Carlo Boccadoro, un compositore alla guida dei Concerti della Normale

Carlo Boccadoro, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Oltre ad essere uno dei compositori più in vista della scena musicale contemporanea, non solo italiana ma anche internazionale, dotato di un’intelligenza vivace e curiosa, è anche un esecutore completo. Ma Carlo Boccadoro è molto più di questo: artista nel vero senso della parola, divulgatore ed eminente studioso di musica contemporanea, scrittore di praticamente qualunque cosa possa riguardare la musica, dalla saggistica alla narrativa per l’infanzia. Sono quindi onorato di potergli rivolgere alcune domande, in particolar modo attorno alla sua recente nomina a direttore artistico del prestigioso festival I Concerti della Normale.

Carlo Boccadoro


Prima di parlare della sua futura carica di direttore artistico dei Concerti della Normale, direi che è quasi d’obbligo parlare dei Sentieri Selvaggi, l’ensemble da lei fondato e presente nelle passate edizioni del festival (nonché nell’attuale). Dalla fondazione nel 1997 l’ensemble si è imposto sulla scena musicale italiana e internazionale e dal 1998 è regolarmente ospite delle stagioni di prestigiose istituzioni – ad esempio Teatro alla Scala di Milano, il Teatro Regio di Torino, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Biennale di Venezia –  o di importanti festival, come il Sacrum Profanum di Cracovia, lo SKIF Festival di San Pietroburgo o il Bang On A Can Marathon di New York. Si può ben dire che l’ensemble abbia una precisa finalità artistica, se non addirittura sociale.
«Credo che qualsiasi progetto artistico che dura da vent’anni, con successo, abbia una finalità artistica e sociale: nel caso di Sentieri selvaggi si tratta di far conoscere le partiture scritte nella nostra contemporaneità a un pubblico che troppo spesso non ha la possibilità di ascoltarle in sedi istituzionali o nelle stagioni concertistiche più tradizionali».

La sua musica è particolarmente eclettica, in una continua evoluzione e interazione con universi musicali esterni alla “musica colta”, ad esempio con il jazz. Questo eclettismo si ritrova anche nello spirito che anima i Sentieri Selvaggi e nelle loro collaborazioni con alcuni dei maggiori compositori viventi, da Philip Glass a Fabio Vacchi, da Michael Nyman a James McMillan. Qual è il progetto o la collaborazione che ricorda con più affetto?
«Ricordo con affetto tutte le collaborazioni artistiche che ho avuto; con alcuni compositori sono anche amico a livello personale da molti anni e questo è stato un arricchimento ulteriore per il mio lavoro e per la mia vita.
Nel caso dei lavori che scrivo credo che il termine “eclettico” sia sbagliato; questa parola fa sempre pensare a qualcosa di furbo, alla moda. Preferisco parlare di “curiosità”. Mi interesso di musiche diversissime tra loro e cerco di individuarne (ed eventualmente riallacciarne) i fili comuni che esistono tra loro».

Sentieri Selvaggi


Guardando a una carriera come la sua, viene da domandarsi se questa sua predilezione per una musica fortemente sperimentale e aperta alle contaminazioni stilistiche non abbia suscitato critiche di una certa parte dei musicisti contemporanei, in particolare di altri compositori.
«Certamente le critiche, anche molto ostili, non sono mancate. Io però non mi curo affatto delle critiche altrui, quindi il problema non si pone».

Date le passate collaborazioni con il festival, questo per lei è quasi un ritorno a Pisa. Che ricordo ha della città?
«Sono stato qui a dirigere “Sentieri selvaggi” due anni fa, ed ero rimasto troppo poco in città per averne un’impressione poco più che superficiale. Ultimamente, invece, vengo spesso a Pisa e la trovo una città  ricca di bellezza e di forti potenzialità per il futuro».

I Concerti della Normale: cosa ha significato per lei in passato questo festival e cosa significa oggi?
«I Concerti della Scuola Normale sono una delle stagioni più prestigiose d’Italia (e non solo). Tutti i musicisti che conosco vorrebbero venire a suonare qui!  C’è davvero un grande rispetto per questa stagione concertistica sia da parte del pubblico che degli artisti, e credo che questo sia il risultato dell’ottima programmazione artistica realizzata dai direttori artistici che mi hanno preceduto.
È per me un grandissimo onore essere stato scelto dal rettore Vincenzo Barone per continuare a proporre idee all’interno di una stagione così importante».

Tornando per un momento sul concetto di «eclettismo», viene naturale richiamare alla mente la sua poliedricità: compositore, pianista, percussionista, direttore d’orchestra, saggista. Sarà l’eclettismo la parola d’ordine delle prossime stagioni dei Concerti della Normale?
«Come dicevo non amo questa parola (e nemmeno le “parole d’ordine” in generale): la prossima stagione sarà dedicata a un pubblico curioso e con la mente aperta.
Programmi che tengano assolutamente conto della grande tradizione classica che questa stagione ha sempre coltivato, ma che guarderanno anche al nuovo, ai giovani esecutori e non solo ai “grandi nomi”. Il filo che lega i Concerti deve essere unicamente quello della qualità delle proposte artistiche, non quello di stupire a tutti i costi».

Quando nacque il festival nel 1967 per volontà dell’allora direttore della Scuola Gilberto Bernardini, la rassegna concertistica era rivolta quasi esclusivamente agli studenti della Normale per poi espandersi gradatamente nel tempo fino ad arrivare alla data odierna in cui non solo coinvolge alcune delle maggiori istituzioni cittadine e accoglie pubblico addirittura extra regionale ma è diventato un festival concertistico di rilievo nel panorama musicale nazionale. Secondo lei è possibile un’ulteriore evoluzione del festival?
«Un festival si evolve naturalmente attraverso gli anni e confido che anche sotto la mia direzione questo possa continuare a verificarsi, ma naturalmente a decidere questo saranno gli ascoltatori e gli abbonati».

lfmusica@yahoo.it

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