Dalla Terra alla “Land Art”

Alla scoperta della Land Art

Nel corso degli anni ’60 del Novecento molti artisti cominciarono a sperimentare un’idea diversa dell’arte, che avvenisse fuori dai musei, dalle gallerie e dal circuito artistico. L’artista cominciò ad evadere dai luoghi antropizzati per esplorare zone sperdute dove la sola natura regnava sovrana con i suoi paesaggi ora marini, ora desertici. Luoghi isolati, dimenticati, modificati dal lento susseguirsi delle stagioni e degli eventi atmosferici: l’artista veste così i panni di un viaggiatore consapevole del fatto che, una volta arrivato nell’ambito d’un sito naturale, si lascerà suggestionare da esso per la sua opera, che diventa – in questo – una traccia impressa sul mondo.

Le prime manifestazioni di questo genere vennero alla luce proprio alla metà degli anni ’60 in un contesto culturale largamente influenzato dal dibattito ecologico e dalla necessità di prendere in considerazione il rispetto della natura e dell’ambiente. Stiamo parlando di Land Art o Earth Art un’arte che riguarda la terra e la usa per realizzare le proprie opere. Anche se si tratta sostanzialmente di una forma di «arte concettuale» (perché si parte sempre dall’idea, ed è il concetto a prevalere sull’oggetto) tuttavia raccoglie le esperienze più varie.

Gli «Earth artists» combinano forme naturali, scolpiscono varianti di forme nella terra che richiamano idealmente quelle primitive degli antenati, e il trascorrere del tempo è un agente attivo che pian piano finisce col modificare tali forme. L’approccio dei «Land artists» – fra cui ricordiamo Heizer, Long, Smithson da protagonisti assoluti – si pone in aperta polemica nei confronti della commercializzazione dell’oggetto artistico, mentre condivide totalmente un ideale avverso all’industrializzazione crescente ed ormai totalitaria di quegli anni cruciali.

La Land Art scopre – e riscopre – terre selvagge e sconfinate soprattutto degli Stati Uniti, prendendo come materiale principe proprio la terra e valutando le infinite possibilità dello spazio reale. Sebbene si consideri un’arte contro il mercato dell’arte, è anche vero che non può sottrarsi interamente ad esso: le fotografie di questi lavori sono state infatti esposte nelle gallerie di mezzo mondo e sono divenute celebri. Per non dire che le prime opere di Heizer e Smithson furono largamente finanziate dalla proprietaria di una prestigiosa galleria di New York. Con la Land Art spazio, tempo e arte entrano in comunione. L’immaginario moderno si arricchisce dei primi segni dell’espressione umana. Di qui l’applicazione moderna della spirale insieme a cerchi o zig- zag: le prime forme di questo tipo risalgono, com’è noto, a 17000 anni fa incise su armi d’osso, dipinte nelle caverne, successivamente trovate su megaliti o nei labirinti di terra presenti negli habitat di molte «culture».

La fortuna della spirale nel contemporaneo si ricollega all’opera Spiral Jetty di Robert Smithson (1970), esempio celeberrimo di Land Art. È una spirale fatta di terra, basalto nero e calcare, lunga 450 metri che prende lo slancio da una sponda del Grande Lago Salato. Smithson voleva porre l’accento sulla delicata situazione del sito, invaso dai rifiuti e perciò consegnato al degrado solo dopo il fallimento di un progetto per l’estrazione del petrolio. L’artista fu particolarmente affascinato dall’osservazione al microscopio dei cristalli di sale e da un microrganismo che conferisce all’acqua del lago il suo caratteristico colore rosa scuro: la forma a spirale nacque così da queste speculazioni. La Jetty di Smithson, proprio come l’artista aveva previsto, sta oggi progressivamente scomparendo inghiottita nelle acque del lago.

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R.Smithson, Spiral Jetty, Great Salt Lake, 1970

La macroforma a spirale continuò ad interessare altri progetti su vasta scala come Desert breath (Il respiro del deserto), progettato e realizzato tra il 1995 e il 1997 in una zona vicino al Mar Rosso dallo studio D.A.ST. Team.

