Intervista a Federico Berlioz

Pisa – Sabato 25 ottobre, un evento di particolare rilevanza culturale si è tenuto presso la libreria Civico14 in via Maiorca 14/B a Marina di Pisa. Ospite della serata è stato Federico Berlioz, ex ergastolano e oggi prolifico autore di romanzi noir e thriller carcerari, che ha presentato la sua ultima opera, “Tre ex detenuti e un piano (quasi) perfetto”.

La storia di Federico Berlioz

La storia personale di Federico Berlioz è il fondamento stesso della sua narrativa. La sua vita è stata segnata da una lunga e complessa “carriera criminale” iniziata negli anni ‘80, con un coinvolgimento in reati gravi che andavano dalle rapine alle estorsioni, fino al traffico di stupefacenti. Questa parabola si è interrotta definitivamente nel 1995, quando è stato arrestato e condannato, trascorrendo oltre ventisei anni della sua vita dietro le mura, di cui una parte significativa con la pena dell’ergastolo.

È stato proprio durante la detenzione che ha trovato la via della scrittura, un percorso di riscatto e di trasformazione che lo ha portato, dopo aver scontato la sua pena, a diventare uno scrittore di successo.

I suoi libri, tra cui titoli acclamati come “Affari di Provincia”, “L’isola del Diavolo” e “Il cuore sul comodino”, hanno ottenuto un buon successo di pubblico e di critica, offrendo uno sguardo crudo e senza filtri su una realtà spesso ignorata. L’occasione della presentazione del libro, arricchita dalla partecipazione del noto magistrato e penalista Fabrizio Bartelloni, ha offerto una testimonianza essenziale per comprendere le dinamiche della criminalità organizzata e il mondo carcerario in Italia, un tema che è tristemente diventato una grave urgenza di attualità. Ciò che rende la narrativa di Berlioz unica è la sua capacità di trasformare il vissuto carcerario in storie e personaggi dalla veridicità sconcertante, spesso ispirati a persone realmente esistite o a drammi consumatisi in cella.

La sua è una traduzione letteraria cruda e sincera delle ombre più profonde dell’umanità, capaci di svelare le fragilità e le storture di un sistema penitenziario che in molti preferiscono non vedere o fingere di non conoscere.

Avendo seguito Federico Berlioz in precedenti eventi sulla giustizia, e rimasta incuriosita dalla potenza della sua prosa e dalla lucidità della sua analisi, ho deciso di partecipare a questo incontro. Sentirlo narrare alcuni fatti con la sua lente implacabile ma, al tempo stesso, profondamente umana, mi ha spinto a richiedergli un’intervista. Questo colloquio mira ad andare oltre la figura dell’ex detenuto, per indagare l’uomo, l’artista e il testimone di un mondo che, oggi più che mai, necessita di essere raccontato.

La nostra intervista vuole spaziare su tanti aspetti della sua vita di oggi, ma non possiamo omettere totalmente ciò che c’è stato prima, anche perché non possiamo dimenticare che quello che siamo oggi è il frutto del nostro passato, dei nostri vissuti e dei nostri pensieri. Quindi, anche per capire meglio le sue scelte e la sua vita, le chiedo di raccontare ai lettori di Tuttomondonews, con le sue parole e con il taglio che preferisce, gli anni della sua precedente vita.

«La mia storia criminale affonda le radici in un legame profondo con l’ambiente malavitoso della città in cui ho vissuto – non sono nato lì – una cittadina di provincia a ridosso di Roma. In quel contesto, troppo vicino al Ponte del Garigliano e influenzato da personaggi di camorra, era più facile scivolare nella delinquenza che trovare un lavoro onesto. In quella zona, il culto della legalità era un concetto astratto.

