Birkenau e il cibo come strumento di morte

Birkenau l’esperimento di una dieta che accellerava la morte

Quest’anno, nel 71° anno dalla liberazione di Auschwitz, celebriamo anche noi della sezione cucina di Tutto Mondo il mese della Memoria. L’argomento è senza dubbio tra i più delicati, dunque tenteremo di scendere in campo sfoderando tutta la nostra empatia e sensibilità.

Il campo di Auschwitz, inaugurato nel 1940 nel terreno di un ex complesso militare polacco nei pressi di Oşwiecim, fu soggetto dopo il 1941 ad un vasto ampliamento denominato poi Auschwitz II – Birkenau. Il provvedimento venne preso in conseguenza della conferenza di Berlino-Wansee dove fu decretata la Soluzione Finale della questione ebraica, camuffata successivamente con il nome di “reinsediamento ad est”. Come è tristemente noto, sotto il comando di Adolf Eichmann, furono immediatamente organizzati i convogli che, da tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich, che trasportavano il carico umano verso il nuovo ed organizzato centro di sterminio massivo.

Birkenau 2

Dapprima si procedette alla soppressione dei detenuti tramite esecuzioni massive per fucilazione, privazione di viveri e lavoro estenuante, poi, in seguito all’affluenza di detenuti frutto del crescente numero di territori occupati, furono sperimentati nuovi metodi. Nel giro di poco più di un anno furono utilizzate circa seicento pratiche di uccisione tra le quali la somministrazione di cibo avariato o derivato da prodotti nocivi.

Nel campo fu stabilito un laboratorio medico dove si sperimentavano tali metodi in scala ridotta, per poi essere espansi ad una parte della popolazione del lager.

Il processo era molto semplice, addirittura rudimentale, come spiega il primario chirurgo delle SS Heinz Thilo nella sua autobiografia. A Birkenau, infatti, si assisteva a due facce nettamente contrapposte del somministrare la morte; mentre da una parte venivano impiegate le più sofisticate tecnologie del tempo, come le famigerate camere a gas, dall’altra si infliggeva la morte per mezzo di rudimentali esperimenti medici o, più semplicemente, punizioni corporali.

Zentralbild Vernichtungsmethoden der deutschen Faschisten in den Konzentrationslagern. Die Leichen der Häftlinge werden vom Verbrennungskommando mit besonders angefertigten Zangen in Verbrennungsöfen gehoben.

L’argomento è in verità molto vasto, per questo noi ci soffermeremo ad analizzare le tecniche con le quali fu perpetrata la morte per mezzo della somministrazione di cibo dopo il processo di annullamento identitario.

Il processo di annullamento dell’essere trovava il suo inizio nel luogo di origine. Il Centro di Sicurezza del Reich, denominato RSHA e capeggiato da Reinhard Heydrich, aveva diligentemente studiato le strategie atte a far scomparire, nel silenzio generale, ogni traccia degli ebrei. Veniva estesa l’intera legislazione razziale di Norimberga al paese occupato e da qui, una volta presa coscienza del comportamento del popolo riguardo agli ebrei, si estrapolavano le restrizioni. Gli ebrei venivano quindi reclusi in quartieri sigilllati  dal veneziano, ghetti – che fungevano a dividerli totalmente dalla popolazione locale. I ghetti divenivano vere e proprie città con tanto di istituzioni proprie, come lo judenrat, che fondamentalmente fungevano da organo fantoccio atto a dar speranza agli ebrei di avere una sorta di voce in capitolo, il tutto però si assolveva in un nulla di fatto. Una volta che Eichmann aveva organizzato i convogli gli ebrei venivano fatti salire su vagoni piombati e trasportati, per giorni senza cibo né acqua, verso i centri concentrazionari di assegnazione. Qui si procedeva alla loro selezione secondo la condizione fisica al momento dell’arrivo. In sostanza, se un prigioniero dava la parvenza di essere estenuato veniva considerato inabile al lavoro ed immediatamente spedito nelle camere a gas. Secondo stime attendibili il settanta per cento di ogni convoglio finiva gassato. Naturalmente è necessario non dimenticare che le stime devono essere fatte sulla base della provenienza di ogni convoglio. Prendendo Auschwitz, in Polonia, detenuti provenienti da località dagli inverni rigidi, come la Slesia, avevano più probabilità di sopravvivenza mentre i detenuti mediterranei erano soggetti ad una mortalità maggiore.

