Debutta a Pisa Hiyos de Budda episodio 1
Pisa – Sabato 23 maggio, al Teatro Nuovo di Pisa ore 21:00, per la rassegna Teatro Contemporaneo, andrà in scena Hijos de Buddha, di Niccolò Sordo regia di Alessandro Rossetto con Marina Romondia
Chi è Marina Romondia

Attrice e autrice teatrale, la sua ricerca si muove tra la performance fisica, la sperimentazione sonora e il teatro di parola, con una forte vocazione per i progetti indipendenti e la creazione collettiva.
Inizia il suo percorso nel 1997 a Pisa, formandosi presso il Teatro Verdi e prosegue i suoi studi a Venezia, diplomandosi all’Accademia Teatrale Carlo Goldoni | Teatro Stabile del Veneto. Dopo diverse esperienze come attrice in produzioni nazionali, intraprende un percorso autoriale e di ricerca debuttando nel 2016 con Rien Ne Va Plus. Nel 2018 fonda con Francesco Bressan la compagnia Bressan|Romondia, con cui realizza I Don’t Wanna Forget (ispirato all’opera fotografica di Nan Goldin) e Oggi No, entrambi rappresentati anche in Francia e in Kosovo. Dal 2017 al 2024 vive e lavora in Francia, a Tolosa, dove consolida una collaborazione stabile con la compagnia Mattatoio Sospeso, partecipando come attrice e acrobata alle tournée internazionali di Les Amants du Ciel e Souvenir.
Negli stessi anni nasce la collaborazione con Nicolò Sordo e, successivamente, con Alessandro Rossetto. Insieme danno vita a Hijos de Buddha -episodio1, spettacolo che fonde poesia, linguaggio cinematografico e riflessione spirituale sulla precarietà e la sopravvivenza. La metodologia del gruppo combina ricerca artistica e attivismo culturale, concependo la scena come spazio politico e poetico capace di restituire visibilità e dignità
a corpi e voci marginali. Attualmente è impegnata nella creazione di Working Class (senza work e senza class), progetto dedicato alla condizione umana e lavorativa contemporanea. Il suo percorso, profondamente radicato nel teatro di ricerca, si distingue per il carattere intereuropeo, la dimensione collettiva della creazione e la tensione costante verso un’arte necessaria, che interroga il reale e restituisce voce a chi spesso non ne ha.
Tuttomondonews ha incontrato e intervistato Marina Romondia nel 2015 in occasione del debutto del suo spettacolo RienNeVaPlus alla Città del Teatro di Cascina. Poterla incontrare di nuovo dopo oltre dieci anni è stata un’occasione e un piacere che non potevamo lasciarci sfuggire.
Buongiorno Marina iniziamo questa intervista entrando subito nel vivo e parlando dello spettacolo che la vede protagonista sabato 23 maggio al teatro Nuovo di Pisa. Lo spettacolo si intitola Hijos de Budda episodio 1. Come nasce questo spettacolo? In questo caso lei è solo interprete, cosa l’ha spinta ad accettare questo ruolo?
«Dicembre 2021. Una telefonata di Nicolò Sordo. Vivevo ancora a Toulouse e in quel momento, cercavo di rimettere insieme i pezzi dopo gli anni sospesi e assurdi del Covid. Mi dice: ‘Ho scritto un monologo per te.’ Lo leggo d’un fiato e lo trovo incredibile. Subito ho sentito che era qualcosa di raro: feroce, poetico, disperato e vitalissimo allo stesso tempo. Il titolo allora era Bye Bye.
Con un primo studio del monologo siamo arrivati finalisti al Premio Dante Cappelletti nel 2022, e sempre in quell’anno abbiamo vinto il bando Cura – un titolo ironico, considerando quanta poca ‘cura’ abbiamo ricevuto in quel periodo.
Poi Bye Bye ha incontrato lo sguardo visionario di Alessandro Rossetto, e da lì è nata la vera trasformazione: Hijos de Buddha. Alessandro ha ‘spacchettato’ il testo originario, passando da un monologo, dove la protagonista veniva attraversata e dava corpo a tutti i personaggi, a una vera e propria sceneggiatura cinematografica. Da quel lavoro è nata anche l’idea di una possibile vita radiodrammatica del nuovo testo.
