Il vaso di vetro – di Glay Ghammouri

Ci sono parole che nascono per essere lette. Poi ci sono parole che nascono per non morire. Alcune di queste sono così intense da non limitarsi a esistere: cercano un posto dove restare, e finiscono per diventare un libro.

Le parole di Marco Malvaldi ci consegnano l’immagine di un uomo che, in un luogo pensato per l’urlo e lo sradicamento, oppone al degrado la cura meticolosa della propria identità.
Glay Ghammouri, nato in Tunisia nel 1978 e oggi ristretto presso la Casa Circondariale “Don Bosco” di Pisa, ha scelto di non farsi annullare dal “ferro” della detenzione. La sua vena poetica nasce da una necessità di sopravvivenza in un sistema spesso feroce e privo di sconti….

Ma non tutti i libri si leggono. Alcuni si attraversano. Alcuni si sopportano. Alcuni, come Il vaso di vetro, ti restano addosso come una cicatrice.

Glay Ghammouri non è un poeta “nonostante il carcere”.

È un poeta contro il carcere.

Contro tutto ciò che il carcere prova a toglierti: il nome, la voce, la dignità. E questa raccolta, Trenta schegge di dignità, non è un esercizio letterario. È un atto di resistenza. Qui dentro non c’è finzione. Non c’è posa. Non c’è nemmeno il tentativo di piacere.

C’è un uomo. Un uomo che ha sbagliato, sì.

Ma che ha rifiutato di diventare ciò che il sistema voleva che diventasse: un numero, un corpo da contenere, un’anima da spegnere. Le poesie di Glay non cercano il lettore. Lo mettono all’angolo.

In “Maledizione” non c’è metafora: c’è rabbia nuda.
In “Pronto, mamma?” c’è una ferita che attraversa il Mediterraneo e arriva dritta alla gola. In “Tortura” il dolore smette di essere parola e diventa presenza.

E poi, all’improvviso, accade qualcosa di spiazzante. Arriva la delicatezza. Una delicatezza che non è debolezza, ma sopravvivenza.

Come in “Amare per sopravvivere”, dove l’amore non è un sentimento: è l’ultima difesa contro la morte.

Il vero punto, però, è un altro. Glay Ghammouri scrive da un luogo dove l’umanità viene messa alla prova ogni giorno. E invece di cedere, fa una scelta rarissima: restare umano.

Pulire la propria cella. Preparare il caffè. Scrivere versi. Sembrano gesti piccoli. Sono rivoluzioni.

Perché, come ci ricorda anche la prefazione, in certi luoghi l’unica cosa che ti resta è la dignità.

E perderla è più facile che respirare. Glay non l’ha persa. L’ha trasformata in parola.

Il vaso di vetro è un titolo perfetto.

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Tuttomondo
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