D.A.ST. Team nasce nel 1995 ed è formato da tre artiste donne: Danae e Alexandra Stratou e Stella Costantinides, rispettivamente scultrice, industrial designer e architetto. Sono state coinvolte per collaborare all’installazione nel sito desertico di quest’opera enorme: 100.000 mq su terreno sabbioso e un diametro di 450 m. In quest’opera a partire da un unico centro si conciliano due forme a spirali intrecciate, formate da volumi conici in «positivo» e in «negativo» di diverse dimensioni. Le tre artiste notarono che sotto l’azione del vento la sabbia si raccoglieva alla base delle piante in una forma a cono: la scelta dei volumi conici per costruire le spirali nasce quindi da questa semplice considerazione autoptica. Durante la realizzazione delle spirali, i coni sono stati scavati grazie all’impiego di specifiche macchine movimento terra e creati dal più grande al più piccolo: l’effetto è impressionante e sublime. Il centro da cui partono le spirali nasce invece da una riflessione su quel che manca nel sito desertico, cioè l’acqua: da qui la vasca circolare che occupa il cuore del disegno. Desert breath è un’opera di capitale importanza, anche perché tutta la sua vita, dopo i giorni in cui fu creata, venne documentata con fotografie e riprese, insieme a tutti i mutamenti e le trasformazioni dei suoi elementi costitutivi. Quello che lo spettatore avverte è un senso di estremo isolamento e inaccessibilità, ma anche il senso armonioso del naturale processo di creazione e distruzione.

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D.Stratou, A. Stratou, S. Costantinides, Desert Breath, 1997

Alla Land Art dobbiamo un occhio di riguardo anche per la sua influenza sul mondo dell’architettura contemporanea dei paesaggi, e sui progetti di parchi e giardini.

Una meditazione sulla natura e sulle forme curve, zizgaganti e ondulate fu alla base del progetto che Charles Jencks, architetto e teorico del postmodernismo, mise a punto insieme alla moglie Maggie Keswick (scomparsa nel 1995, studiosa e massima esperta di giardini cinesi) per un parco sulle colline della Scozia sudoccidentale. Il completamento di quest’area verde – ricca di elementi che riguardano teorie complesse e suggestive come il Feng Shui – è avvenuto nel 2000, ma per Jencks il Garden of Cosmic Speculation vive in continua evoluzione, tanto che lui tornò anche successivamente ad aggiungere, migliorare, modificare il progetto. È evidente l’interesse nei confronti della geomanzia cinese, che prende le mosse dalla teoria taoista per individuare le zone relative ad acque, colline e montagne che fossero portatrici del ch’i, spirito vitale della terra. Jencks – come nel vecchio slogan di Richard Neutra – sostiene che in natura le linee sono curve e attribuisce allo studio del cosmo un valore creativo d’imprevedibile ricchezza.

Cosmic speculation

C.Jencks, Cosmic speculation

Osservando la sala da pranzo della propria abitazione, Jencks si lasciò ispirare per il progetto del Garden of Cosmic Speculation: forme ondulate ed assenza completa di elementi retti, lineari, in quel vano di casa. Il parco è particolarmente interessante perché viene a crearsi una collinetta a spirale di 15 metri. Si tratta anche qui di due spirali che s’incontrano solamente nel punto alto, mentre all’esterno si trovano sentieri discendenti e ascendenti. Prossimo alla piccola montagna a spirale si trova un terrapieno lungo 120 metri, Il serpente. I giardinieri sono impegnati, soprattutto in certi periodi dell’anno, in un lavoro di conservazione che richiede estrema perizia. Ogni area del DNA and Physics Garden, uno dei giardini che formano il parco, trae la sua origine idealmente dalla struttura a doppia elica del DNA e, sebbene Jencks modifichi periodicamente l’area, l’organizzazione progettuale di base rimane fissa: essa richiama i cinque sensi comuni, cui si aggiunge un sesto inteso come tutto femminile, l’intuito. Il senso della vista è costituito da una versione ridotta della collinetta a spirale, provvista d’un vano interno decorato alle pareti da strisce bianche e nere. In alto, un’apertura con la lettera M che nelle giornate di sole produce un’ombra: omaggio e ricordo per la defunta moglie Maggie. Il parco, in generale, è destinato a suscitare percezioni giocose, ma per la finezza con cui venne ideato provoca anche spunti di riflessione sul mondo, ed era questo probabilmente l’intento dell’autore. Il pubblico che visita il Garden viene così invitato a vivere un’esperienza nuova che può farsi estrosa ed unica anche nel semplice sedersi su una panchina, specialmente quando si tratta della panchina «galattica» a sette spirali di color grigio-azzurro di Charles Jencks.

 Virginia Migliorini

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