Cosa mi ha spinto ad accettare questo ruolo? Niente, ci sono corsa incontro. Maria Sánchez Misericordia. È un personaggio gigantesco, un regalo autentico per un’attrice. Maria è estrema, contraddittoria, grottesca e insieme immensamente fragile, umana. Non le somiglio, eppure la sua disperata fame d’amore, le sue contraddizioni, la sua tenerezza ruvida mi toccano in profondità. È una sopravvissuta, un’anima scorticata che attraversa la miseria del vivere senza retorica e senza salvezza. Lavorare su un testo di Nicolò significa entrare in un terreno vivo, sanguinante: la sua scrittura non si accontenta di raccontare, ti costringe a sentire. In Hijos de Buddha questa forza esplode: il testo mette in scena un’umanità ai margini, sporca, autentica, che ci somiglia infinitamente più di quanto ammettiamo. E poi l’incontro con Alessandro Rossetto è stato per me un privilegio profondo. Il suo modo di condurre il lavoro è rigoroso e poetico insieme. Alessandro porta in teatro uno sguardo radicalmente diverso da quello a cui ero abituata: uno sguardo cinematografico, preciso, sospeso, capace di evocare spazi e tempi invisibili. La sua visione limpida e senza compromessi, il suo rigore e al tempo stesso la sua libertà mi hanno guidata con grande rispetto e profondità. È stato ed è ogni volta un incontro prezioso, da cui ho imparato e imparo tantissimo».
Ci sembra di aver percepito che la musica abbia un ruolo davvero fondamentale in questo spettacolo. Può raccontarci perché e come sono state scelte e create queste musiche?
«Sì, la musica in Hijos de Buddha – Episodio 1 è molto più che un accompagnamento: è la materia stessa della scena, la sua architettura invisibile, la drammaturgia profonda del lavoro.
Andrea Giorgelli e Paolo Segat hanno costruito un paesaggio sonoro che respira, vive e si trasforma insieme ai personaggi. Il loro lavoro non si limita a ‘commentare’ ciò che accade, ma lo genera. È un suono che precede, che anticipa, che a volte contraddice o dissolve l’azione. Con Andrea Giorgelli c’è stata una ricerca delicata e appassionata, fatta di composizioni sonore estemporanee, registrazioni ambientali di frammenti catturati dal reale, di piccole irregolarità acustiche che diventano materia viva e vibrazione poetica.
Andrea ha un intuito straordinario, una sensibilità che trasforma il rumore in respiro.
Poi è arrivato il mix di Paolo Segat, artista e sound designer di grande esperienza nel cinema, un nome familiare per chi conosce le colonne sonore più raffinate del panorama italiano, e il suo contributo ha portato una forza ulteriore, una profondità tridimensionale nel paesaggio acustico, come in una colonna sonora filmica dove ogni suono è anche immagine. La loro capacità di tradurre l’emozione in frequenza, la dissonanza in tensione narrativa, ha reso Hijos de Buddha un viaggio d’ascolto più che di visione.
Lo sguardo cinematografico di Rossetto si riflette anche nel suono: ogni timbro, ogni silenzio, ogni eco è pensato come spazio narrativo. Il suono, qui, è pensiero, non commento. È una drammaturgia invisibile che agisce sul corpo prima ancora che sulla mente, costruendo un’esperienza fisica, emotiva, quasi mistica. In fondo Hijos de Buddha nasce proprio da questo: dal desiderio di un teatro che non “mostra”, ma fa sentire, dove la spiritualità è vibrazione, non messaggio, e il silenzio diventa la forma più pura del suono».
Il titolo parla espressamente di episodio numero 1 ci saranno quindi altri episodi, quando dovrebbero arrivare? Dopo l’uscita di tutti gli episodi, sarà proposto anche come spettacolo unico?
«Sì, Hijos de Buddha è pensato fin dall’inizio come un trittico teatrale, un vero e proprio percorso in tre episodi autonomi ma connessi da una drammaturgia comune, un po’ come accade nelle miniserie. L’Episodio 1, quello che porto in scena ora, è fondativo: introduce Maria Sánchez Misericordia e il suo mondo, tanto reale quanto visionario, e getta le basi emotive e morali per gli altri due capitoli.

Il secondo episodio, che è già in fase avanzata di lavoro, vede il ritorno di Maria insieme a Sharon (cioè GiraGira, la protagonista che nel primo episodio era vittima e specchio di Maria) e a un poliziotto. Qui il tono cambia: ci ritroviamo in una mensa solidale gestita da ex sex worker, in un mondo più concreto e corale, attraversato da un’indagine sonora e spirituale al tempo stesso. Il terzo episodio, invece, ci porterà vent’anni dopo, in un altrove quasi post-umano, dove i figli, Hijo e Jean Pierre, raccolgono le eredità delle madri e chiudono il cerchio.