Coloro che non avevano speranze di sopravvivenza erano donne con i bambini, anziani e disabili che, infatti, costituivano la parte più consistente di quel settanta per cento che veniva spedito nelle camere a gas immediatamente.

KZ Auschwitz, Einfahrt

Tra il 1942 e il 1944 a Birkenau si uccidevano diecimila persone al giorno, dunque i tempi di attesa per le camere a gas erano lunghi ed estenuanti. I crematori lavoravano ininterrottamente e le camere a gas, studiate per un numero massimo di cinquecento persone, arrivavano a contenerne millecinquecento. Per adempiere al problema dell’attesa e dunque del sovraffollamento vennero costituiti dei blocchi appositi per donne e bambini che venivano lasciati morire senza una goccia d’acqua o una briciola di pane. Nel giro di pochi giorni però, si constatò che la vittime private di ogni sostentamento impazzivano divenendo violente, si pensò quindi che sarebbe stato necessario indebolirle fino alla morte. Il dottore delle SS Heinz Thilo, assieme ad un gruppo di collaboratori, studiò una dieta atta a far comparire la dissenteria che, nelle condizioni di Birkenau, portava inevitabilmente alla morte. In particolare il dottor Thilo descriveva così il suo esperimento:

“…Le cause immediate [della dieta], come sapete, sono praticamente chiare. Si prende una persona, una donna o un bambino, gli si fanno fare due o tre settimane di viaggio in un vagone piombato pigiati insieme con duecento persone. Poi la si porta qui, ad Auschwitz, la si mette in baracche che fino a poco tempo fa servivano da stalle per le vacche, la si nutre soltanto con un po’ di pane fatto di farina di castagne selvatiche, con margarina estratta dalla lignite, trenta grammi di salsiccia di somaro scabbioso (questa è la razione reale del campo, settecento calorie). Il tutto innaffiato da mezzo litro di zuppa d’orzo e ravizzone, privo di sale. Dopo quattro o cinque giorni compare inevitabilmente la dissenteria e, dopo al massimo un mese, la donna o il bambino muore…”.

Dunque, quanto possiamo estrapolare da questa descrizione così cinicamente dettagliata, non è soltanto la volontà degli aguzzini di perpetrare lo sterminio, ma è la dimostrazione di quanto questa volonta si espandesse realmente a tutti gli ambiti della vita del detenuto, tentando di ucciderlo in qualsiasi cosa egli facesse.

Auschwitz

La dieta per coloro che lavoravano, invece, era diversa ed era costituita da un surrogato di caffè alla mattina e da una gavetta di brodo di verdure con due fette di pane nero alla sera, il tutto accompagnato da una scodella di acqua piovana. In tutto cinquecento calorie somministrate a lavoratori che ne avrebbero necessitate più di duemila. Tutto questo, chiaramente, era minuziosamente studiato per far sì che il detenuto non sopravvivesse più di un mese e mezzo.

La prova di come tutto fungesse da alimentatore per Auschwitz, come una fabbrica di morte, è la stessa alimentazione dei prigionieri. Rudolf Hss, comandante di Auschwitz fino al 1945, appunta nel suo diario che le ceneri degli ebrei venivano utilizzate per concimare i terreni dai quali si ricavavano le derrate per i prigionieri. Ecco come funzionava a Birkenau, tutto era atto al suo funzionamento.

La nostra sezione di cucina comprende in gran parte l’arte del Gourmet, ma questo mese abbiamo ritenuto doveroso mettere in luce come il cibo fu messo in atto anche per fini criminosi. Questo è il nostro modo di ricordare, nel mese della Memoria, tutte le vittime della persecuzione razziale perpetrata dal regime nazista, questo vuole essere il nostro omaggio.

Chi non ricorda la storia è condannato a ripeterla” – Edmund Burke (blocco 11 del campo madre di Auschwitz).

Nicola Di Nardo

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