Focus su Simone Giusti e Pulp

Alla scoperta di Pisa Connection di Simone Giusti

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"Il buongiorno si vede dal mattino. E la buonasera? La serata di Jimbo era cominciata davvero male. L’astinenza l’aveva colto nel bel mezzo d’un amplesso con Fatjona, una prostituta grassa (e albanese) che prestava servizio su un camper scarcassato nel sottopasso della ferrovia, a mezzo chilometro da Migliarino pisano".

Simone Giusti, classe 1977, nato a Pisa, laurea in archeologia medievale, è innanzitutto uno scrittore. E’ nella scrittura che prende vita la sua inesauribile creatività; una creatività che lo conduce a lavorare come sceneggiatore e più recentemente come regista, e a dedicarsi con passione al mondo della narrativa.

Questo mese io e Tomas vi parleremo del lavoro di Simone tanto nel mondo delle storie cinematografiche (http://www.tuttomondonews.it/focus-simone-giusti/)quanto in quello della carta stampata, in un ritratto a tuttotondo che aspetta solo di essere letto.

Ed è proprio di un suo libro che voglio parlare. Edito da Marchetti Editore, Pisa Connection è una storia in vero stile pulp, un’ Odissea urbana attraverso una Pisa losca e clandestina, i cui personaggi ti trascinano con loro nel vortice della storia.

Ma ora, Signore e Signori, è giunto il momento di lasciare la parola a Simone e alla sua Pisa Connection.

PULP è la nuovissima collana di Marchetti Editore , curata da Simone Giusti. Genere che conosce un stagione felice, soprattutto nel cinema, ma non ancora così diffuso nella narrativa italiana. Da dove viene l’idea di una collana pulp?

Pagine ruvide come l’essenza del pulp. Quel che conta sono le storie. Violenza, sesso e soprattutto nessuna censura. Una collana a caccia dei migliori autori per raccontarci la nostra società libera dai fiocchetti del perbenismo e dell’illusione

L’idea è nata per caso (tante cose ganze nascono senza averle premeditate, poi ti rendi conto che le volevi già, solo che la voglia non era arrivata all’Io cosciente e dunque non lo sapevi). È successo quando parlai con Elena Marchetti, titolare di Marchetti Editore , dell’idea di far uscire al Pisa Book Festival, un romanzo pulp pisano. Le dissi però che non doveva uscire così, da solo, ma serviva qualcosa attorno a lui… Una collana! (Ecco che l’idea ce l’avevo già, solo non l’avevo ancora percepita). E poi il resto è venuto da sé nei successivi dieci minuti di conversazione. La collana doveva riportare in auge un genere poco sfruttato, un genere che si era imposto negli anni Novanta qui da noi coi cosiddetti “Cannibali”, che il cinema di Tarantino ha reso famoso con “Pulp fiction” più di vent’anni fa, ma che affondava le radici all’inizio del secolo scorso (anche se va persino più indietro), quando Frank Munsey fondò una rivista che doveva raccogliere storie senza censura, con roba di genere spinta al massimo, sesso, violenza e tutto quello che si voleva, e la rivista la stampò su carta della peggior qualità, carta che ingialliva perché fatta con la polpa del legno; ed è appunto dalla polpa del legno che nacque il termine “pulp”.Scopo della collana è andare a caccia di scrittori coi “controcoglioni” (perdonami il termine, ma siamo pulp). Scrittori che avrebbero l’esperienza e la stoffa per essere dei big ma che per il momento non ce l’hanno ancora fatta a farsi notare dalle grosse case (e noi in un certo senso ne approfittiamo). Daremo al pubblico tre o quattro storie l’anno, tutti romanzi brevi, tutti al costo di dieci euro, tutti con una copertina riconoscibile e diversa da tutte le altre copertine in circolazione: basata sulla locandina cinematografica e dai colori vivaci, tanto per rimanere in estetica pulp. Il secondo numero sta per uscire, meno di due mesi e arriverà.

“La vicenda è più importante della carta” scriveva Frank Munsey, fondatore della rivista Pulp magazine e inventore del tipico formato delle riviste pulp.Come è nata l’idea della storia di Jimbo, tossico pisano alla ricerca disperata di una dose, all’ombra di un città minacciata dal terrorismo e in fermento per il vicino comizio del presidente del consiglio?

