Il Trionfo della Morte al Camposanto Monumentale di Pisa: cronaca di un restauro

PISA – Il 19 novembre, nel laboratorio di restauro dell’Opera della Primaziale pisana, si è tenuto un incontro riguardante la grande impresa, che si sta avviando al termine, del restauro del Giudizio Universale del Trionfo della Morte, ciclo di affreschi del Camposanto Monumentale di Pisa.

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L’operazione, iniziata circa 70 anni fa, e che ha visto impegnate almeno tre generazioni di restauratori ed esperti del settore, è stata gestita, in fase finale,  dal personale dell’Opera della Primaziale pisana, sotto la guida del prof. Antonio Paolucci e supervisionati dai capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci.  Già negli anni ’90 il progetto di poter ricollocare gli affreschi nella loro sede originaria ha cominciato a rendersi concreto e attualmente è tornato in loco  l’80% della pittura totale.

È il 27 luglio del 1944 quando la violenza della Seconda Guerra Mondiale colpisce uno dei capolavori assoluti del patrimonio culturale italiano: il Camposanto di Pisa. La struttura, e i beni al suo interno, rimasero avvolti dalle fiamme per circa tre giorni, a causa dell’incendio, che fece fondere il soffitto in piombo, divampato in seguito allo scoppio di una granata. Dei 2500 metri quadrati di superficie muraria ne sono andati perduti circa 500-600, mentre la rimanente porzione è stata sottoposta ad un’attenta azione di recupero, iniziato subito nel dopoguerra. Gli affreschi trecenteschi, fortemente danneggiati, furono staccati subito all’indomani della fine del conflitto. Da quel momento, gli affreschi hanno subito una serie di ‘trasporti’, ossia di passaggi della pellicola pittorica da diversi supporti, dall’iniziale eternit fino al più moderno aerolam. È stato grazie a questo magistrale intervento che le opere si sono potute salvare in buona parte.

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Il ciclo è immenso, così come tanti sono stati gli artisti che, nel corso dei secoli, si sono avvicendati nell’impresa decorativa. Nel Trecento, Francesco Traini, pittore pisano, si è dedicato alla decorazione della prima metà della parete est, e a susseguirsi Buffalmacco, Stefano da Firenze, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Taddeo Gaddi e Piero di Puccio. Dal 1468, per circa vent’anni, Benozzo Gozzoli completò quasi tutta la parete nord. Le gallerie ovest e est sono state poi portate a termine, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, da Agostino Ghirlanda, Aurelio Lomi, Paolo Guidotti Borghesi e Zaccaria Rondinosi.

Il caso di Buffalmacco è isolato, in quanto rappresenta un raro esempio di pittura toscana estranea alla lezione di Giotto. Fiorentino, attivo inizialmente ad Arezzo, è a Pisa che lascia la sua opera magistrale, ossia i tre affreschi dedicati al Trionfo della Morte, al Giudizio Universale e alle Storie dei Santi Padri, anche conosciuto come Tebaide.

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È nel Trionfo della Morte che si evidenzia lo stile di Buffalmacco, ossia la mancanza di un vero punto prospettico e un senso di unità. I nuclei narrativi, infatti, sembrano inseriti nel contesto quasi casualmente, senza un reale programma compositivo. In alto a sinistra viene affrontato il tema della vita contemplativa degli eremiti, mentre più in basso è descritto l’incontro dei vivi con i morti; al centro l’immagine spaventosa della Morte nell’atto di sorprendere dei giovani in un boschetto. Di contorno, senza gerarchia spaziale la furibonda lotta tra angeli e demoni. L’affresco, quindi, non ha uno stile narrativo unitario, anzi, l‘impostazione delle scene non favorisce affatto una visione d’insieme della composizione. Gli elementi, che sembrano disposti secondo un andamento selettivo che ricorda i gironi danteschi, cui, peraltro, si fa spesso riferimento tramite cartigli, sono descritti da Buffalmacco con attenzione lenticolare, usando una forza espressiva nuova, evidente nei cadaveri decomposti, che rendono la composizione molto innovativa sia nei moduli compositivi sia nel contenuto.