L’idea di Rossetto e Sordo è quella di presentare nel tempo tutti e tre gli episodi come opere autonome ma anche come un grande affresco unitario, da proporre in una forma di spettacolo unico, un viaggio immersivo di circa due ore. In fondo, ogni parte dialoga con le altre, come in un’unica lunga riflessione sulla fede, la colpa, la sopravvivenza e l’amore. È un percorso che cresce episodio dopo episodio, fino ad arrivare, letteralmente e simbolicamente, ai veri ‘figli di Buddha’: coloro che cercano un senso dove il sacro si è ormai frantumato.
Stiamo lavorando intensamente perché Hijos de Buddha – Episodio Due possa trovare il sostegno produttivo necessario e debuttare nel 2027. È un percorso lungo, complesso, che richiede tempo, fiducia e una rete reale di persone e realtà che scelgano di credere nel progetto. Ci tengo quindi a ringraziare profondamente chi, fino a oggi, ci ha sostenuti e accompagnati in questo cammino: Casa Fellini di Gambettola, il Teatro Area Nord di Napoli; Dracma Teatro di Polistena; il Campania Teatro Festival, che ha accolto il debutto di Hijos de Buddha – Episodio 1; e infine, ma non certo per importanza, Drama Teatro di Modena, che continua a essere il nostro principale sostenitore. In un momento storico in cui fare ricerca teatrale indipendente è sempre più difficile, incontrare luoghi e persone che decidono ancora di investire tempo, ascolto e fiducia negli artisti è qualcosa di prezioso e tutt’altro che scontato».
Adesso parliamo un po’ di Marina Romondia. Tuttomondonews l’aveva intervistata nel 2015 che cosa è successo e cosa ha fatto in questi dieci anni?
«Dieci anni… sembra tantissimo, ma in realtà è stato un tempo densissimo più che lungo. Dal 2015 a oggi sono cambiate tante cose: luoghi, progetti, incontri, ma anche il mio modo di stare in scena e di pensare il teatro.
Intanto Rien Ne Va Plus, dopo 10 anni, continua a viaggiare, e lo fa soprattutto grazie al meraviglioso progetto dell’associazione about:blank e alla rassegna ‘Dependence Day – Il Teatro contro ogni forma di dipendenza’, ideata da Marco Bellocchio e Riccardo Festa, sostenuta dall’ASL di Taranto. È un percorso bellissimo, che unisce teatro, scuole e comunità per riflettere sulle dipendenze patologiche. Per me rappresenta un modo autentico e necessario di fare teatro civile, con leggerezza, ma anche con profondo senso di responsabilità.
Nel 2018, tra Toulouse e Trento, insieme a Francesco Bressan ho fondato la compagnia Bressan|Romondia, con cui abbiamo creato IDONTWANNAFORGET ispirato all’universo fotografico di Nan Goldin, e Oggi No. Sono spettacoli che hanno avuto una bella vita internazionale, portandoci fino in Francia e in Kosovo… anche se negli ultimi tempi li ho messi un po’ sono in stand by, e mi piacerebbe riprenderli.
A Toulouse ho poi collaborato stabilmente con la compagnia Mattatoio Sospeso, come attrice e acrobata nelle tournée internazionali di Les Amants du Ciel e Souvenir in Francia, Spagna, Belgio, Germania e Turchia. Sempre lì ho approfondito il linguaggio cinematografico, studiando il metodo Chubbuck e lavorando con Occitanie Films e il regista Martin Le Gall.
E poi è arrivato l’incontro con Nicolò Sordo, e subito dopo con Alessandro Rossetto, un incontro che mi ha davvero salvata in un momento difficile. Con loro ho ritrovato la gioia della creazione condivisa, dove la ricerca si intreccia con il desiderio di interrogare il reale. Con Nicolò stiamo lavorando ora a un nuovo progetto: Working Class (senza work e senza class), un’indagine ironica e dolente sulla condizione umana e lavorativa contemporanea. Per ora lo presentiamo in forma di reading, ma speriamo presto possa diventare uno spettacolo vero e proprio.