L’idea nasce da lontanissimo, nasce da una serata tra amici ormai poco meno di vent’anni fa. Nasce dal gioco di ruolo, Cyberpunk, (che mi appassiona fin da quando è arrivato in Italia) e da un’avventura e un personaggio immaginato da un amico. Poi a quel personaggio ho dato un nome che avevo sentito in giro (Jimbo era troppo forte, lo dovevo usare) e alla fine è venuto fuori lui, il Jimbo di Pisa connection, un tizio di corporatura esile, consumato dalla metanfetamina, biondo (ma di capelli ne ha ormai pochi), con la maglietta rossa smanicata con la croce pisana e la scritta sulla schiena “Boia dé. Ti vo ner caapranzi”. E una volta che avevo l’eroe non ho fatto altro che aspettare che il mondo attorno a lui prendesse vita. La lettura di un saggio delle edizioni CentoAutori sulle mafie straniere (Mafie. La criminalità straniera alla conquista dell’Italia) è stata illuminante (ci sono cose qui attorno a noi che nessuno oserebbe immaginare), l’ambientazione pisana è stata una goduria. Infine l’aggiunta del classico “elefante nella cristalleria” con la storia del Presidente del Consiglio che tiene un discorso alla Nazione in una Pisa, blindata e paranoica coi terroristi in agguato, è stato l’ultimo tassello che ho immaginato per raccontare una storia ritmata e accattivante, ma che andasse al di là del testo e fosse metafora di qualcos’altro… che non svelo. Le metafore non si dicono mai, vengono fuori da sole (e non cercatela, la metafora non si trova, ti arriva).

Pisa Connection

Ingrediente importante della storia, una sorta di marchio di fabbrica, sembra essere Pisa e la pisanità. Che peso riveste la città nella vicenda del libro?

La città ha un peso fondamentale. Certo, la storia poteva essere ambientata a Roma, Torino, Milano, New York, ma io sono pisano, conosco bene angoli, dialetto e mentalità di una città che Jimbo conosce come le sue tasche. E dunque, solo con Pisa e grazie a Pisa potevo dare a Jimbo quella cosa che serve per un romanzo così, coatto e vero, e cioè la terza dimensione, quella che fa sembrare le cose reali, che ti fa girare per la città e credere che il fatto che hai letto in Pisa connection sia vero, magari è successo ieri, magari succederà. Ci sono diversi lettori che mi hanno scritto privatamente dicendomi che sono convinti d’aver incontrato Jimbo, chi alla Stazione, chi al Giardino Scotto di sera. Jimbo è un personaggio, Jimbo non esiste, ma se leggi il romanzo Jimbo ti entra nella mente e ovunque ti volti Jimbo c’è.

I personaggi della storia, penso al poliziotto, alla prostituta Fatjona, al russo spacciatore Alexei (solo per citarne alcuni) appartengono al mondo dell’invenzione narrativa ma sembrano anche l’amplificazione di una realtà esistente a Pisa, come altrove, e di cui sembriamo spesso non accorgerci. Quanto c’è di vero in Jimbo e nel microcosmo che gli ruota attorno?

Tutti i personaggi sono inventati… ma esistono davvero. Con questo voglio dire che tutto, anche il fantasy, poggia le basi sulla realtà. Alexei non esiste, ma tizi come Alexei ci sono in giro e le storie che Alexei racconta, quelle sulla mafia russa, per esempio, sono storie vere. Due carabinieri come Loscuro e Ocaccamaro non li ho mai incontrati, ma ho incontrato tutori dell’ordine che avevano parte di quelle caratteristiche lì, solo che io ho fatto un taglia e cuci e poi un bel condensato. Ed è così che è nato il brigadiere Rudy Galan detto Loscuro. Loscuro ad esempio ha il fisico di uno della municipale di Iseo (l’ho visto e sentito parlare per davvero), il soprannome di un altro che non posso rivelare (pena: l’arresto!), e un modo di pensare cattivo che è il modo di pensare di chi forse non sarebbe cattivo ma è la vita che l’ha reso così. Loscuro nasce mescolando stati d’animo, persone, pensieri, dialoghi e cose che da qualche parte ho letto o magari ho sentito una volta in un bar, per poi dar forma a una persona che fosse del tutto vera. In quanto a Fatjona, lei è il personaggio che più si avvicina a una persona che esiste davvero. La sua storia è ispirata a una testimonianza di una prostituta (una delle tante che ho letto per documentarmi prima della stesura), ma potrebbe essere la storia di tutte le donne che la sera vediamo lungo i bordi della strada. Dietro quella parlata buffa, piena d’inflessioni straniere, e la faccia che tenta di essere sorridente (e a volte sgarbata), dietro tutto ciò c’è una storia orribile che volevo raccontare per far scoprire ai lettori la verità. E poi, in quanto alla Pisa balorda e pericolosa che descrivo, cito Alexei che l’accento russo non l’ha ancora perduto: “Guardati intorno? Vedi forse Pisa che conoscevi da bambino”.