Osservando il Giudizio Universale, che appare simmetrico ma, in realtà, è costruito volendo trasmettere una forte drammaticità, si evince la concitazione degli animi nel momento della sentenza finale. I nuclei di personaggi in prossimità delle mandorle di Cristo e della Vergine, sono caratterizzati da una forte carica espressiva, visibile dai volti e dai gesti violenti e, spesso, anche sgraziati, elementi totalmente estranei al rigoroso impianto compositivo prediletto da Giotto. Basti pensare ai rigidi protagonisti della giottesca Cappella degli Scrovegni per percepire in maniera oggettiva la differenza stilistica, nonché patetica, che separa i due artisti.

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Essendo questo ciclo realizzato più “a fresco” rispetto alle porzioni rinascimentali, rifinite in gran parte a secco, nonostante la distruzione generale dovuta all’incendio, è stato possibile salvare buona parte dell’affresco. Le prime scene che furono asportate, strappando la sola superficie pittorica attraverso un delicato processo di incollatura su garze tecniche, furono quelle di Buffalmacco. Dal momento dello strappo si è posto il problema della conservazione delle sinopie, ossia del disegno preparatorio sottostante. Recuperate anch’esse, straccate a loro volta dalle pareti del Camposanto, furono inizialmente collocate sulla parete nord del Monumentale e, nel 1952, dietro il fianco nord dell’edificio. Nel 1969, poi, l’Opera della Primaziale acquistò alcuni locali attigui allo Spedale Santa Chiara, dove furono spostati i disegni preparatori, basilari per la ricostruzione del ciclo.

Cesare Brandi, tra i primi ad accorrere a Pisa, risalendo l’Aurelia grazie all’ausilio dell’esercito americano, munito di fotografie in bianco e nero che testimoniassero l’aspetto originario degli affreschi, ha dedicato molte pagine alla cronaca del restauro. Lo studioso riferisce che le alte temperature del fuoco avevano cotto, nel vero senso della parola, gli affreschi facendo mutare chimicamente i materiali e, di conseguenza, facendo assumere ai dipinti un color mattone. Quelli di Gozzoli, già problematici, erano quasi del tutto perduti. Il restauro postbellico, eseguito con urgenza e con tecniche non sperimentate, aveva solo momentaneamente escluso la distruzione dell’affresco. Strappate dal muro, infatti, le pitture erano state messe su tela tramite della caseina, colla naturale che, inevitabilmente, con il tempo ha cominciato a deteriorarsi. Gli ingenti danni provocati dalla caseina marcita e gli studi scientifici che hanno rivelato la pericolosità delle lastre di eternit su cui, a loro volta, erano state fissate le tele, hanno fatto sì che dal 1980 gli affreschi fossero sottoposti a una nuova procedura conservativa. In vista della ricollocazione nella sede originaria, e in seguito a fenomeni di condensa dall’alta carica batterica, la Direzione dei lavori del Camposanto ha messo a punto un sistema in grado di tutelare il Trionfo della Morte dalle condizioni ambientali. Riscaldando l’aria in prossimità dell’affresco, si può, infatti, scongiurare che lo strato di acqua, evaporando, si posi sulla superficie. Un sofisticato complesso di sensori permette di rilevare, ogni dieci minuti, anomalie di temperatura e umidità attivando, in autonomia, il sistema di riscaldamento. Tale sistema garantisce un controllo e una tutela del lungo lavoro di restauro che vedrà il totale riposizionamento del ciclo sulle pareti del Camposanto pisano entro il 2018.


Cristina Gaglione

Francesco Bondielli

Nasce nel 1990, scrive per mangiare e beve per scrivere.
Ama le vecchie canzoni e le ragazze con le doppie punte, non sopporta i palloncini e il caffè a un euro e dieci.
Giornalista prestato alla scrittura e scrittore prestato al giornalismo, non sa dove andare. Ma comunque ci va.
Francesco Bondielli
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