Federico Berlioz

A soli ventotto anni, dopo diverse e complesse vicissitudini giudiziarie, sono stato definitivamente inghiottito dal sistema carcerario, con la condanna massima: l’ergastolo. La mia imputazione era legata a un omicidio in cui era coinvolto anche un poliziotto corrotto, un uomo con agganci e paracadute potenti che alla fine è riuscito a salvarsi dalla galera. Ciò nondimeno, mi sono ritrovato a fare i conti con la mia nuova e implacabile realtà, un fine pena su cui era scritta una sola parola: “MAI”. I primi anni sono stati un calvario, segnati da continui trasferimenti, dal Sud al Nord e viceversa, una girandola senza senso che aveva l’unico scopo di disorientare e spezzare. Forse il significato l’ho compreso solo troppo tardi. Oggi, a distanza di decenni, posso testimoniare con assoluta certezza che il carcere in Italia non rieduca. È una macchina che fallisce il suo obiettivo costituzionale e che, nella migliore delle ipotesi, crea delatori, tossicodipendenti e rabbia infinita. Ho subito sulla mia pelle infinite prevaricazioni da parte di chi avrebbe dovuto garantire un trattamento carcerario che fosse sì punitivo, ma anche reinseritivo e costruttivo. La verità è che il carcere offre pochissimo. Le uniche opportunità di lavoro, i corsi professionali o la possibilità di studiare vengono proposti, di fatto, solo a quelle persone che si prestano a fare delazioni o a testimoniare in favore delle autorità carcerarie. La rieducazione è un’illusione, la corruzione morale è un meccanismo.

Negli anni Novanta, pur in un contesto di durezza estrema – e nonostante le mazzate e i calci in culo che tiravano i secondini – esisteva un codice. C’era molta più solidarietà tra detenuti, quel sentimento di amicizia e auto-aiuto che ti permetteva di sopravvivere. Persino con alcuni secondini c’era un margine di umanità; potevi ragionare, spiegare le tue difficoltà e, in rari casi, ottenere un aiuto. Dagli anni Duemila in poi, le cose sono degenerate in modo irreversibile. L’ambiente si è saturato di tossicodipendenti, malati psichiatrici, violentatori e persone con problematiche complesse. Poi con l’invasione carceraria degli anni Duemiladieci, con l’arrivo massivo di detenuti stranieri (tunisini, marocchini, europei dell’Est), il collasso è stato completo. Molte di queste persone non avevano alcun rispetto per le norme non scritte, per i codici carcerari sull’onore e sul rispetto reciproco».

Federico Berlioz, alla luce delle sue esperienze, degli anni trascorsi all’interno delle carceri italiane e con il distacco emotivo dato dagli anni che sono trascorsi ormai dalla sua scarcerazioni, vorrei sapere qual è, oggi, la sua opinione sul sistema carcerario italiano

«Il carcere è diventato una discarica sociale. Vi si butta di tutto: barboni raccattati in giro, tossici in crisi di astinenza, persone gravemente malate, cardiopatici, portatori di tumori, disabili e malati di tubercolosi che vengono gettati in cella con persone che stanno anche peggio. È una fabbrica di dolore, un ambiente che trasuda disperazione e rabbia. Non è solo un luogo criminogeno: è il teatro di una degenerazione lenta e inesorabile, confermata da ogni inchiesta. I numeri sono spietati: solo quest’anno, parliamo di 3.700 aggressioni contro gli agenti penitenziari. Sono uomini e donne in divisa costretti a lavorare in condizioni impossibili, schiacciati da una gestione inefficiente che li abbandona. Dopo lo scandalo del carcere minorile Beccaria, e le nuove inchieste come quella di Trapani, una verità è evidente: non si tratta di “mele marce”, ma di una cesta interamente marcita. L’intero sistema è profondamente patogeno e corrompe chiunque vi si trovi immerso. Le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari italiani, già intollerabili, hanno raggiunto oggi livelli mai visti. È uno spazio di disumanità quotidiana, dove le sofferenze si moltiplicano, colpendo sia i detenuti sia chi vi lavora.

Ciò che non sono mai riuscito a comprendere è perché magistrati, giornalisti e politici restino passivi di fronte a questo inarrestabile declino umano. I numeri non mentono. I suicidi, già definiti dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni come un’emergenza morale e civile nel suo discorso alle Camere dell’ottobre 2022, sono drammaticamente aumentati. Tre anni dopo quelle parole, cosa è cambiato? Assolutamente nulla. Anzi, gli indicatori numerici raccontano un ulteriore peggioramento. Questo collasso morale e strutturale è il risultato di almeno venticinque anni di abbandono da parte di tutte le forze politiche che si sono alternate al governo del Paese. Non c’è solo una responsabilità ereditata, c’è l’incapacità o la riluttanza di invertire la rotta e di arginare un disastro che travolge tutto e tutti. La sofferenza è tangibile, i numeri la urlano, ma il silenzio continua a coprire questa vergogna. E nel frattempo, vite si perdono, istituzioni si disgregano, e la civiltà che rivendichiamo si sgretola sotto i nostri occhi».