E nel frattempo continuo anche a volare…letteralmente: il 23 giugno con Les Amants du Ciel di Matt.atoio Sospeso saremo ospiti al Festival Culturale in quota, “Musica sulle Apuane”»
Lo spettacolo del 2015 RienNeVaPlus nasceva all’interno di una residenza presso la città del teatro di Cascina, anche per questo nuovo spettacolo ci sono state durante la fase creativa delle residenze. Vuoi spiegare ai nostri lettori che cosa sono esattamente le residenze perché sono così importanti per gli artisti?
«Sì, anche per Hijos de Buddha abbiamo avuto la fortuna di lavorare in residenza, e credo sia fondamentale spiegare perché questo tipo di esperienza è così preziosa per chi fa teatro.
Una residenza artistica è, in sostanza, un tempo e uno spazio dedicati alla creazione. Un luogo che accoglie artisti e compagnie nel momento più fragile e necessario del lavoro: quello della ricerca. È una parentesi in cui si può sperimentare, sbagliare, provare strade che forse non porteranno da nessuna parte, ma che spesso diventano proprio il cuore del processo creativo. Per noi è vitale, perché permette di staccarsi dal ritmo produttivo e concentrarsi sull’ascolto, sulla scrittura, sui corpi, sui suoni, sul gruppo. In residenza si crea un ecosistema fatto di incontri, di contaminazioni, di libertà».
Ci ha detto che in questi dieci anni una buona parte della sua attività si è svolta all’estero, in particolar modo in Francia. Secondo lei la condizione degli artisti tra Italia e Francia è simile o ci sono differenze notevoli?
«La Francia e l’Italia, da questo punto di vista, sembrano davvero due pianeti diversi. E lo dico con dolore, perché sono italiana e vorrei profondamente poter immaginare qui, nel mio Paese, un futuro dignitoso per chi fa questo mestiere.

In Francia esiste uno statuto reale per i lavoratori dello spettacolo: l’intermittence du spectacle. È un regime che riconosce finalmente una cosa fondamentale, che il lavoro artistico non si esaurisce nelle serate di rappresentazione, ma vive anche nei tempi ‘invisibili’: la ricerca, la formazione, le prove, la scrittura, la comunicazione, la distribuzione, i tempi morti tra una tournée e l’altra. È un sistema salariale che richiede molto impegno e che va rinnovato ogni anno, ma che dà stabilità: se lavori un certo numero di ore puoi ricevere uno stipendio mensile anche nei periodi senza scritture. Non è assistenza, è riconoscimento. E le conseguenze sono enormi. Dopo qualche anno da intermittente, una banca o un istituto di credito in Francia ti considera come un lavoratore a tempo indeterminato: puoi chiedere un prestito, affittare casa, pianificare la tua vita. Qui, invece, io non posso neanche chiedere un finanziamento per comprare un computer. È una precarietà che diventa esistenziale, non solo economica. Ma il problema, in Italia, non è solo salariale: è anche strutturale e culturale. In Francia esiste ancora una forte idea di servizio pubblico della cultura. I teatri, anche quelli nazionali, sono reti vive che dialogano, sostengono creazioni nuove, scommettono sulle giovani compagnie e sulle nuove proposte. C’è una reale abitudine al rischio e alla sperimentazione: non tutto deve per forza vendere biglietti o ‘funzionare’. L’arte è ancora un bene comune, non una merce.

In Italia invece questa logica si sta dissolvendo. I teatri sono spesso bloccati da burocrazia e logiche aziendali: doppi direttori artistici, concorsi infiniti, bandi complessi e pochissimi fondi che arrivano davvero alle compagnie. Se non sei già conosciuto, non entri nei circuiti.
Si preferiscono nomi televisivi, produzioni costose ma artisticamente fragili, spettacoli concepiti per rassicurare. Si è perso, in molti casi, il coraggio del linguaggio, il rischio dell’errore, la possibilità di una visione politica e poetica del teatro.
Anche la Francia sta attraversando anni molto difficili, con tagli, proteste e una crescente precarizzazione del settore, ma il livello di sostegno e di dignità resta incomparabile rispetto al nostro. Lì un artista è riconosciuto come lavoratore, qui spesso non esistiamo del tutto.
Negli ultimi anni, il mondo della cultura in Italia è stato oggetto di attacchi e delegittimazioni, con riduzioni di fondi pubblici e un clima che sembra considerare l’arte un lusso, non una necessità. Ma la cultura non è un ornamento: è lo spazio in cui una società pensa se stessa, si mette in discussione, si immagina diversa. E quando si impoverisce la cultura, non si impoveriscono solo gli artisti, si impoverisce la possibilità stessa di guardarsi con verità».
