Il buio e la luce. Nessuno potrà salvare Caravaggio

Il buio fosco e una luce improvvisa che lo squarcia, illuminando un volto, una stoffa, un oggetto. Corpi che si muovono nell’ombra, gesti concitati. Dall’alto, in un cerchio vorticoso di piume e lembi di stoffa bianca, avvolta dall’abbraccio di due angeli come in un nido, ecco la Madonna della Misericordia con il Bambino. Guarda in basso, in un cupo vicolo napoletano, dove si fa teatro l’uomo con le sue miserie, le sue paure e tutte le sue povere manchevolezze. Guarda uomini che cercano di alleviare il dolore e i bisogni di altri uomini, ma tutti sembrano soffrire, sia i bisognosi che i misericordiosi.

Le Sette opere di Misericordia. Particolare del dipinto

Infatti, lo sguardo di ogni personaggio di questa incredibile rappresentazione è comunque malinconico, e la sofferenza dell’esistenza terrena è uguale per tutti, sia per chi ha ricche vesti di seta che per chi è nudo. La vita è pesante sulla terra, e solo attraverso l’espiazione praticata cercando di lenire il dolore altrui potremo meritare la ricompensa celeste.

Dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, ospitare i pellegrini, visitare i carcerati, seppellire i morti, questo fanno i misericordiosi. Ma chi può consolare l’animo inquieto ed esacerbato di Michelangelo Merisi da Caravaggio, colmo di orgoglio e angoscia, allo stesso tempo toccato dalla grazia di un dono divino e incapace di liberarsi dalle bassezze terrene?

Niente e nessuno potranno salvare l’artista da se stesso: in lui tutto è tragico e grandioso, la trasgressione è viva e presente in ogni suo gesto sia artistico che umano. La sua capacità pittorica è incredibile, e la sua maniera di dipingere assolutamente nuova per il tempo, con i suoi neri unici, usati con forza spavalda, e la luce che taglia e accende ogni oscurità. La stessa luce che non riuscirà mai a illuminare del tutto la sua anima, dibattuta per tutta la sua agitata esistenza fra notte e giorno, peccato e grazia, allo stesso modo in cui la sua pittura nasce dalla lotta fra luce e ombra.

Caravaggio a Roma avrà frequentazioni fra le più alte, prediletto per la sua maestria da nobili e alti prelati, ma non vorrà mai sottrarsi alla sua predilezione per i bassifondi, dove frequenta bari e alcolizzati, diventa amante di prostitute e ragazzi, ed è sempre pronto alla rissa, con un coltello nascosto fra le vesti, colmo di invidie, risentimento e orgoglio mal celato.

Ragazzo con la cesta di frutta

Giunto dalla Lombardia in cerca di riconoscimenti nel 1592, nell’anno in cui viene fatto papa Clemente VIII, Caravaggio cerca protezione, commissioni e fama. Ne ha bisogno, sa quanto vale e vuole che il mondo se ne accorga. Roma in quegli anni stava si stava espandendo rapidamente, con la costruzione di nuove case, chiese e palazzi, anche se la città era ancora segnata dal tragico Sacco del 1527, e buona parte dei suoi abitanti pativano ancora la fame vivendo in condizioni miserabili, spesso in ripari di fortuna accatastati accanto ai lacerti archeologici che affioravano dal terreno, ricordi palesi della grandezza passata della città.

Anche i molti artisti che arrivano in città da tutta Europa vagano spesso in condizioni misere, in attesa di commissioni e di una gloria che a volte non sarebbe mai arrivata.

Quindi anche per un grande artista era imprescindibile trovare una protezione altolocata per riuscire sopravvivere, e Caravaggio la trova nella Marchesa Costanza Colonna, che già conosceva e ammirava il pittore essendo come lui giunta a Roma dalla Lombardia. La Marchesa gli trova asilo presso Monsignor Pandolfo Pucci da Recanati, amico della famiglia Colonna, che gli offre studio e asilo nel suo palazzo, lo riveste e lo nutre. Caravaggio però in questa situazione si sente quasi prigioniero, e cerca la vita vera nelle strade e nelle bettole. È solo dal basso che riceve gli stimoli per la sua pittura, avverte il bisogno di confrontarsi con la povertà, le miserie, corpi che si danno, figure consumate dalla sofferenza, risse e litigi, pianti, urli, e scontri con le temibili guardie papali: lui non è uomo da riverenze, da messe e pentimenti.

Nello stesso periodo conosce Mario Minniti, giovane pittore siciliano, che diviene suo modello e amante per lungo tempo. Minniti è il protagonista di alcuni dei suoi dipinti più famosi: è il languido Ragazzo con la cesta di frutta, che si staglia contro il fondo scuro con il cesto gravido di luce e frutti autunnali, le guance rosate dalla giovinezza, i riccioli morbidi e l’espressione invitante ed estenuata. Viene raffigurato due volte nel Concerto, dove al tempo stesso è il giovane che ci guarda con il liuto e il ragazzo di profilo con la faretra, il piccolo Eros di questo affollato dipinto tutto maschile. È il Ragazzo morso dal ramarro con le lacrime sul viso corrusco e il gesto femmineo del ritrarsi, si fa leggere la mano nella Buona Ventura, è il Suonatore di liuto dallo sguardo carezzevole, è il Bacco illanguidito e dalla carne piena degli Uffizi, che ci offe la coppa colma di vino rubino, è il ragazzo giovane illuminato dalla luce divina nella Vocazione di San Matteo.

