Sogni di cartapesta – la Ragione Insidiata

È un ricordo vago e, nello stesso tempo, ancora molto vivo per le tante suggestioni che ci animarono nella creazione del programma che, dopo una serie infinita di incontri con Riccardo Bozzi e Roberto Scarpa, decidemmo di intitolare LA RAGIONE INSIDIATA.

Da pochi anni avevamo la direzione del Teatro di Pisa e all’entusiasmo del periodo si unì anche la sfida: “dovete creare un progetto che metta in discussione la cultura di questa città”.

Ce l’aveva detto proprio il Sindaco di Pisa, Luigi Bulleri, e francamente il motivo politico di quella scelta l’ho solo immaginato perché non ce lo disse mai. Probabilmente la necessità di segnare un passaggio netto tra anni di sonnolenze accademiche e borghesi e ciò che si respirava in quel periodo: un sapore fresco di rinnovamento culturale, quasi come se Gramsci e Pasolini avessero davvero preso in mano la bacchetta di direttori d’orchestra di una comunità in mutazione.

Le idee uscivano una dopo l’altra, tutte guizzanti e provocatorie: il banco dei baci, la casetta di Hansel e Gretel fatta di pasticcini da mangiare in Corso Italia per il giovedì grasso, la Torre di Mino Trafeli in Piazza Garibaldi, la Casa dei Travestimenti a Palazzo Lanfranchi e Sogni di cartapesta, una azione teatrale itinerante all’ultimo piano del palazzo sui lungarni, proprio sopra l’equipe di truccatori e costumisti che. ai piani di sotto, noleggiavano gratuitamente costumi di grandi sartorie teatrali e truccavano i volti dei pisani in base a un’idea di Carnevale completamente diversa da quella che si era vista fino allora.

Le idee uscivano una dopo l’altra, tutte guizzanti e provocatorie: il banco dei baci, la casetta di Hansel e Gretel fatta di pasticcini da mangiare in Corso Italia per il giovedì grasso, la Torre di Mino Trafeli in Piazza Garibaldi, la Casa dei Travestimenti a Palazzo Lanfranchi e Sogni di cartapesta,

una azione teatrale itinerante all’ultimo piano del palazzo sui lungarni, proprio sopra l’equipe di truccatori e costumisti che. ai piani di sotto, noleggiavano gratuitamente costumi di grandi sartorie teatrali e truccavano i volti dei pisani in base a un’idea di Carnevale completamente diversa da quella che si era vista fino allora.

E poi spettacoli, col gran ballo al Teatro Verdi liberato dalle poltroncine di platea per dar posto all’Orchestra di Vienna, i danzatori classici en travesti del Ballets Trockadero di Montecarlo, la parata del circo con tanto di elefanti sui lungarni e il luna park, con giostre storiche e altri baracconi in Piazza dei Cavalieri, proprio accanto alla Scuola Normale.

Ognuno di noi avrebbe curato alcuni appuntamenti e io, principalmente, pensai a Sogni di cartapesta. L’idea mi venne leggendo un libro di Emanuele Luzzati, disegnatore e scenografo di grande prestigio che in quelle pagine raccontava tutto il suo stupore nel vagare tra i magazzini Rancati di Milano, un’attrezzeria teatrale in cui, ancora oggi, puoi trovare qualunque oggetto necessario agli allestimenti scenici: troni, fucili, sedie a rotelle, fontane, gabbie, scalinate e ogni arnese venuto in testa a qualche scenografo o artista per opere liriche, tragedie, commedie, balletti ma anche film e produzioni televisive. Scaffali e scaffali di meraviglie accatastate tra stoffe pregiate e ferraglie di ogni tipo. Con Luzzati decidemmo di farne una mostra vivente, suddivisa per sale, come se fosse una sorta di bazar sugli archetipi teatrali più noti. Ideammo uno spazio immaginifico del viaggiare tra oriente e occidente, con tanto di sfingi egizie, una sala dell’infanzia, la stanza del potere, una camera d’amore, il luogo delle guerre fino a creare uno spazio del tutto fantastico dedicato all’astronomia e alle scienze. Gli spettatori venivano accompagnati nel viaggio da un gruppo di giovani attrici e attori, in parte della mia compagnia e in parte studenti, amatori e giovani universitari. Il viaggio veniva guidato da un vecchio attore napoletano molto noto in quegli anni: Pietro De Vico, straordinario per la poesia ironica di ogni suo gesto. De Vico aveva lavorato come spalla comica con attori grandissimi come Totò. Fabrizi ed anche come attore drammatico con Edoardo. Era molto generoso e, oltre alla bravura professionale, mi regalò tantissimi insegnamenti rispettando però il mio ruolo di regista nonostante la mia giovane età e l’inesperienza d’allora. Identico affiatamento mi legò ad Emanuele Luzzati che, lasciandomi totalmente libero di costruire il percorso drammaturgico attraverso un collage tra brani lirici e piccoli monologhi, si dedicò all’allestimento con una passione inaspettata. Ricordo le bambine che danzavano nella stanza dell’infanzia, la catasta di troni messi uno sopra all’altro che quasi raggiungeva il soffitto del palazzo e il tentativo di Emanuele di rendere meno cruda l’immagine della Carmen che avevo proposto per la stanza della lussuria: una allieva attrice completamente nuda sdraiata su un letto con baldacchino tra le note famose del canto d’amore di Bizet. Ricordo anche, sempre su quell’episodio, lo scalpore che fece ai visitatori la vicinanza con quella nudità e perfino il manifesto di protesta che fu affisso in città contro quello scandalo a firma di un partito oppositore.

In quei giorni si respirava un clima di euforia contagiosa, forse nella consapevolezza d’aver creato un evento d’arte molto particolare che, ricordo, accese sulla nostra città i riflettori di molte riviste e telegiornali ma, soprattutto, di una gran parte di cittadini felici di scoprirsi culturalmente partecipi e vivi di qualcosa che, almeno a Pisa, non si era visto mai.

Con Riccardo Bozzi, Roberto Scarpa, Manrico Ferrucci, Maria Valeria Della Mea, assieme a Paolo Donati e a molte altre persone di cui ora non ricordo il nome, abbiamo davvero condiviso una visione che, temo, oggi sia perduta: quella di una città di provincia che sa produrre arte e cultura fuori dai canoni dell’omologazione, emergendo dalla marmellata insipida della convenzione non per un vezzo narcisistico ma per la necessità di esprimere forme d’arte vitali. Capaci di imporsi alla routine e, soprattutto, di superare l’opportunismo politico e culturale che ammorba gran parte della vita cittadina negli ultimi decenni.

Il carnevale della Ragione Insidiata è stato ricordato al Teatro Verdi a giugno 2024

Credit foto: MariaValeria Della Mea

Alessandro Garzella
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