L’omaggio di Vecchiano ad Antonio Tabucchi

Il 25 marzo 2012, a Lisbona, moriva lo scrittore Antonio Tabucchi

 

Mi capitò di introdurre la cerimonia di saluto ad Antonio Tabucchi cinque anni fa al teatro Olimpia di Vecchiano. Quest’anno l’omaggio vecchianese a Tabucchi è stato centrale. Dopo Firenze e Genova, poi Siena, l’omaggio più grande si farà a settembre alla Fondazione Feltrinelli. Si è chiamato Per Antonio, appuntamento con Tabucchi, il tema sotto traccia era Tabucchi e il viaggio, gli appuntamenti sono stati tre: Maria Cristina Mannocchi e La trama dell’invisibile, sulle tracce di Tabucchi; Paolo di Paolo e Michela Monferrini e il loro diario di viaggio ricco di fotografie Cercando Tabucchi; Rua da Saudade 22, un lungo e appassionato documentario a cura del Dottor Cardoso. Mi è capitato di introdurre il lungometraggio e di presentare il libro omonimo insieme ai due curatori Riccardo Greco e Diego Perucci. Entrare in quel teatro nella giornata che ogni anno il Comune, con molto merito, organizza per Tabucchi – giovedì 23 marzo – è sempre una grande emozione. Abbiamo introdotto il video e presentato il libro con una amichevole discussione. Eccola.

(foto di Fabrizio Sbrana)

 

Riccardo Greco è stato allievo e amico di Antonio Tabucchi all’Università di Siena, professore a contratto di Letteratura portoghese e brasiliana, ha fondato la Vittoria Iguazu Editora, una piccola casa editrice che ha pubblicato il libro tratto dal documentario. Che ricordo hai di Tabucchi? Che cosa ti ha dato?
R.G. «Come in parte già accennato nell’intervista contenuta nel presente volume, la mia storia di studente si intreccia fittamente con il rapporto di amicizia che Tabucchi aveva con mio padre, così, quando andai a Siena per studiare, mi ero già fatto qualche idea sulla sua personalità, oltre ovviamente ad aver già iniziato a conoscere, come lettore, i suoi lavori su Pessoa. Seguirlo a Siena è stato per me scegliere un maestro, una scuola, secondo un approccio allo studio che un tempo forse era più diffuso e che oggi invece è sempre più raro, almeno nelle materie umanistiche. Mi riferisco al fatto che un ragazzo di diciannove anni possa individuare una strada che lo appassiona e decidere di batterla senza distrazioni e per molti anni, venti nel mio caso. Tabucchi aveva un grande charme accademico, perché aggiungeva al rigore filologico con cui maneggiava la letteratura, una sensibilità e una profondità di interpretazione che rendevano uniche e suggestive le sue lezioni. Ricordo, in particolare, quelle su Pessoa e Guimarães Rosa. Si usciva con la sensazione di essere cresciuti e anche, diciamo, con le “antenne alzate”, cioè stimolati a cogliere nella realtà che ci circonda aspetti che prima ignoravamo. Ciò, ovviamente, partendo dalla letteratura, ma con insegnamenti utili anche per approcciarsi alla vita con maggiore consapevolezza. Adesso posso ricordare con serenità il periodo della tesi di laurea e poi di dottorato, ma al tempo non è stato per niente facile. Tabucchi era molto severo e conduceva sul mio testo un lavoro interminabile di correzione, che non di rado mi imponeva di ripartire da capo vanificando, a mio avviso, giornate di lavoro. Insomma, un calvario per uno studente, ma oggi che lavoro nell’editoria non posso che ringraziarlo per il rigore che mi ha trasmesso».

