Il racconto del Vajont: una “diretta sulla memoria”

Il racconto del Vajont: una diretta sulla memoria

Il 22 aprile scorso è stato celebrato l’Earth Day, la Giornata della Terra, un modo per invitare la popolazione a riflettere sulle problematiche ambientali che sempre più sovrastano il pianeta. Oltre a questioni di tipo ecologico legate al problema dell’inquinamento in primis, negli ultimi anni sembrano essere aumentati i disastri ambientali, di cui triste esempio sono in Italia le scosse di terremoto degli ultimi mesi. Ma la colpa non è sempre da attribuire a una maligna Madre Natura, quanto piuttosto a uno scellerato sfruttamento del suolo in cui non sempre vengono tenuti in giusta considerazione tanto le risorse quanto i limiti dell’ambiente in cui viviamo.
In onore a questa ricorrenza abbiamo deciso di parlarvi di uno spettacolo teatrale che a distanza di 20 anni merita ancora oggi attenzione, poiché ha come soggetto una delle più grandi catastrofi ambientali italiane dell’ultimo secolo.

Il 9 ottobre 1963 quasi duemila persone furono vittime della disastrosa esondazione del Vajont, a seguito della frana del Monte Toc.
Siamo nella zona delle prealpi Bellunesi, sopra il Piave. Qui a partire dagli anni ’30 del Novecento inizia ad essere sviluppato il progetto del “grande Vajont”, una diga sul fiume che permetta di immagazzinare acqua ed avere energia per tutto l’anno, sopperendo alle limitazioni naturali del Piave, che non sempre gode di un flusso continuo. La storia di questo disastroso progetto, che a scuola non viene più studiato ma che dovrebbe invece servire da monito per chi ancora non ha capito che l’ambiente ci pone dei limiti da non superare, ci viene raccontata magistralmente da Marco Paolini. Esponente tra i più importanti del teatro di narrazione, nel 1993 Paolini mette in scena per la prima volta Il racconto del Vajont 1956/ 9-10-1963 e nel 1997, in occasione del 34° anno della ricorrenza viene trasmessa una diretta televisiva dello spettacolo rappresentato direttamente sulla diga, o meglio, sulla parte di diga al tempo riempita dalla frana. Circa tre ore di spettacolo che contarono quasi 3000 spettatori (il programma vinse anche l’Oscar nel 1997 come miglior spettacolo televisivo).

Teatro di narrazione dicevamo, e infatti non siamo davanti ad uno spettacolo inteso tradizionalmente, ma siamo spettatori di quella che Paolini definisce una “diretta sulla memoria”. Ed è proprio questo Il racconto del Vajont, una descrizione lucida e dettagliata dei fatti, della storia dai suoi esordi fino alla catastrofe. L’attore veneto ci conduce alla scoperta di questa vicenda, vissuta in prima persona come spettatore esterno ai fatti, ma abbastanza vicino da conoscere quei luoghi, paesi spesso oltrepassati in treno in viaggio per le vacanze. Aveva sette anni l’attore nel 1963 e il racconto che ci fa non può prescindere dalla sua biografia, così ci spiega quali furono i primi pensieri di chi assistette alla tragedia, quale fu l’opinione pubblica generalizzata sull’argomento, quando giornalisti come Giorgio Bocca e Dino Buzzati parlavano di «natura indifferente» ed elogiavano quel gigante di cemento che, nonostante tutto, era rimasto in piedi. Ci fa rivivere attraverso il suo racconto le impressioni di un ragazzino che, seguendo le orme dei padri,  non può far altri che piangere Longarone e inveire contro la natura, estasiato difronte ad una diga tanto perfetta. Ma proseguendo nel racconto Paolini ci parla anche di un sé cresciuto, che scopre quasi per caso la verità su quella tragedia, quando, in mancanza di libri da leggere si trova ad acquistare prima di un viaggio in treno il libro Sulla pelle viva, risultato delle inchieste sul disastro del Vajont, scritto dall’allora giornalista de L’Unità Tina Merlin.