Un racconto crudo e demoralizzante. A suo parere, quali sarebbero gli interventi più urgenti o comunque necessari per innescare un cambiamento e migliorare le condizioni di vita dei detenuti e delle detenute, e parallelamente, il lavoro degli agenti?

«Se dovessi identificare gli interventi più urgenti e necessari per innescare un cambiamento, mi concentrerei su tre pilastri operativi che agiscono sia sulla sicurezza sociale che sulla dignità umana:

1. Decongestionare la “Discarica Sociale” (Medicina e Sanità)

L’emergenza più grave è la conversione del carcere in un ricovero per i più vulnerabili. Intervento urgente: Estromissione Immediata delle categorie non compatibili con l’ambiente carcerario. I soggetti con gravi patologie croniche, disabili non autosufficienti, tossicodipendenti in acuta crisi d’astinenza, e malati psichiatrici (non R.E.M.S.) devono essere trasferiti in strutture socio-sanitarie dedicate (come case-famiglia, comunità terapeutiche o strutture ospedaliere protette). Perché funziona: Liberare il carcere da questa funzione impropria ridurrebbe immediatamente la tensione sanitaria (rischio di focolai come la tubercolosi), alleggerirebbe il carico sugli agenti costretti a fare da infermieri, e riporterebbe l’istituto alla sua funzione penale, migliorando subito le condizioni di vita di tutti i reclusi.

2. Riaffermare il Ruolo Costituzionale (Lavoro e Ri-educazione)

La Costituzione parla di pena finalizzata alla rieducazione. Oggi, in linea di massima, non è così. Intervento urgente: “Lavoro per Tutti” (o almeno per chi può). Bisogna incentivare le convenzioni con aziende esterne e creare laboratori professionalizzanti interni, con uno stipendio dignitoso e una copertura contributiva che permetta al detenuto di costruire un futuro e, soprattutto, risarcire le vittime. Perché funziona: Lavorare riduce l’ozio, che è la vera benzina della rabbia e delle degenerazioni. Dà dignità e un obiettivo. Inoltre, chi lavora non è un peso, ma una risorsa, facilitando il reinserimento e riducendo il tasso di recidiva (il vero fallimento del sistema).

3. Umanizzare il personale (Formazione e Organico)

Gli agenti penitenziari sono descritti come “schiacciati” e costretti a operare in condizioni impossibili. Anche la loro sofferenza è il motore della degenerazione. Intervento urgente: Aumento subito dell’organico e rimodulazione della formazione. Non servono solo più agenti, ma agenti formati per un ruolo che oggi è ibrido (custodia, sociale, mediatore). Investire in formazione specifica per la gestione delle crisi e per la salute mentale degli agenti stessi (spesso vittime di burnout e traumi) è cruciale. Perché funziona: Un agente riposato, ben formato e supportato è meno incline all’esasperazione e alla “gestione inefficiente”. Questo riduce le aggressioni (3.700 sono un numero insostenibile) e spezza il circolo vizioso di violenza e rabbia.

In sintesi, la soluzione non è punitiva, ma pragmatica e costituzionale: separare chi deve essere curato da chi deve essere rieducato e dare al personale i mezzi per fare il proprio lavoro con dignità. Solo così si può sperare di sanare questa “vergogna morale e civile”».

Federico Berlioz, oggi, scrittore di noir. Già nove titoli all’attivo e altri di prossima pubblicazione. Ci parli intanto dell’ultimo uscito, Tre ex detenuti e un piano (quasi) perfetto, che era quello in presentazione a fine ottobre alla libreria Civico 14 a Marina di Pisa e da cui a preso corpo l’idea di questa intervista.

«Quando ho iniziato a scrivere questa storia, ci trovavamo nel periodo più buio delle nostre carceri: dicembre 2024, con quasi cento suicidi registrati e nessuna, vera, soluzione all’orizzonte. È un dato che colpisce come un pugno allo stomaco chiunque lo legga, ma per chi vive o ha vissuto lì dentro, è solo l’ennesima tragica, e per noi ovvia, conferma della realtà.

