La voce del dolore

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La scrittura come strumento di cura

 

Proseguendo il nostro cammino all’interno della scrittura terapeutica, sono lieta di inserire il contributo di una persona, nonché amica, che si è occupata nel corso dei suoi studi e tuttora si sta occupando del significato della scrittura come efficace strumento di cura.

Francesca Pierotti, dopo la laurea in Scienze della comunicazione nel 2004, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Semiotica e psicologia della comunicazione simbolica presso l’Università di Siena. Cultrice della materia presso la cattedra di Semiotica dell’Università di Perugia, collabora con l’Associazione Mi fido di te di Palazzo Francisci di Todi, in attività di formazione, prevenzione e cura dei disturbi del comportamento alimentare, svolgendo anche gruppi di scrittura con i pazienti.

“Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi.

William Shakespeare

 

Attualmente il mondo occidentale si caratterizza per una forte crisi identitaria dei suoi abitanti dovuta a una convivenza di modelli sociali tra di loro spesso contraddittori ai quali adeguarsi che genera inevitabilmente crisi o, comunque, momenti di turbamento. A ciò si devono aggiungere tutte quelle difficoltà e traumi ai quali, purtroppo, non ci si può sottrarre, ma anzi, che richiedono un loro superamento in tempi decisamente più frenetici e immediati rispetto al passato, come nel caso delle malattie acute e croniche.

Tutti gli individui sembrano subire un’«urgenza narrativa» che li porta a rappresentare l’esperienza in forma di narrazione. A volte, la scrittura sembra dettata da un intimo e profondo bisogno, quasi da una necessità fisiologica. L’uomo avverte il bisogno di esprimersi in modo quasi biologico, in reazione al disagio collegato alla sua esistenza.

Grazie all’avvento del paradigma psicologico si è diffusa una nuova concezione di malattia, la quale non può e non deve essere considerata più separatamente rispetto a colui che ne è affetto, ma viene ritenuta una forma di comunicazione attraverso la quale il corpo comunica un disagio, una forma di espressione che, come messaggio, va decodificato. Molte ricerche hanno infatti evidenziato come alcuni disturbi psichici non siano causati dal trauma in sé, ma dalla mancata verbalizzazione dello stesso e delle emozioni a esso connesse.

La scrittura, attività centrale della vita dell’uomo, rappresenta un ottimo strumento di cura in quanto espressione e manifestazione della propria individualità, riducendo la fatica mentale necessaria a tenere lontano un evento ritenuto traumatico, o comunque doloroso o stressante, dal livello di coscienza.

 La scrittura va quindi intesa come uno strumento di promozione della salute da utilizzarsi in tutti quei contesti in cui si è fortemente esposti a situazioni di pericolo o che comportano una forte attivazione emotiva, capace di consentire un cambiamento di prospettiva. Grazie ad essa si può fare una “foto” della propria vita, fatta però  di parole, per capire bene dove ci si trova, ma anche da dove si proviene e, soprattutto, dove si vuole andare, consentendo quindi di modificare una rotta non appena si comprende che non è quella sperata. Cosa più importante di tutte, inoltre, è che quando un evento per noi traumatico viene finalmente svelato attraverso le parole, anche le emozioni che prima rimanevano bloccate con esso e continuavano a farci male vengono liberate e elaborate, consentendoci di lasciare andare l’evento stesso nel passato e ricollocarci nel presente senza il peso di qualcosa di irrisolto.

Il racconto può diventare un vero e proprio strumento di cura nel momento di cui rappresenta un mezzo di liberazione. L’autobiografia ci invita a guardarci indietro ma, allo stesso tempo, avanti se la viviamo sia come strumento di cura che come itinerario di continuo apprendimento. Raccontarsi permette anche di identificare quelle parti del proprio Sé che non hanno trovato lo spazio ed il tempo per essere vissute. Si può affermare quindi che noi non “scopriamo” noi stessi nella narrazione, ma piuttosto creiamo noi stessi nella narrativa.

 In generale, la scrittura va intesa come un atto trasformativo grazie al quale la sofferenza che inevitabilmente ci si trova a dover affrontare diventa utile, spinta al nostro cambiamento, per cui non la si deve inibire, ma occorre incoraggiare una sua manifestazione fino a che non rappresenta più fonte di dolore.

 Il principale scopo del narrare è quello di sviluppare e comprendere il “mondo interno” di ciascuno di noi per poter agire in quello “esterno”. A conferma di ciò, i risultati di alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che, attraverso la psicoterapia o discipline a essa affini, il nostro cervello aumenta la sua plasticità e flessibilità, in quanto abituato a riflettere sul senso di eventi e situazioni e, pertanto, attribuendo agli stessi significati diversi.

 Ciò è reso possibile grazie anche all’impiego della scrittura, attività in grado di produrre effetti benefici, sia psicologici che fisici, nei confronti di coloro che stanno attraversando situazioni stressanti, oppure addirittura eventi traumatici. Si tratta di uno strumento che, per la sua economicità e semplicità, può essere applicato in una molteplicità di contesti, da quelli scolastici nei diversi livelli e gradi, fino a quelli altamente più impegnativi e complessi come ospedali, centri di cura ma, in generale, in ogni struttura, istituzione e ambiente in cui possano nascere situazioni di problematicità, vale a dire qualsiasi contesto di vita.

 Non è richiesta una competenza specifica per l’impiego della scrittura: si tratta di uno strumento alla portata di tutti, ma non per questo meno efficace o valido, che consente di elaborare ciò che ciascun individuo vive come doloroso, traumatico o anche solo stressante e, per tanti motivi, caratteriali e non, si trova costretto, anche inconsapevolmente, a inibire.

 

Francesca Pierotti

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