La storia, a tratti surreale, una vera e propria Odissea urbana, sembra rimettere le sorti di un’intera città nelle mani di un tossico pronto a tutto per di non saltare la sua dose. Credi davvero che i fili delle nostre vite siano dipanati, non solo dietro i tavoli del potere, ma anche da personaggi tutto sommato mediocri e ai limiti della società?

In parte è così. Vedi, in questo momento ci sono tanti tizi con la cravatta che stanno pianificando il futuro, e ce la mettono tutta, e hanno anche grandi poteri, come le tv, i giornali, ma il mondo è pieno di variabili e anche se ci mettono il massimo impegno alla fine gli sfugge qualcosa. E allora la storia prende direzioni che non s’aspettavano. “Mannaggia” dicono, e quella che doveva essere una soluzione è diventato un problema. Il mondo è un alveare troppo complicato da gestire, un’azione, una decisione, una variabile impazzita può portare a risultati diversi da quello atteso. Jimbo in Pisa connection ha il ruolo della variabile inaspettata. Cambia, sì, le carte in tavola, ma alla fine siamo davvero sicuri che la storia sia andata diversamente da quanto pianificato dai tizi con la cravatta che dicevo prima?

Leggendo le pagine di Pisa connection, ho intravisto diversi riferimenti al mondo del cinema (come l’amore dell’ appuntato Salvatore Scognamiglio per il cinema americano). Una firma d’autore, visto il tuo lavoro nel mondo della pellicola?

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Adoro il cinema. Il cinema è stata la mia prima passione. Quando ho iniziato a scrivere non immaginavo romanzi, immaginavo film. La sceneggiatura ce l’ho nel DNA, la struttura delle storie mi viene automatica. Il cinema è una goduria… O meglio, era. Era perché, addentrandomi nel mondo del cinema, mi sono reso conto che lì ci sono tantissime variabili e alla fine il prodotto che realizzi non è del tutto uguale a come lo volevi (magari anche meglio, ma diverso da come l’avevi immaginato). Solo nel romanzo l’autore ha il pieno controllo di ogni minuscola fase della produzione. Sei lo sceneggiatore, sei il regista, a te il compito di far recitar bene gli attori (se scrivi male spetta a te migliorare), e poi hai un budget illimitato, puoi fare, disfare, modificare e intervenire come neanche la Disney insieme alla Lucasfilm e tonnellate di programmatori di effetti digitali potrebbero fare (tra parentesi, io odio gli effetti digitali fini a se stessi). E dunque, in questa fase matura della mia vita, adoro molto di più un romanzo che un film. Ma visto che l’amore giovanile non si scorda mai, forse è per questo che parlando dei film amo rivedere i vecchi successi piuttosto che le ultime uscite (negli ultimi vent’anni ci sono pochi film che sono entrati nella mia corteccia cerebrale, uno è Death sentence) Ma tornando al cinema, amo Carpenter su tutti, perché lui fa genere ma è anche d’autore, perché ti fa divertire raccontandoti storie magnifiche, horror, grottesche e d’azione, e nel frattempo ti dice un sacco di cose che ti entrano dentro e ti cambiano il modo di pensare. E poi adoro Raimi (e Bruce Campbell che è un mito) e i massimi eroi d’azione degli anni Ottanta, Stallone, Swarzy, Norris, Seagal e tutti gli altri avventurieri-picchiatori. E poi amo Oliver Stone, Walter Hill, senza scordare gli italiani, primo tra tutti Sergio Leone. Ecco, è a quel cinema lì che mi sono ispirato per dar vita a Pisa connection ed è a quel cinema lì che appartiene l’idea della collana PULP (a partire dalle copertine che sembrano locandine di film).