Ho trascorso oltre ventisei anni della mia vita nelle carceri più infami d’Italia. In tutto questo tempo, ho visto sfilare al potere governi di ogni colore – destra, sinistra, e ogni possibile sfumatura – tutti armati di buoni propositi e promesse vuote. Promettevano cambiamenti epocali, strutture rinnovate, personale specializzato, opportunità di reinserimento, accesso al lavoro vero. Eppure, la verità è che non è mai cambiato nulla. La macchina burocratica che regola il sistema carcerario non ha mai fatto un solo passo in avanti in termini di umanità e dignità. In tutti questi anni, ho visto morire troppe persone, e non mi riferisco solo alla morte fisica, ma a quella lenta e inesorabile delle menti e delle speranze. Ho attraversato più di quindici istituti penitenziari, luoghi dove la dignità viene quotidianamente smembrata e i diritti calpestati. I governi si facevano sentire solo quando la disperazione sfociava in rivolta, ma non erano mai voci di ascolto; erano, e sono, voci di repressione, violenza e sangue. Persino le proteste più pacifiche, come il semplice atto di rifiutare un pasto immangiabile, venivano punite con trasferimenti punitivi. È come se la dignità dei detenuti fosse qualcosa da sradicare e disperdere in istituti remoti, dove potevano essere più facilmente manipolati e isolati. Le parole dei politici, dei garanti della giustizia, sono rimaste vacue e patinate, lontane anni luce dalla realtà che ho vissuto. E il prezzo di questa indifferenza lo hanno pagato i prigionieri, le loro famiglie, i loro figli. Il paradosso più doloroso è che il prezzo lo paga anche chi lavora dentro: le guardie e i detenuti, entrambi prigionieri di un sistema che non ha nulla di umano. Entrambi si alimentano, giorno dopo giorno, di rabbia, vendetta e impotenza. La violenza non è un incidente, è una spirale senza fine che si auto-alimenta, che rende ogni giorno più difficile distinguere tra giusto e sbagliato, tra vittima e carnefice.

I fatti che racconto nel mio romanzo sono tutti veri, la cronaca si è fatta narrativa. I personaggi sono persone che ho conosciuto; sono diventati la carne e l’anima di questa storia: due sono morti e uno è ancora detenuto, da oltre trentun anni, in un carcere del Nord, credo a Torino. La vita nelle carceri italiane è una condanna a morte lenta, un’infinita discesa negli inferi dell’anima. Le speranze, se mai c’erano, sono ormai estinte, lasciando spazio solo alla rassegnazione, alla disperazione, e purtroppo, alla sete di vendetta. In un ambiente così tossico, dove la speranza è un ricordo lontano e la vita è ridotta a mera sopravvivenza, non resta che aggrapparsi con tutte le forze a ciò che di umano ancora rimane. Se, dopo tutto questo, c’è ancora qualcosa da salvare».

Federico Berlioz

Parliamo ancora di libri e di letteratura. So, perché lo ha dichiarato in varie occasioni, che per un lungo periodo ha letto in maniera onnivora e quasi compulsiva. Letture che andavano da I vangeli apocrifi al Mein Kampf, da Gramsci ai classici greci. A distanza di molti anni le chiedo quale crede che sia stato un libro (o più libri) che le sono entrati veramente nella pelle scavando solchi profondi e dandole modo di riflettere sulla vita e sul mondo?

«È vero, nei lunghi anni, soprattutto nei nove trascorsi in isolamento, ho letto in maniera onnivora. La lettura in quelle condizioni non è solo un passatempo, è un atto di libertà e, oserei dire, di sopravvivenza filosofica. Ci sono stati dei libri che mi sono “entrati nella pelle”, che hanno scavato solchi profondi e mi hanno aiutato a ridefinire il concetto di moralità, giustizia e caos nel mondo. Ne cito tre, che insieme, offrono un quadro completo della mia riprogrammazione interiore:

