L’aria fresca sulle guance

L’aria fresca sulle guance di Renata Quartuccio, non è un semplice memoir familiare né un racconto sulla malattia. È, prima di tutto, una lunga lettera d’amore tra due sorelle che attraversa ottant’anni di storia privata e collettiva, in cui la sclerosi multipla diventa presenza costante ma mai protagonista assoluta. La vera protagonista è la relazione.

Una lunga lettera d’amore tra due sorelle che ripercorre 80 anni di vita…

Il libro colpisce per una qualità rarissima, l’autenticità emotiva totale.
Non c’è retorica, non c’è pietismo, non c’è idealizzazione della malattia né della persona amata. Vittoria non viene trasformata in un’icona del dolore, ma resta una donna vera. Bella, docile, poi esigente, combattiva, a tratti difficile, pienamente umana. Ed è proprio questo che rende il racconto così toccante.
Renata Quartuccio scrive come si parla a una sorella, con salti temporali, ricordi che affiorano per associazioni, episodi minimi che diventano giganteschi per il loro valore affettivo. Il lettore non ha la sensazione di “leggere un libro”, ma di entrare in una casa, sedersi in cucina e ascoltare una storia che è stata vissuta fino in fondo.
Uno degli elementi più forti è il modo in cui la malattia viene narrata, non come evento medico, ma come trasformazione progressiva della personalità, dei ruoli familiari, degli equilibri. La sclerosi multipla diventa una lente attraverso cui si osservano il padre, la madre, il matrimonio, i figli, le badanti, le città, il tempo che passa. È una presenza che modifica tutto, lentamente, inesorabilmente, ma senza mai togliere dignità alla vita.
Molto potente anche la figura del padre: generale, autoritario, protettivo, fragile, depresso, contraddittorio. È tratteggiato con una complessità rara, senza giudizi netti ma con una lucidità affettiva disarmante. Così come è straordinaria la sincerità con cui Renata racconta i conflitti tra sorelle, il distacco, i sensi di colpa, le incomprensioni. Questo coraggio narrativo è ciò che dà al libro una profondità che va oltre il racconto familiare.
Dal punto di vista stilistico, il testo ha una qualità preziosa: la naturalezza. Ma questo non è un difetto, è la forma stessa del ricordo, che rende il testo vivo e autentico. Se si volesse raffinare ulteriormente l’opera, si potrebbe lavorare solo su piccoli alleggerimenti. Ma sono interventi di cesello, non strutturali. L’anima del libro è già pienamente compiuta.
Il risultato è un testo che riesce in qualcosa di rarissimo: parlare della malattia senza che il libro sia sulla malattia, parlare della morte senza che il libro sia triste, parlare dell’amore senza mai nominarlo in modo retorico.
Si chiude la lettura con una sensazione precisa, quella di aver conosciuto davvero Vittoria. E, soprattutto, di aver assistito al più vero atto d’amore possibile tra due sorelle: ricordare tutto, anche ciò che fa male, pur di non perdere nulla. Questo piccolo libro ha il valore delle testimonianze che restano. Non per il numero di pagine, ma per la densità di vita che contengono.

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Federico Berlioz
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