta di girare in bianco e nero: un b/n che si ricollega a una precisa scelta filologica del regista e non a una scelta artistico-visiva come poteva essere quella di Rusty il selvaggio (Rumble Fish, Francis Ford Coppola, 1983). Dalle soluzioni messe in campo da Brooks si intravede come l’obiettivo finale della pellicola sia quello di rifarsi organicamente alle atmosfere dei film di Frankenstein degli anni ’30, al capostipite diretto da James Whale e al Il figlio di Frankenstein (Son of Frankenstein, Rowland V. Lee, 1939).

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Quando nei titoli di testa ci viene presentato, all’altezza dell’autore del soggetto,  il nome di Mary Shelley, capiamo immediatamente che Brooks vuole farci divertire utilizzando la classica regola della parodia, ovvero rispettare il plot originale della storia, dar spazio a tutti i clichés dei film di paura, filmare delle scene in pieno climax emotivo per poi puntualmente destrutturarle e guidarci alla risata: basti pensare a quando viene presentato il laboratorio di Victor Frankenstein con una lenta inquadratura e una musica ossessiva. Tutto quello che poteva essere considerato pauroso viene spazzato via dal dialogo che segue. Frederick: “è schifoso e cade a pezzi”. Igor: “bah, non so, riverniciato, con qualche fiore, un paio di cuscini vivaci…”.

Il successo del film è reso possibile in primis da un cast ben amalgamato, infatti la coppia formata dal dottor Frederick Frankenstein (Gene Wilder) ed il servo Igor (Marty Feldman) è ipnotica, comica, ridicola allo stesso tempo e soprattutto da una messa in scena funzionale e intelligente: funzionale perché Brooks riesce a dare credibilità sia alle scene di paura – ad esempio il montaggio in dissolvenza tra il disegno che Igor fa della creatura e l’impiccato, oppure il laboratorio di creazione dove sono stati utilizzati degli strumenti originali usati nei film degli anni ‘30 – sia alle scene comiche realizzate con fondali pseudo-cartonati (come quando il dottor Frankenstein di ritorno dal cimitero incontra il poliziotto) che assumono il valore di quinte scenografiche costruite per un teatrino dell’assurdo.

Le trovate comiche vanno oltre l’aspetto visivo e assumono valore parodistico anche i dialoghi ben adattati (e modificati in maniera funzionale all’idioma) nella versione italiana dal direttore di doppiaggio Mario Maldesi, un personaggio poco ricordato (è scomparso nel 2012) ma che ha reso immortali i doppiaggi italiani di pellicole di valore come Alien, Ghostbusters, Guerre Stellari, Blade Runner, senza dimenticare gli ultimi cinque film di Stanley Kubrick.

La versione che verrà presentata al Cinema Arsenale darà a Frankenstein Junior la possibilità di essere apprezzato sia da una platea di appassionati sia dalle giovani generazioni che potranno godersi in sala un grande esempio di comicità.

Tomas Ticciati

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