“Un chien andalou”. Le visioni andaluse di Dalì e Buñuel

Salvador Dalì non si è limitato soltanto alla produzione pittorica ma ha dimostrato la sua abilità poliedrica esplorando l’universo cinematografico.

Durante una vacanza, nell’inverno del 1927, il pittore catalano decide insieme a Luis Buñuel di realizzare un cortometraggio. I due artisti scrivono la sceneggiatura in soli sei giorni, applicando il metodo paranoico-critico che Dalì stava elaborando in quegli anni. Un chien andalou nasce grazie ad un prestito finanziario della madre di Luis Buñuel e coinvolge un piccolo cast, tra cui anche i due artisti, privo di attori professionisti.

Un chien andalou viene proiettato per la prima volta nel settembre del 1929 presso lo Studio Ursulines di fronte a un pubblico di eccellenza tra cui Jean Cocteau, Pablo Picasso e André Breton. Il cortometraggio si rivela un successo davvero inaspettato. Contrariamente a ciò che avevano previsto i due artisti dichiarando con una dissacrante ironia che chi avrebbe trovato bello il loro film non poteva che trattarsi di un imbecille.

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Un frammento dell’opera

 

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Luis Buñuel

Il film è caratterizzato dalla totale distruzione spazio-temporale. Le didascalie presentano una cronologia inverosimile e le sequenze si succedono tramite nessi associativi. È possibile interpretare la celebre scena del taglio oculare come un incipit di quello che succederà allo spettatore: il suo occhio subirà uno shock visivo talmente forte che lo condurrà all’interno di processi psicoanalitici e dell’inconscio. Il film sembra trattare la formazione dell’identità sessuale di un soggetto maschile che potrebbe essere individuato come Salvador Dalì stesso. Emergono numerosi elementi che rimandano alla sua produzione pittorica e alla sua biografia, come le formiche e la figura androgina. In particolare quest’ultima è presente nell’opera del 1950, Dalì quando a sei anni credeva di essere una bambina mentre carezza il pelo dell’acqua per vedere un cane dormiente all’ombra del mare, conservata alla collezione del conte de Vallombreuse a Parigi. Questi ingredienti dimostrano quanto la figura di Salvador Dalì risulti fondamentale nella costruzione dell’intreccio. Mentre il ruolo di Luis Buñuel diventa centrale per la componente musicale.

Buñuel, piuttosto che far comporre una colonna sonora ex novo, decide di utilizzare brani già scritti in modo mirato all’interno del film, quasi come dei veri e propri personaggi che entrano ed escono continuamente dalla scena. I brani in questione (due tango argentini e il celebre Liebestod dal Tristan und Isolde di Wagner) sono stati inseriti per volontà dello stesso Buñuel solo nel 1960: la versione originale del 1929 era senza sonoro e questi brani sono stati eseguiti da Buñuel con l’ausilio di registrazioni fonografiche durante la proiezione.

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Richard Wagner

Come già accennato sopra, l’importanza dei tre brani è di non essere solo un semplice commento musicale alle scene, ma di porsi con queste in rapporto dialettico. DI maggior rilievo il brano di Wagner, proprio perché proveniente dal Tristan und Isolde: in primo luogo i Surrealisti avevano un forte legame con Wagner, come simbolo della lotta dell’artista per far emergere la sua opera e come creatore di atmosfere oniriche, a metà strada tra il sogno e la realtà; in secondo luogo Salvador Dalì aveva un particolare legame con il Tristan, tema ricorrente di un certo periodo della sua produzione, di cui ne aveva addirittura curato le scenografie e i costumi per il balletto Tristan fou (Tristano folle), riscrittura del celebre dramma wagneriano. Un altro interessante punto di contatto con Wagner è l’uso che Buñuel fa della musica, riproponendo i brani (ad esempio, il primo Tango) in momenti particolari del film, come se stesse usando un leitmotiv. In sostanza, non sono importanti i brani di per sé, ma importante è l’uso accorto che ne fa Buñuel e in quello che suscita nello spettatore la sovrapposizione di questi alle scene del film.

In conclusione Le chien andalou è l’esperimento cinematografico più noto del dialogo tra Salvador Dalì e Louis Buñuel, che prosegue con L’age d’or del 1930 e coniuga il surrealismo all’immagine visiva e alla musica.


Luca Fialdini
Francesca Lampredi

 

Francesca Lampredi

Laureata in Storia delle Arti Visive dello Spettacolo e dei Nuovi media all'Università di Pisa, mi interesso delle interazioni tra le arti visive, in particolare tra pittura, fotografia e cinema. Collaboro con Tuttomondo dal 2015 occupandomi di critica cinematografica e fotografica.
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One comment to ““Un chien andalou”. Le visioni andaluse di Dalì e Buñuel”
  1. sto preparando una tesina di composizione per musica applicata alle immagini e sto approfondendo l’utilizzo che Bunuel fa della musica in questo cortometraggio. Sapete darmi delle fonti approfondite da leggere?
    grazie in anticipo

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