Stile asciutto, ruvido e senza censure, in pieno spirito pulp. Pensi che una narrativa più diretta, meno edulcorata e politically correct possa essere una scelta vincente?

Credo fortemente nel flusso di coscienza, nella focalizzazione interna dei personaggi e nella scrittura istintiva (ma poggiata su una scaletta pianificata a tavolino) e non manieristicamente decorata. Insomma, la scrittura deve evocare, deva farti sentire subito, a pelle, come pensa il personaggio, cosa vede, cosa fa, deve farti sentire se quel che dice lo pensa veramente o sta fingendo, e lo deve fare facendoti credere che il palcoscenico dove si muove sia un mondo vero e che oltre l’orizzonte ci sia davvero una terra che continua, e un mare, e un universo. Per questo i miei personaggi parlano come mangiano e anche la voce narrante spalleggia con loro. Perché oltre a divertire, la narrazione deve essere vera.

Lo scooter aveva scoppiettato gli ultimi spasmi di vita lungo i marciapiedi di Borgo largo. Scuotendolo, Jimbo s’era accorto che la benzina era finita. Si ritrovò così a vagare tra piazza Garibaldi e il lungarno ciondolando il capo e scalciando tutti i sassi che trovava. 

Prossimi progetti in ballo per la collana Pulp?

Il secondo numero di PULP uscirà a fine marzo. Sarà un romanzo in parte molto diverso da Pisa connection (la storia avrà come protagonista un ragazzino), ma avrà da una parte la scrittura ruvida e cattiva degna d’un pulp, dall’altra scenderà dentro la storia funzionando fin dal primo rigo come una sorta di aspirapolvere super-potente capace di risucchiare la mente del lettore dentro il mondo che la storia sta narrando. Per far questo servono grandi scrittori (sembra facile, ma non lo è, ve l’assicuro), e per il numero due abbiamo puntato su una scrittrice dalla penna potente: Yuri Leoncini. Il terzo numero sarà un road-movie (sì, hai capito bene, “movie”), una storia che più pulp non si può, ambientata nei primi anni Ottanta nel nostro Paese. L’autore è Nicola Pera, altra penna potente. Uscirà a giugno. Il resto c’è, ma è presto per parlarne.

E invece cosa ci dobbiamo attenderci prossimamente dal tuo lavoro?

In questo momento sto lavorando a diverse cose contemporaneamente. Ma tra tutte ne ricordo tre. Anzitutto una drammaturgia (che diventerà anche un romanzo) che è stata costruita insieme agli attori e al regista (Pietro Malavenda) che stanno lavorando settimanalmente al corso di Marchetti Editore “Personaggi in costruzione”. La storia si chiamerà “Le bestie” e parlerà del mondo in cui viviamo.

Poi c’è il progetto “Evoc” che deve andare avanti (ormai mancano gli ultimi due episodi). Sto ultimando la sceneggiatura della quarta puntata che gireremo a fine primavera, come sempre a Calcinaia, il comune che c’ha sempre dato una mano. (I primi due episodi sono su Youtube, tra poco anche il terzo. Per saperne di più, c’è sia il sito internet “Evocfilm”, sia la pagina fan di Facebook).

Infine, sta per partire un bellissimo progetto con bookabook, il primo portale italiano per il finanziamento dal basso di un libro. La squadra di bookabook è fatta da professionisti del settore, selezionano pochissimi romanzi l’anno da lanciare in rete a caccia di denaro per esser pubblicati bene. Vedi, per arrivare dove si conta qualcosa ci sono due possibilità. O presenti la cosa giusta al momento giusti alla persona giusta (più unico che raro) e allora ce la fai, oppure devi farti notare per mole di libri venduti (ed è ancora più unico che raro). Ebbene, bookabook ti dà un’altra possibilità, punta sulla qualità di un testo e ti supporta per diffonderlo per bene. E finora i pochi libri che hanno scelto li hanno tutti pubblicati e buona parte ha fatto il salto di qualità.Tra pochi giorni infine partirà la campagna per il mio “Portland – la città dei dannati”, un noir d’azione vestito da western (per certi versi molto pulp), vissuto tutto in una notte in una città cupa e malfamata dove se la notte ti appare buia, è solo perché non hai ancora visto il sottosuolo.

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Biancamaria Majorana

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