L’arte di Kapoor come ricerca filosofica

Alla Galleria Continua di S. Gemignano

“Descension” di Anish Kapoor 

Immagine2Entrando nella Galleria Continua, nel cuore di San Gimignano (SI), l’effetto è quello di attraversare una porta che ci discosta di un passo dalla realtà. Contrasto voluto, che parte dall’idea, dei tre creatori di questo progetto tutto italiano, (lo scorso dicembre la Galleria ha vinto appunto il Premio “Eccellenza Italiana” nell’ambito dei China Awards 2014) che rivoluziona il concetto di spazio espositivo, con sedi dislocate e caratterizzanti, come quella nelle campagne parigine a Les Moulins de Sainte Marie: per i suoi spazi sconfinati dona la giusta collocazione a grandi installazioni e dà la possibilità a chi non vive nel cuore di Parigi di poter accedere ai luoghi dell’arte anche in zone così rurali. Una politica di recupero architettonico quindi, di spazi lontani dai grandi centri o reinventati radicalmente. A queste si aggiungono una galleria a Pechino e l’ultimissima a Cuba.

Se poi la mostra che ci accoglie è di un artista come Anish Kapoor, che ha fatto della sua arte uno strumento per mettere in crisi la nostra percezione ordinata e razionale della realtà, le sensazioni che riuscirete a provare alla fine del percorso espositivo, saranno sconvolgenti.

La prima cosa che percepiamo è un suono lontano ma non troppo, che pare toccare qualcosa di profondo, un suono che risucchia, che ci porta negli abissi a dialogare con la parte più buia di noi stessi e poi risale, rifluisce, ridà il fiato: è la speranza che giunge in una maniera perpetua. La sacralità di cui sono pieni “certi” luoghi dell’arte, spegne la curiosità di sapere da cosa è prodotto questo suono costante e ci guida a continuare la visita.

Procedendo nelle sale, è chiaro sin da subito che il lavoro dell’artista anglo-indiano nato a Mombai, rientra a pieno titolo nell’arte contemporanea in grado di comunicare un serio messaggio allo spettatore, perché rispetta perfettamente i termini che, secondo il decalogo di Achille Bonito Oliva, una “vera” opera d’arte contemporanea dovrebbe possedere.

Quella di Kapoor infatti è l’opera che disarma, che massaggia il muscolo atrofizzato della nostra sensibilità. L’arte come forma, come inciampo a sorpresa. L’arte che riflette sul mondo, che si misura con tutto ciò che la società produce e consuma. Che si pone come rottura del linguaggio e dei codici della comunicazione, che irrompe tra le nostre consuetudini. Aggredendo anche il nostro corpo, distrugge e riforma nuovi modelli del vedere, del pensare e dell’agire.

Rompere schemi non basta, nello stato di insonnia del contemporaneo: l’opera deve aprire nuove porte, dar luce a nuove visioni. Ma una vera opera d’arte paradossalmente apporta un tentativo di ordine, temporaneo ma possibile. L’opera rappresenta un cosmos contro il caos dell’esterno: non fuga dal mondo, ma progetto dolce che si mette a confronto con il principio di realtà. Un’ arte responsabile, come la definisce Michelangelo Pistoletto. L’arte è la riserva indiana del senso, è come una forma di difesa, è la domenica della vita.

Riusciamo a ritrovare tutto questo in Kapoor, ci riusciamo perché prima di ogni cosa la sua è una forma d’arte vissuta e affrontata personalmente come ricerca filosofica. I temi di questa ricerca sono l’uomo e la consapevolezza di sé, la mente e l’esperienza delle cose che la circondano, l’universalità di tempo e spazio, dalle prime opere fino alle più recenti e monumentali sculture e installazioni.

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Quando arriviamo nella sala principale dell’ex cinema degli anni ’50, diamo una forma a quel suono che ci ha accolto non appena siamo entrati. “Descension”: un vortice d’acqua nera che pare svuotarsi nel nulla, nel centro della terra, dentro di noi. Una voragine dal diametro di 5 metri, che ci incanta, ci fa paura e ci attira, dà forza e non appena il gorgo rifluisce ce la toglie. I concetti di vuoto e buio, di “non spazio”, tipici di alcune installazioni dell’artista si riversano in noi e ci avvolgono interamente, attivando più sensi contemporaneamente.

Per tutta la vita ho pensato e lavorato ad un concetto secondo cui esiste più spazio di quello che stiamo vedendo. Ci sono i vuoti, e un orizzonte più ampio di quanto lo vediamo noi. L’essere umano fatica a comprendere ciò che non vede, il pensiero dell’infinito crea una sorta di disagio. È l’horror vacui che sta alla base del mito della caverna in cui gli uomini guardano verso il mondo esterno. Ma dietro a tutto ciò, esiste anche il problema opposto, affrontato da Freud, il fondo della caverna coincide con il vuoto dell’essere. (…) Nell’affrontare il problema del fondo della caverna, come lo chiamo io, è quasi inevitabile imbattersi nella religione. Lo scopo della rappresentazione astratta, per me come per molti altri artisti, coincide con il tentativo di andare all’origine di queste domande. E in fondo a queste domande c’è la coscienza, cioè una dimensione che la scienza non riesce a definire, ad afferrare compiutamente. L’ arte è proprio la via d’accesso privilegiata alla coscienza.

Ci sono alcuni artisti come Rothko per cui il colore è legato a una qualità oscura e Kapoor certamente appartiene a questa tradizione. E come Rothko si serve del buio per aggiungere spiritualità all’arte, Kapoor lo fa amplificandone le sensazioni. Non c’è niente di peggio dell’acqua nera, del buio liquido per farci avvertire un senso di paura, di smarrimento, di destabilizzazione. Ma se riusciamo a trovare il coraggio solo provando paura, ecco che entra in gioco una delle capacità più rilevanti e sorprendenti delle opere di Kapoor: quella di evocare contemporaneamente immagini e sensazioni doppie. Il frastuono è infatti simultaneamente spaventoso e vitale.

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Viviamo in un mondo dominato da forme antagoniste” – spiega Kapoor – “giorno e notte, maschio e femmina, giusto e sbagliato, in un processo inevitabile e continuo. Sono estremamente affascinato dal modo in cui un semplice oggetto possa chiamare alla mente tutti questi oscuri opposti. Il vortice è una forma, ma non lo è, è un buco ma è acqua; molte persone si chiedono anche se sia o meno un’opera d’arte. Credo che tutti questi interrogativi siano importanti perché diventano metafora della complessità del nostro presente che non è mai univoco.

La mostra sarà visibile fino al 5 settembre prossimo, in Via del Castello 11. Perché allora non farsi disorientare da questa visione distorta che ci offre Kapoor della realtà? Perché non dedicare un pomeriggio ad allontanarsi dall’ovvio? Che poi ovvio non è mai.

Viviamo circondati da troppe domande a cui di rado riusciamo a dare delle risposte, forse perché non abbiamo ancora cercato nel posto giusto, o perché non ci siamo posti le domande corrette. Se non altro l’arte dovrà pur “servire” a qualcosa, specialmente quest’arte contemporanea, che pare incomprensibile alla maggior parte dei fruitori di mostre e soprattutto ai non addetti ai lavori.

L’arte contemporanea si allontana dalla bellezza alla quale ha asservito per troppi anni, per diventare strumento di ricerca, affianco alla filosofia, alla storia, alla scienza, di tutto quello che ancora non ci è dato sapere.

Personalmente non ho ancora risposte, ma dopo aver visto le opere di Kapoor, credo di possedere le giuste domande.

Antonella Piazzolla

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