Quando la tossicodipendenza si vince col teatro sociale

FIRENZE – A Firenze c’è una compagnia che lavora sul territorio da quasi vent’anni e lo fa principalmente in relazione al teatro sociale. Gli attori Alessandro Fantechi e Elena Turchi, direttore artistico lui diplomatosi nel 1986 alla Scuola di Teatro di Bologna e coordinatrice psicologa-pedagoga lei, formatasi alla scuola di Orazio Costa, fondano nel 1998 Isole Comprese Teatro, con l’obiettivo di dar vita a una realtà culturale che ponga al primo posto il concetto di teatro come fenomeno sociale. La pratica teatrale è intesa dai due artisti e dalla compagnia tutta come mezzo fondamentale per raggiungere soggetti affetti da disagi psichici, fisici e sociali, con l’obiettivo di sviluppare in essi nuova consapevolezze e in chi gli sta intorno nuove competenze utili alla socializzazione. Il teatro di Isole Comprese è prima di tutto un teatro laboratorio, che fa dell’esperienza il primo passo necessario e ineludibile per dar vita a spettacoli e progetti di diversi tipo. La drammaturgia punta soprattutto sul linguaggio performativo e sulla scelta di prediligere non-attori, che possano arricchire il teatro con la propria personale esperienza. 

Tra le tante collaborazioni, tra cui si contano anche realtà importanti come la Compagnia della Fortezza all’interno del carcere di Volterra, Isole Comprese lavora fin dagli esordi con il CSP di Prato, Centro di Solidarietà che si occupa di problematiche legate alle tossicodipendenze. Insieme agli ospiti della Comunità terapeutica di Galceti e agli stessi operatori sociali, la compagnia porta avanti da vent’anni un laboratorio di teatro sociale che pone al centro il training teatrale come mezzo di conoscenza e approfondimento della propria personalità: «conoscenza e controllo delle proprie emozioni, motivazione di se stessi, riconoscimento delle emozioni altrui, gestione delle relazioni. Tutti coloro che partecipano al laboratorio teatrale condividono un progetto di cambiamento». Il teatro è qui considerato prima di tutto come opportunità di riscatto, come fenomento terapeutico: «recupera il suo legame con le origini di arte della guarigione rituale che avveniva attraverso rappresentazioni mitiche e simboliche».

Ma ciò che colpisce di questo teatro sociale è il fatto che il risultato di questi laboratori sia valente non soltanto da un punto di vista terapeutico, ma anche e soprattutto dal quello prettamente artistico. 

Ne sono esempio alcuni spettacoli messi in scena nel corso degli anni, in cui le vicende vengono raccontate attraverso il filtro degli stessi non-attori, in linea con la volontà di portare in scena non soltanto un personaggio immaginato, ma un personaggio che abbia con la vita reale un legame unico, un personaggio nato dalla stessa esperienza dell’attore/non-attore che lo interpreta. Cecità, spettacolo che si sviluppa sulla metafora del percorso di conoscenza verso cui ognuno di noi è obbligato a indirizzarsi per poter liberare e poter vedere davvero, Odissea in cui il viaggio di Ulisse diventa metafora di un viaggio esperienziale, o ancora Amleto, attualizzato attraverso il filtro delle vicende personali dei partecipanti.

Insomma gli spettacoli che risultano da questo laboratorio sono sempre arricchiti dalla consapevolezza che siamo di fronte a una messa in scena sicuramente non convenzionale, in cui la suddivisioni dei ruoli tradizionalmente intesa non è pratica contemplata ma, piuttosto, dà vita a un teatro in cui ogni certezza è ribaltata e lo spettatore si trova inaspettatamente di fronte a non-attori che, da veri protagonisti, riescono a dominare con potenza e piena consapevolezza il palcoscenico.

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