  1. Il Caos e la Follia Lucida: Il Maestro e Margherita di Bulgakov
    “Un libro che mi ha piacevolmente aiutato a capire una cosa: il caos non viene da Satana, ma dall’uomo stesso.” La storia del Diavolaccio sceso a Mosca e l’omicidio di Berlioz sotto il tram (un’ironia che non mi è sfuggita) è un’immersione nel grottesco e nella satira. Bulgakov non si limita a criticare il regime sovietico, ma mostra la follia intrinseca di una società che si autodistrugge con la burocrazia, la menzogna e la meschinità. Mi ha fatto riflettere su quanto la pazzia del mondo esterno fosse, in fondo, solo più grande e organizzata di quella che vivevo in cella.
  2. La Morale viscerale e l’innocenza ferita: L’Idiota di DostoevskijIl Principe Myskin è l’uomo buono, l’innocente, che viene sistematicamente distrutto dalla corruzione e dalle passioni umane. Dostoevskij, maestro della sofferenza interiore, mi ha posto davanti a un dilemma viscerale: può l’innocenza sopravvivere in un mondo corrotto? L’Idiota, che torna in Russia malato di epilessia, è l’uomo di Cristo gettato nel fango della società. Leggerlo in carcere, un luogo dove la menzogna e l’interesse personale dominano, è stato uno specchio. Mi ha costretto a chiedermi: quanto della mia vita passata è stata condotta dalla “malattia” della passione e quanto avrei potuto essere diverso se avessi abbracciato la morale pura di Myskin?
  3. La Giustizia negata e l’eroe che mancava: Il Buio Oltre la Siepe di Harper Lee
    “Questo è il libro che mi ha dato il mio eroe: l’avvocato Atticus Finch. È il libro che ti fa desiderare che la Giustizia esista davvero.”
    La narrazione della piccola Scout, così sincera e priva di pregiudizi, è un balsamo che si contrappone alla disumanità del carcere. La vana battaglia di Atticus Finch per difendere un uomo innocente (Tom Robinson) contro il razzismo cieco e la sentenza sommaria della giuria mi ha lasciato un solco profondo. Ti fa capire che la vera battaglia non è vincere una causa, ma difendere un principio contro un sistema che è già marcito. Per chi, come me, ha vissuto il fallimento della giustizia, Atticus è l’immagine di ciò che la legge dovrebbe essere.

Questi tre libri mi hanno permesso di dissezionare il male (Bulgakov), l’innocenza (Dostoevskij) e la giustizia (Lee), e da quel lavoro interiore è nata la mia scrittura.
Ovviamente, ci sono stati moltissimi altri libri che ho divorato con passione e che, con la stessa intensità, mi hanno permesso di resistere e sopravvivere. Nessun libro è stato inutile. Ma questi sono i tre che hanno scavato i solchi più profondi, ridefinendo la mia mappa morale mentre il mondo intorno crollava».

Rimanendo ancora sulla lettura adesso vorrei concentrarmi su quello che poi è diventato il suo genere letterario: il noir. Qual è il suo autore noir preferito? Anzi diciamo i suoi autori preferiti: uno straniero e uno italiano

«È un onore per me citare figure come Edward Bunker e Carmelo Musumeci. Entrambi rappresentano la prova che l’essere umano, anche nel luogo più oscuro e dopo gli errori più gravi, può trovare una via di riscatto attraverso la cultura e la scrittura.

Edward Bunker, ex ergastolano e poi straordinario scrittore e sceneggiatore, ha dato voce in modo autentico, crudo e senza filtri al mondo criminale. Le sue opere non sono solo noir, sono un documento sociale che dimostra come l’intelligenza e il talento non possano essere cancellati da un errore giudiziario o da una condanna.

Carmelo Musumeci, con la sua lotta contro l’ergastolo ostativo e la sua produzione letteraria e saggistica, incarna il valore della dignità e della resilienza. Il suo percorso mostra che la pena, per essere costituzionale, deve dare spazio alla speranza e alla rieducazione.

Questi uomini di valore, nonostante la prigione, hanno dimostrato che la cultura e la lettura sono la vera forma di libertà e di riabilitazione. È grazie a loro e ad altri che si capisce come la reclusione possa diventare un tempo di “scavo interiore” anziché di mera degenerazione».


Ha mai pensato di scrivere un romanzo che non sia un noir?