Diego Perucci collabora a diversi blog, ha cominciato a concepire questo lungometraggio documentaristico nel marzo 2012 quando aveva da poco concluso la tesi di laurea magistrale su Fernando Pessoa e ha realizzato Rua da Saudade 22 insieme al gruppo Dottor Cardoso. Come ti è venuta in mente l’idea di girare questo lungometraggio? Che difficoltà hai incontrato?
D.P. «Non ho mai conosciuto Tabucchi di persona, ma attraverso i suoi libri, in particolare Un baule pieno di gente. Stavo preparando la tesi di laurea su Fernando Pessoa e a partire dal poeta portoghese ho iniziato a indagare lo scrittore vecchianese. L’idea del documentario nasce quindi dai miei studi, per poi svilupparsi nell’arco di questi anni in un progetto di ampio respiro, costituito da molte interviste, ventotto per essere precisi, e da molte tappe, come Siena, Vecchiano, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Roma, Genova, Piadena, Parigi e Lisbona. Le difficoltà non sono state poche, dovute a molti fattori, di organizzazione, di tempo, ma quello che ci è stato restituito da tutti i contributi che ci sono stati dati, dalle persone che abbiamo incontrato, ha di gran lunga ripagato ogni sforzo».

 

Come vi è venuta in mente questa idea del libro? Perché avete ritenuto necessaria questa trasposizione su carta di ciò che appare sul video?
R.G. «Potrei sbagliarmi, ma credo che inconsciamente sia io sia il regista Diego Perucci sapessimo che quel materiale prima o poi avrebbe chiesto di avere altre vite oltre al video. C’è tanta letteratura dentro a quelle interviste, tra quelle riflessioni e quei ricordi. Dev’essere la componente letteraria che ha deciso di superare lo schermo per diventare un libro».

Rua da Saudade a Lisbona esiste davvero, ma c’è un particolare tabucchiano: il numero civico 22 non c’è. Diego, ce lo vuoi chiarire?
D.P. «Rua da Saudade esiste, ma il numero civico 22 no. Nella finzione letteraria compare nel romanzo Sostiene Pereira, ma nella realtà la celebre via di Lisbona non lo riporta. In una delle interviste del documentario ci è stato raccontato che molto probabilmente Tabucchi faceva riferimento alla casa di un suo amico, lo scrittore Alexandre O’Neill, che viveva al numero civico 26, in un appartamento ai piani alti, dal quale si gode una vista completa del fiume Tejo. Ci è parso un titolo azzeccato sin da subito, un titolo che rendeva bene quell’aspetto tipico della letteratura tabucchiana per il quale la realtà si fonde con la fantasia».

Sotto il nome Dottor Cardoso insieme a Diego Perucci ci sono Samuele Mancini e Matteo Garzi. Perché vi siete riuniti in questo personaggio? Perché avete scelto il dottor Cardoso?
D.P. «Di medici nei romanzi e nei racconti di Tabucchi ce ne sono diversi, e sono quasi sempre figure importanti, nel bene e nel male. Dottor Cardoso, che compare in Sostiene Pereira è sicuramente il più importante di loro, sostenitore della affascinante teoria della confederazione delle anime. Un personaggio fondamentale nel tessuto dell’opera, con lui Pereira si rende conto della sua trasformazione, del suo essere bloccato in una inutilità sociale, del fatto che la sua nuova essenza debba ancora essere espressa. Grazie a lui, e ad altri personaggi altrettanto importanti, Pereira arriverà alla piena consapevolezza, e a compiere quindi un atto di libertà e di giustizia molto significativo. La bellezza e la forza del personaggio Dottor Cardoso ci hanno spinti a fare nostro questo nome».

Amici, artisti, scrittori, professori, studenti, traduttori raccontano un pezzetto della vita di Antonio, ne fanno una biografia corale, in loro si risveglia un ricordo per qualcosa che hanno ricevuto. Che figura di Antonio Tabucchi esce da queste immagini e dalle pagine di questo libro?
R.G. «Le figure coinvolte in questo progetto sono molte e assai diverse tra loro, così come gli aneddoti personali raccontati. Ci sono però degli aspetti ampiamente condivisi nel ricordare Tabucchi e credo che ciò dipenda dal fatto che era una persona molto coerente con le sue idee e molto schietta nei rapporti interpersonali. Così, in molti hanno elogiato la sua generosità, la convivialità, il piacere di fermarsi ad ascoltare le ragioni altrui, anche quando era già un grosso nome e gli impegni mondani lo tartassavano. Hanno insomma colto, a vari livelli, la sua grande umanità, che poi si riflette ovviamente anche nell’immagine pubblica che si ha di lui: l’impegno civile, la sua passione per l’insegnamento, la curiosità e il rispetto per le altre culture che credo fossero alcuni pilastri del suo sentirsi cosmopolita».