Il racconto del Vajont nasce proprio dagli studi che Paolini ha condotto da allora alla scoperta di quelle tristi verità, ricercando nelle carte ufficiali, negli atti, attraverso libri e articoli di giornale. Il risultato è uno spettacolo esaustivo, chiarificatore, che ci conduce alla scoperta di una storia tragica intervallando la tragedia al sorriso, affiancando alle testimonianze reali (che lui stesso sottolinea di riportare testualmente) aneddoti inventati, spaccati divertenti di vita quotidiana nelle montagne di allora. Ci racconta di Erto e Casso, dei suoi abitanti, delle loro reazioni alla vicenda, dei diversi comitati nati a difesa del territorio, e ci racconta, in sordina, di Longarone e di quei paesi inspiegabilmente esclusi da ogni tipo di calcolo nelle eventualità, purtroppo accertate, di possibili cedimenti del terreno.
Tutta la storia ci viene raccontata in maniera ineccepibile e impariamo anche noi a conoscere i tanti nomi che si sono susseguiti nella vicenda: la SADE – Società Adriatica di Elettricità, l’ingegner Semenza e il geologo Del Piaz, primi iniziatori del progetto, fino ai nuovi geologi consultati, i garanti del progetto, gli esecutori, i ministri, i sindaci; conosciamo i nomi e le azioni di chi individuò nella diga un pericolo e di chi invece quella diga la volle a tutti i costi, nonostante tutto.
Seguendo un climax ascendente lo spettacolo, iniziato nella pacatezza di un racconto ormai lontano nel tempo, si evolve in un’efferata denuncia mentre Paolini rivive gli ultimi mesi prima della tragedia, quando la catastrofe preannunciata diventa di fatto inevitabile, fino ai giorni prima, alle ore a ai minuti che precedono le 22.39 di quel 9 ottobre, per poi descriverci come avvenne l’esondazione e la distruzione di tutti i paesi in valle, in cui gli abitanti non erano stati avvertiti del pericolo.

Paolini si serve per lo spettacolo soltanto di una lavagna, dove inizialmente sono scritte le principali date della storia e successivamente lo stesso attore disegnata uno schema della valle con il calcolo dell’altezza delle montagne, delle distanze tra i diversi paesi e dei metri cubi di acqua contenuti nella diga per permettere allo spettatore di seguire lo sviluppo degli eventi senza incomprensioni. Soltanto di una lavagna e una sveglia, attivata circa mezz’ora prima delle 22.39.

«Il 9 ottobre 1963 dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia.
Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina. Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava.
Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua… Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faé.
Duemila i morti».

Quella del Vajont è una storia surreale, una catastrofe annunciata, non soltanto perché, come scherza (ma non troppo) Paolini  «”Patoc” vuol dire marcio….stanno costruendo una diga tra il monte Salta e il monte “pezzo marcio” sopra un torrente che si chiama Vajont, che in ladino significa “va giù”», ma perché i rilievi, gli studi, i diversi pareri di geologi e studiosi avevano dichiarato falle nel terreno del monte, una predisposizione naturale allo sgretolamento e il rischio di esondazioni catastrofiche se il bacino della diga fosse stato riempito fino ad un’altezza superiore ai 700 m dal livello del mare: nell’aprile del 1963, quando iniziaro i lavori di riempimento per la terza prova d’invaso, la diga venne riempita fino a 710 m.

Quella del Vajont è una storia che non va dimenticata e in questo compito Paolini riesce molto bene, permettendo allo spettatore di comprendere i fatti in maniera così nitida da non poterli più  scordare.  La fortuna che abbiamo noi, in questo caso, è quella di avere la possibilità di rivedere infinite volte lo spettacolo andato in onda nel 1997, ed è una visione che consiglierei a tutti, cominciando dalle scuole.

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