«Assolutamente no. Non solo non ci ho mai pensato, ma mi sentirei di tradire l’impegno che mi sono assunto con i miei lettori e con la verità. Il Noir, con la sua estetica cruda e la sua attenzione al lato oscuro della società, non è per me solo un genere letterario; è il veicolo più efficace e onesto per portare alla luce quelle realtà che troppo spesso vengono ignorate o edulcorate. Il messaggio che mi onoro di portare, senza paura, è che il carcere non è un luogo di rieducazione, ma un ambiente talmente degenerato da essere, di fatto, il luogo dove si commettono più crimini in Italia. Non mi riferisco solo a quelli tra detenuti, ma ai crimini morali e strutturali che negano la dignità umana e la funzione rieducativa della pena. Il Noir mi permette di raccontare questa realtà: di esporre la violenza, la corruzione, l’ambiguità morale e la degenerazione di un sistema marcio. Abbandonare il Noir significherebbe per me rinunciare a questa voce scomoda e a questa missione di denuncia sociale. Perciò, la risposta è definitiva: la mia narrativa resta saldamente ancorata al Noir, perché è l’unico genere che mi permette di restare fedele alla mia esperienza e al mio obiettivo: scrivere per non far dimenticare».

Tornando alle sue dichiarazioni sulla sua vita e sui suoi trascorsi, quanto è stato difficile in carcere riuscire a concentrarsi su un metodo di vita con regole precise da lei stesso imposte (no alcol, no droga, no reati), avendo davanti l’idea di un fine pena mai? Come è riuscito a non lasciarsi prendere dalla rassegnazione e dallo sconforto?

«La difficoltà di mantenere una disciplina ferrea (no alcol, no droga, no reati) davanti all’idea di un fine pena mai è stata la sfida più grande della mia vita (anche se non mi sono mai drogato). L’ergastolo non è solo una condanna fisica; è un annientamento psicologico. Il vero pericolo in carcere non è il compagno di cella, ma la rassegnazione. Le regole che mi sono imposto non erano un optional, ma l’unica zattera di salvezza per non affondare nello sconforto totale. Era una lotta quotidiana per la dignità. Se avessi ceduto ai vizi o alla violenza, avrei convalidato la narrativa del sistema: che ero irrecuperabile. Sono riuscito a non farmi travolgere dallo sconforto grazie a due cose: la lettura e la scrittura.

Queste sono state il mio passaporto per evadere mentalmente, l’unica attività che mi permetteva di costruire qualcosa e di sentirmi una persona, non solo un numero. L’ostinazione: Ho scelto di non permettere al sistema di rubarmi l’anima. La mia riprogrammazione è stata un atto di resistenza interiore che è venuto prima di qualsiasi supporto esterno».

Lei durante gli anni trascorsi in carcere ha cambiato circa 15 istituti carcerari, la figura del Direttore dell’Istituto è importante? quanto riesce a cambiare la quotidianità e la qualità della vita dei detenuti con direttori diversi?

«Il ruolo del direttore: La variabile umana. Si, nel corso dei miei anni di detenzione ho cambiato circa 15 istituti carcerari, alcuni anche più volte. Questa frequenza mi ha dato una prospettiva unica sul funzionamento (o malfunzionamento) del sistema. La figura del direttore è fondamentale. È la persona che incarna la Costituzione all’interno di quel microcosmo, colui che ha il potere e il dovere di trasformare un luogo di mera detenzione in un ambiente che tenda alla rieducazione. Purtroppo, la mia esperienza è stata prevalentemente negativa. Ho incontrato molti direttori che definirei pavidi, inesperti e spesso frettolosi di spedirmi via per non accollarsi un detenuto ritenuto “scomodo” o “inviso al sistema”. Hanno privilegiato la quiete burocratica alla professionalità e al coraggio gestionale. La qualità della vita dei detenuti può cambiare radicalmente in base al direttore. Un Direttore inetto o pavido può trasformare anche un istituto moderno in una discarica morale in pochi mesi. Ho incontrato solo un paio di direttori umani che mi hanno dato un breve respiro di normalità (sei mesi a Torino, tre mesi ad Alessandria). Questi rari momenti sono stati come oasi, dimostrando cosa potrebbe essere il carcere se fosse gestito con lungimiranza e umanità. Ma sono state eccezioni, non la regola».

Ma al tempo stesso immagino che anche le condizioni murarie dell’istituto, gli spazi, i servizi, determinino la qualità della vita giornaliera dei detenuti. Ha visto grandi disparità sotto questo punto di vista tra i vari istituti carcerari?