Dopo questa constatazione una domanda sul teatro e sui giovani artisti. Che cosa servirebbe davvero in Italia per dare maggiori possibilità ai giovani artisti e di conseguenza al futuro del teatro?
«La rivoluzione. Scherzi non troppo a parte. Credo che la prima cosa di cui avremmo bisogno, in Italia, è una visione politica reale sul valore della cultura. Non servono solo bandi o finanziamenti spot: serve un pensiero, una direzione chiara che consideri la cultura, il teatro non come un lusso o un passatempo, ma come una parte viva della società, come spazio di formazione, di riflessione, di crescita civile.
Per i giovani artisti servirebbero soprattutto spazi e tempo e sostegni economici. Spazi dove poter provare, sbagliare, rischiare, incontrarsi. E tempo per crescere, senza essere costretti a ‘produrre’ subito risultati, numeri o biglietti venduti. Il teatro è un’arte che ha bisogno di lentezza, di ascolto, di tempo condiviso: ma il sistema italiano oggi è costruito sulla fretta e sull’autofinanziamento.
Servirebbe anche una rete di teatri pubblici che scelgano di investire nei giovani artisti come si investe sul futuro di un paese, con fiducia e continuità. E poi servirebbe una comunità. Meno competizione e più alleanze. Meno egocentrismo e più responsabilità collettiva. I giovani artisti italiani hanno un talento straordinario, ma troppo spesso non trovano un terreno su cui farlo crescere. E così molti partono, oppure smettono. Io sogno un teatro che torni a essere un bene comune, un luogo dove le persone possano ancora ritrovarsi, riconoscersi e, soprattutto, immaginare insieme un mondo possibile. ».
L’ultima domanda canonica è quali progetti futuri ha Marina Romondia?
«Nonostante tutto quello che ci siamo dette, la precarietà, la fatica, le mancanze strutturali, io voglio continuare a crederci. Continuare a sperare e, soprattutto, a provarci. In questo momento siamo molto concentrati sulla realizzazione della trilogia di Hijos de Buddha. Stiamo lavorando intensamente, ormai da anni, alla ricerca di partner produttivi e co-produttori. Qualcosa finalmente sembra iniziare a muoversi… ma preferisco non dire troppo e incrociare le dita.
In cantiere ci sono altri due nuovi progetti a cui tengo moltissimo. Il primo è un monologo scritto da Nicolò Sordo, un testo su cui per ora preferiamo mantenere un po’ di mistero, ma che spero di poter portare presto in scena.
Il secondo nasce da un’idea di Laura Bernocchi, amica, attrice e artista circense straordinaria. È un progetto che produrremo tra Italia, Francia e Argentina, a metà strada tra circo e teatro. Il titolo, ancora provvisorio, è AD10S o AD1OS….chissà
È un lavoro sugli idoli contemporanei, sulla fragilità del mito e sul nostro bisogno disperato di credere ancora in qualcosa. Al centro Diego Armando Maradona, ma non quello delle biografie o delle cronache: il Maradona simbolo, contraddittorio, umano e divino insieme.
In scena due donne: un’attrice e una attrice-circense.
Una parlerà con Diego, l’uomo che è morto.
L’altra con Maradona, il dio che forse non morirà mai.
E alla fine ci chiediamo: che fine ha fatto davvero Diego Armando Maradona?
AD10S / AD1OS prova a salutare forse l’ultimo grande mito contemporaneo, un’icona mondiale che, nonostante il mercato, il culto, la trasformazione incessante della sua immagine, è riuscita a non perdere del tutto la fragilità e la tenerezza umana. Forse è proprio questo che mi interessa oggi nel teatro: continuare a cercare umanità nei luoghi dove sembra scomparsa. Continuare a credere che l’arte, nonostante tutto, possa ancora creare incontri veri, domande necessarie e piccoli spazi di verità».
Ringraziamo Marina Romondia per la disponibilità e per l’attenzione che ogni volta riserva alla nostra rivista.
- Intervista a Marina Romondia - 18 Maggio 2026
- Jean-Claude Izzo: Marsiglia - 10 Maggio 2026
- Bianca Bianchi: Madre costituente - 6 Maggio 2026




