I limiti della satira

Nella puntata dell’11 aprile 2001 di Satyricon, il programma in seconda serata di Daniele Luttazzi, partecipò come ospite Dario Fo. Luttazzi pose una domanda al premio Nobel: «Dario, che cos’è la satira?».

Fo rispose senza batter ciglio: «Posso dire che è un aspetto libero assoluto del teatro». Questa risposta contiene in nuce la risposta a un dilemma molto più vasto e complicato (comunque sottinteso dalla domanda di Luttazzi), vale a dire quali siano i limiti e le regole cui deve obbedire la satira. L’argomento è sempre stato largamente dibattuto, esattamente come oggi, non manca mai un casus belli atto a riaccendere la discussione: uno dei più recenti, per quanto riguarda il nostro Paese, è rappresentato dalle vignette pubblicate da Charlie Hebdo sul terremoto che colpì il Centro Italia nel 2016. Senza entrare nel merito del caso specifico che ci porterebbe fuori strada, in queste occasioni c’è sempre qualcuno che parla della necessità di mettere dei paletti anche alla satira, che ci sono argomenti che non possono essere toccati in ambito satirico (vuoi per un generico “senso di rispetto” o per una tutela nei confronti della morale evocata sempre secondo convenienza e quant’altro); in alternativa, se non è l’oggetto della satira a causare scandalo, il problema può essere costituito dal linguaggio adottato: è piuttosto frequente udire frasi come «bisognerebbe moderare/limitare/evitare certi termini», in altre parole l’idea di contenere la satira si affaccia spesso. Questo è proprio il fenomeno che ha portato alla nascita della satira, un atteggiamento di rigidezza che viene scardinato con questa esplosione liberatoria: in altre parole è la possibilità di rompere gli schemi, uscire dai canoni e dalle convenzioni, il tutto mascherato con una risata. 

Pensando a questo si trova anche la risposta a una domanda: la satira ha dei limiti? Sì, quelli imposti dall’uso che se ne intende fare, ogni imposizione esterna è indebita. Il limite della satira rappresenta un tasto molto delicato nel nostro Paese, in particolare da vent’anni a questa parte: prima degli anni 2000 la satira vera, quella coi denti affilati, era molto più diffusa di quanto non lo sia oggi, anche in ambiente televisivo, dopodiché è stata sempre più osteggiata, vista con insofferenza. In principio fu l’ukase bulgaro, l’anatema che Silvio Berlusconi scagliò il 18 aprile 2002 contro tre figure riprovevoli che si annidavano nei postriboli della televisione pubblica: «L’uso che Biagi… Come si chiama quell’altro? Santoro… Ma l’altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga». Inutile dire che la RAI fu epurata da Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, individui di certo depravati e corrotti. È sintomatico il fatto che Berlusconi allora si accanì in modo particolare contro Luttazzi che all’epoca conduceva – appunto – Satyricon. Perché?

I fatti oggi sono liberamente consultabili da chiunque: Satyricon si era già attirato diverse critiche da parte della classe politica che lo tacciava di volgarità, ma quando Luttazzi osò toccare in prima persona il (ormai ex) Cavaliere qualcosa si ruppe. La pietra dello scandalo fu la celebre intervista a Marco Travaglio, Luttazzi fu querelato per diffamazione da Berlusconi, Mediaset, Fininvest e Forza Italia con una richiesta di risarcimento pari a 41 miliardi di lire, causa che fu poi vinta da Luttazzi. Da quel momento l’ingerenza politica sulla televisione si è fatta sempre più serrata, arrivando ai giorni d’oggi in cui la satira sostanzialmente è bandita dalla televisione. Esatto, neanche Crozza conta: quella non è satira. Quello che è ammesso attualmente è qualche siparietto comico in cui si ride di questa o quella figura politica, ma non si superano mai determinati canoni. Questo dimostra un fatto molto semplice: il potere della risata fa paura. In un momento storico come il nostro (e per momento storico si intende da una ventina d’anni a questa parte) in cui si dà sempre maggior peso alla pancia del popolo, in cui si cerca di guidarlo in virtù di avidità, odio e impulsi sessuali, la satira è obiettivamente pericolosa. È difficile dimenticare il clamoroso successo di Vieni via con me, un contenitore eterogeneo in cui trovava spazio anche l’elemento satirico (infatti fece storcere più di un naso), difatti il programma – nonostante sia la trasmissione di Rai 3 più vista di sempre, con uno share medio del 31,60% nell’ultima puntata – non è mai stato rinnovato.

Ma cosa ha, dunque, di tanto pericoloso la satira? Semplicemente la sua capacità di dimostrare che niente e nessuno è intoccabile, neanche la fede è risparmiata: la Chiesa, Dio, l’Islam e persino il Comunismo. Questo è il pericolo, non il fatto che con la satira si possa anche informare: l’informazione è un elemento, ma non quello essenziale. Spesso si tacciano i comici satirici di faziosità, ma la satira è faziosa, non potrebbe essere satira altrimenti. Si dice che si possa far satira anche senza essere scurrili, senza la trivialità, ma questo può essere un componente fondamentale in quanto rompe un tabù. Non è un caso che San Francesco abbia spesso utilizzato argomenti scatologici (per chi non ci arriva: gli escrementi), come nel caso del capitolo XXIX dei Fioretti in cui si trova questa citazione: «ma quando il demonio ti dicesse più: tu se’ dannato, sì gli rispondi: apri la bocca; mo’ vi ti caco». La satira è quella cosa in grado di togliere qualsiasi aura di santità e di dimostrare che anche il potere non è intoccabile. E questo continua a far paura.

lfmusica@yahoo.com

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