«Assolutamente, ho visto grandi e drammatiche disparità tra gli istituti. Le condizioni murarie, gli spazi e i servizi determinano la qualità fisica della vita: igiene, sovraffollamento, accesso all’aria, allo studio e al lavoro. Ci sono istituti fatiscenti e altri più recenti, anche se quasi sempre pieni. Tuttavia, è cruciale capire questo: le condizioni murarie determinano la fatica fisica, ma la figura del direttore determina la fatica psicologica e le opportunità. Un direttore capace può trovare il modo di attivare laboratori, corsi e attività anche in strutture vecchie, dando ai detenuti un obiettivo e spezzando la routine della rassegnazione. Un direttore assente o timoroso, al contrario, può lasciare che le migliori strutture marciscano nell’ozio, nella violenza e nella delazione. Quindi, se le mura sono il corpo del carcere, la leadership del direttore ne è l’anima. E purtroppo, in Italia, quella è l’anima che per decenni è mancata».

Torniamo al presente, lei oggi è libero, è uno scrittore, viene spesso invitato a iniziative di letteratura noir e su eventi riguardanti il carcere. Le piace la sua vita? è felice?

«“Felice” è una parola grossa, quasi una forzatura retorica che, alla mia età e con il mio vissuto, non mi concedo. Penso di non averla mai conosciuta, e le illusioni sono un lusso che non posso più permettermi. Oggi, l’obiettivo non è la felicità, ma la serenità. E sì, ho ritrovato una forma di serenità che non pensavo potesse esistere. Questa serenità è costruita su pilastri molto concreti e semplici, che non hanno nulla a che fare con il successo esteriore: Il ritorno al calore umano. L’Amore incondizionato degli animali. La scrittura come missione

Il primo pilastro è poter rivedere e frequentare mia figlia Vanessa e mio nipote Leonardo. Il loro affetto non giudicante e la possibilità di essere presente nella loro vita sono l’unica vera riabilitazione. Loro rappresentano il futuro e l’unico posto dove non devo stare in guardia. Poi ci sono i cani, gli animali in generale. L’amore che si riceve da un cane è puro e incondizionato, l’esatto opposto del mondo umano fatto di tradimenti e pregiudizi che ho conosciuto per anni. Dopo aver vissuto nella peggiore delle discariche sociali, dove l’umanità si degrada, il contatto con la natura e con la lealtà di un animale è una terapia essenziale. La scrittura è diventata un punto fermo, un esercizio quasi terapeutico per dare un senso a un tempo che altrimenti sarebbe stato solo tempo perso. E sì, sono contento e onorato di poter partecipare a eventi editoriali, dove parlo di Noir, e a iniziative sulla Giustizia, un argomento che penso di conoscere molto bene, purtroppo. Non è felicità, è una fragile e preziosa normalità. È il premio per aver scelto di non cedere alla rassegnazione, e per un ex ergastolano, questo è già un trionfo».

Chiudiamo questa lunga, ma necessaria, intervista con due domande. Ancora una volta alternando passato e presente. Che cosa ha rappresentato per lei l’ergastolo? E, soprattutto, cosa le ha impedito di impazzire in quegli oltre ventisei anni?

«L’arrivo in carcere, la condanna a morte civile dell’ergastolo nel 1995, non l’ho vissuta come una punizione esterna. L’ho percepita come una resa dei conti ineluttabile con la persona che ero diventato. Improvvisamente, niente più rumore, niente più presunta gloria criminale. Solo il silenzio greve del cemento armato e l’odore freddo del ferro.

Sono stati oltre ventisei anni di reclusione che definisco cruda, senza possibilità di redenzione né umanità. E l’isolamento, che per me è stato un abisso dentro l’abisso, durato più di nove anni, ha accelerato quel processo. Lì, il fumo delle menzogne che mi raccontavo si è dissolto. La cella non era più la mia prigione; l’ho capito: ero io stesso la mia prigione. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, le stesse pareti, le stesse luci giallastre, un tempo senza tempo. Ho imparato l’arte brutale del sopravvivere. Ma sopravvivere, l’ho scoperto, non significava affatto vivere.

Quando quel fumo si è dissolto, mi sono ritrovato davanti allo specchio della cella. Non c’era più il delinquente che usava la paura come moneta di scambio, ma solo un uomo stanco, disorientato, che non sapeva più chi fosse. Il vero abisso, l’ho capito, non era fuori, tra le sbarre che mi separavano dal mondo, ma dentro, nel vuoto cosmico che la menzogna aveva lasciato.