La vocazione di San Matteo

Caravaggio nelle sue opere ricrea la vita vera, tutto palpita e ci coinvolge: è a noi che Bacco offre la coppa invitandoci al piacere, è per noi che il ragazzo suona il liuto, e siamo anche noi nella taverna dove avviene la vocazione di San Matteo, assistendo con identico stupore alla chiamata divina. Allo stesso modo osserviamo impotenti la flagellazione di Cristo, e siamo con gli apostoli a compiangere il corpo della Vergine morta adagiata su un nudo pianale, i piedi scalzi e la mano abbandonata. Infine, è per noi che Amore ride, tenendo in mano le frecce che prima o poi raggiungeranno il nostro cuore: Amore lo sa e impudico ci guarda con malizia, in una nudità tutta terrena.

Amor vincit omnia

Questo straordinario artista, capace di creare opere di potenza straordinaria e di far sgorgare dal buio immagini di una nuova sacralità, intensa e vicina all’uomo ma non per questo meno mistica, non riesce però a frenare la sua indole, e dopo il primo periodo trascorso in casa di Monsignor Pucci se ne va. Varie traversie e una continua insofferenza lo portano di nuovo a non aver nulla: vagabonda per le strade di Roma, si ammala e rischia di morire, ma di nuovo lo soccorre Costanza Colonna, che lo raccomanda al potente Cardinale Francesco Maria del Monte. Il Cardinale lo accoglie a Palazzo Madama, dove vive e ha fondato un circolo artistico frequentato da pittori, filosofi, poeti, musicisti. Per un certo periodo Caravaggio sembra aver pace, e dipinge per il Cardinale I bari e La buona ventura, il Bacco e La Maddalena penitente con i gioielli gettati a terra, e infine La Medusa, terrifica con lo sguardo allucinato.

Morte della Vergine, particolare

Caravaggio ha raggiunto il successo, è rivestito di sete e velluti, e il suo nome è osannato in tutta Roma. Per ammirare i suoi quadri si fa la fila, e molti artisti iniziano a imitarne la pittura. Ma una smania interna lo allontana ancora una volta dalla tranquillità e dalla sicurezza, e di nuovo in strada dopo varie avventure passa sotto la protezione del Cardinale Gerolamo Mattei. Neppure questo incontro però lo quieta, trascorre le sere nelle bettole dove si ritrovano gli artisti, litiga con Orazio Gentileschi, ed è sempre pronto alla rissa. Senza tenere mai a freno una lingua tagliente, subisce processi per diffamazione, e nel 1605 aggredisce un uomo. Così deve rifugiarsi per qualche tempo a Genova, dove per intercessione dei suoi protettori trova rifugio in casa di Mercadante Doria. Perdonato, ritorna a Roma e riprende la sua vita tumultuosa, dannandosi definitivamente il 28 maggio del 1606, quando per futili motivi uccide Ranuccio Tomassoni, protettore della sua modella Fillide Melandroni, che aveva posato per Giuditta e Oloferne e per Santa Caterina d’Alessandria. Con questo gesto efferato Caravaggio si rovina per sempre: nessun protettore infatti può evitargli una condanna, e il resto della sua vita sarà solo tempo di fughe e viaggi per sfuggire alla giustizia, o forse solo ai suoi demoni, che neppure il dono grandioso della sua arte è riuscito a esorcizzare.

La prima tappa di questa nuova vita errabonda è Napoli, dove dipingerà la magnifica pala delle Sette opere di Misericordia, e poi Malta, dove trova rifugio grazie all’aiuto di Costanza Colonna, il cui figlio Fabrizio Sforza è Cavaliere del Sacro Ordine dell’Isola. Qui viene ordinato Cavaliere d’Obbedienza, carica onorifica destinata a chi, pur non nobile, si distingua per meriti e pregi, e dipinge uno dei suoi quadri più foschi e drammatici, la Decollazione del Battista, che firma con il sangue che sgorga dalla testa recisa del Santo. Ben presto, però, resta di nuovo coinvolto in una rissa, e pur godendo della protezione del Gran Maestro dell’Ordine, Alof de Vignacourt, viene incarcerato. Riuscito a fuggire, raggiunge la Sicilia, e verso la fine dell’estate del 1609 arriva a Napoli, dove lo raggiunge la notizia dell’elezione del nuovo Pontefice, Papa Paolo V, da cui spera di essere graziato. Così si mette di nuovo in viaggio per cercare di tornare Roma, ma non vi arriverà mai. Muore a Porto Ercole il 18 luglio del 1610, per febbri malariche, o forse ucciso, e i suoi resti non saranno mai più ritrovati.

La decollazione di San Giovanni Battista

Di Caravaggio ci rimangono le carte dei suoi processi, le testimonianze dei suoi contemporanei, e i suoi dipinti, che raccontano la storia di un artista unico, che ha rivoluzionato la visione pittorica della sua epoca, raffigurando il sacro con un’intensità umana mai vista, dove niente è trasfigurato ma tutto è dolorosamente reale, e per questo ancora oggi ne rimaniamo turbati e affascinati.

 

 

Claudia Menichini
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One comment to “Il buio e la luce. Nessuno potrà salvare Caravaggio”
  1. non ci sono commenti quando il tutto è già detto
    I commenti possono risultare banali davanti a un artista di tale spessore che ha fatto dell’arte visiva
    La potenza dell’Assoluto nel piacere del pragmatismo culturale come emblema dell’Essere nell’Apparire.

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