D.P. «La pluralità delle voci che compaiono in questo documentario e nel libro descrivono un Antonio Tabucchi di volta in volta scrittore, professore universitario, amico intimo e generoso, polemista impegnato e con un grande senso civico e della giustizia. Un ritratto ricco di sfumature e sfaccettature intense e profonde, a volte inaspettate, un vero e proprio “baule pieno di gente”. Sicuramente emerge la figura di uno scrittore del quale questo paese, ma non solo, avrebbe ancora bisogno».

Quali differenze ci sono tra il documentario e il libro?
R.G. «Il materiale raccolto durante la preparazione del documentario è ricchissimo e sarebbe aumentato ancora di molto se i ragazzi di Dottor Cardoso non avessero ragionevolmente deciso di dare una prima scadenza alla loro ricerca, la quale, potenzialmente, poteva protrarsi all’infinito dando origine a moltissime ore di riprese. Allo stato attuale non so quanto girato ci sia nei loro archivi, ma so che al momento del montaggio sono stati selezionati dei passaggi ed esclusi altri. L’idea del libro nasce anche proprio dal desiderio di recuperare quelle parti di interviste che, per motivi durata, sono state omesse nella versione video. Abbiamo così mandato i testi originali agli autori affinché rivedessero le bozze, con preghiera di non modificare né la forma né il contenuto. Dopo c’è stata un’altra fase di montaggio, quella del volume appunto, per il quale abbiamo deciso di superare la formula domanda-risposta preferendo un’organizzazione tematica».

(foto di Fabrizio Sbrana)

 

Buio in sala. Il documentario comincia con il rumore di acqua e vento, si vedono due colonne su una spiaggia, un volo di gabbiani e, mentre si vede un giovane uomo con una vecchia valigia che prende un treno, si sente la voce inconfondibile di Antonio Tabucchi:

«Forse il viaggio può dare questa piccola saggezza, che tutto il terreno che noi calpestiamo è tutto in prestito, ecco non è vero che se stiamo sempre in un luogo quel luogo diventa nostro, non è che la pianta dei piedi fa diventare nostro quel terreno, tanto un giorno voleremo via, ecco diciamo così, comunque».

Solo questa sua voce, Tabucchi non compare mai nel documentario. Mi ha fatto grande impressione quando Anna Dolfi racconta della presentazione di un video su “Tristano e Tabucchi”, una produzione del 2003 per conto della televisione svizzera, uno strano film che non è facile vedere e che racconta la difficile gestazione di “Tristano muore”, questo romanzo a cui Tabucchi pensa da dieci anni e che non è sicuro di scrivere, per cercare di superare la sua crisi lo scrittore comincia a raccontare il romanzo a due registi, rendendoci partecipi del processo creativo. A un certo punto Anna Dolfi ha trascritto la voce di Antonio:

«Cari amici, mi giunge qui dove mi trovo il vostro messaggio e non capisco bene, o forse sì. È passato un po’ di tempo e io ora sono lontano e qui è notte e io guardo le luci della costa qui dove mi trovo. Insomma ora, beh, ora scusatemi, ma di più non saprei dire, e poi come capite non posso venire a farmi filmare, come ho accettato in altri momenti. Al massimo vi potrei mandare un nastro, ecco, una lettera orale, insomma la mia voce in mancanza di meglio[1]».

Sono passati cinque anni da quando Tabucchi se ne è andato, ma continua a esserci con i lettori; se ti muovi capita di trovare un libro di Tabucchi; per chi studia e insegue Tabucchi Vecchiano è inaggirabile, ogni anno arriva qualcuno da ogni parte del mondo che ci dice della sua tesi di laurea, dei suoi studi, delle sue ricerche su Antonio Tabucchi. La sua opera, tradotta in più di quaranta lingue, è destinata a crescere, la sua lezione è destinata a durare.

 

Ovidio Della Croce

[1] Rua da Saudade 22, interviste per Antonio Tabucchi, a cura di Diego Perucci e Riccardo Greco, Vittoria Iguazu Editora, marzo 2017, pag. 177; opera pubblicata con il patrocinio e il contributo del Comune di Vecchiano.

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