Così è arrivata la scrittura. Una penna, un foglio, e un vuoto immenso da riempire. Ho iniziato a scrivere in isolamento, quasi per un istinto primordiale di autoconservazione. Era l’unico mestiere al mondo in cui non si può mentire a sé stessi, se si vuole che abbia un valore. Scrivevo per non impazzire, per non farmi inghiottire dall’ombra, per ricordarmi che l’essere umano che ero esisteva ancora. Ogni parola era un respiro pulito, ogni frase una sbarra che, metaforicamente, si allentava. Ho trasformato la mia profonda conoscenza delle ombre umane in storie noir e thriller. È il mio modo per denunciare le dinamiche di potere distruttive che governano la vita carceraria e per mostrare la fragilità del confine tra bene e male. I miei libri, come ha notato il mio editore Alessandro Balzano, sono un pugno nello stomaco perché raccontano la realtà cruda del carcere senza i filtri dell’ipocrisia. Ho imparato che la vera libertà non è uscire da una cella, ma uscire da se stessi, dal proprio passato, dalla propria menzogna. Significa guardarsi dentro senza paura e senza filtri. Il mio non è un riscatto facile o romantico; è la determinazione di riscrivere il proprio destino, un giorno dopo l’altro, con fatica e con la verità in mano. E se non smetti in tempo, quel vuoto ti inghiotte per sempre. Io ho smesso. E, per la prima volta, ho visto davvero. Finché avrò fiato, racconterò ciò che ho visto, per chi ancora crede, come un tempo credevo io, che il buio sia l’unica verità possibile».

Nella risposta alla prima domanda di questa intervista lei afferma “In quella zona, il culto della legalità era un concetto astratto.” Quindi le chiedo: alla luce degli anni trascorsi, del suo passato e del suo presente, quanto pensa che sia importante che le istituzioni si adoperino per far sentire e trasmettere al territorio che amministrano il concetto di legalità, farlo sentire come una cosa viva e non appunto come un concetto astratto

«L’affermazione che “il culto della legalità era un concetto astratto” in certe zone non è solo una mia percezione, è una tragica realtà che viene confermata dalle cronache attuali. Quando le parlo della zona di Latina, parlo di un territorio che sembra essere prigioniero di una mentalità malavitosa che, a distanza di trent’anni dal mio trascorso, non solo non è cambiata, ma appare strutturalmente peggiorata.
Il problema centrale è la credibilità. Come possono le istituzioni pretendere di “trasmettere il concetto di legalità” ai cittadini quando la legalità stessa viene violata da chi la dovrebbe tutelare?


Le recenti inchieste – che hanno coinvolto poliziotti, politici, e persino una giudice del Tribunale di Latina indagata per aver gestito come un “fondo nero” i beni sequestrati alla criminalità organizzata – sono devastanti. Questi non sono episodi isolati; sono ferite aperte che distruggono la fiducia alla base della società. Se le persone vedono un deputato, un poliziotto o un magistrato che operano nella corruzione, il messaggio che arriva al territorio è disastroso: il crimine paga e le istituzioni sono complici.
La legalità, per essere “una cosa viva e non astratta”, deve partire da un principio ineludibile: l’integrità di chi la rappresenta.
Priorità Assoluta: La pulizia interna. Le istituzioni devono dimostrare di essere le prime a voler estirpare il male al proprio interno, con indagini e sanzioni severe. Solo quando si dimostra che la divisa o la toga non sono uno scudo per l’illegalità, si può iniziare a ricostruire la fiducia.
Essere presenti, Non solo punitivi. Non basta arrestare i malavitosi. Le istituzioni devono presidiare il territorio con servizi sociali, opportunità di lavoro onesto e con una presenza costante. Devono dimostrare che lo Stato è più forte, più efficiente e più conveniente della criminalità. Finché le cronache di Latina (e non solo) continueranno a raccontare di giudici che abusano del denaro confiscato alla mafia e di politici corrotti, il concetto di legalità resterà un lusso.
La risposta è semplice, ma difficile da attuare: la legalità non può essere insegnata, deve essere incarnata. E questo richiede il coraggio, che finora è mancato, di espellere chi ha inquinato l’apparato istituzionale».

Ringrazio ancora Federico Berlioz per la sua testimonianza dirompente e preziosa.

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