Il Suono del Classico: Ocean Rain

Ocean Rain: le acque cristalline e le tempeste fantastiche degli Echo and the Bunnymen

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Parlando di acqua non ho potuto fare a meno di ricordare un album iconico (sia musicalmente che visivamente) proveniente dalla metà degli anni 80, un album che forse molti di voi non conosceranno ma che sicuramente avranno distrattamente orecchiato o visto di sfuggita almeno una volta nella vita. Si tratta di Ocean Rain degli Echo and the Bunnymen, uscito il 5 maggio del 1984, il giorno del compleanno del frontman della band, Ian McCulloch. All’epoca del release di Ocean Rain i giovani musicisti avevano già realizzato tre lavori ufficiali: Crocodiles (1980), Heaven Up Here (1981) e Porcupine (1983), e stavano vivendo un momento di grande successo consacrato da qualche anno con l’uscita di Heaven Up Here. Gli Echo nacquero a Liverpool nel 1978: per un attimo dimenticatevi dei Beatles, e infilate la testa in una scena musicale totalmente diversa, alienata e industriale, sconvolta dalle sperimentazioni kraut-rock e psichedeliche, dove Ian McCulloch si era lanciato nella fine degli anni 70. Il cantante (classe 1960) inizialmente aveva preso parte parte al gruppo Crucial Three, assieme a Pete Wylie (futuro membro degli Wah!) e Julian Cope (futuro membro dei The Teardrop Explodes), ma fu soltanto quando Cope cacciò McCulloch dalla band che il giovane cantante decise di agire e creare una sua formazione. McCulloch chiamò il chitarrista Will Sergeant e il bassista Les Pattinson per dare vita agli Echo & the Bunnymen, una band dal curioso nome non-sense che era stato coniato da un amico di Sergeant, convinto da Ian che la drum machine usata dalla formazione prima di accogliere un vero batterista, si chiamasse “Echo”:

We had this mate who kept suggesting all these names like The Daz Men or Glisserol and the Fan Extractors. Echo and the Bunnymen was one of them. I thought it was just as stupid as the rest.  Will Sergeant

Gli Echo rimpiazzarono “Echo” e chiamarono un batterista in carne ed ossa proprio nel momento del debutto con il loro primo album, Crocodiles (1980): il soggetto in questione era Peter Louis Vincent de Freitas, nativo della Repubblica di Trinidad, che accompagnò la formazione anche in Ocean Rain.

2000

Ocean Rain venne registrato a Parigi sotto l’assistenza di Henri Lonstan presso Les Studios Des Dames, dentro una nuova aura romantica e orchestrale. La band voleva aprirsi un varco oltre le soluzioni cupe del movimento new-wave e oltre le avanguardie del post punk classico. La loro città di origine, Liverpool, aveva visto negli anni precedenti un’apertura verso nuove sperimentazioni musicali con diversi gruppi come i Teardrop Explodes, i Waterboys, i Blue Orchids, i Big in Japan, e altri “gruppi fantasma” che partivano dal recupero del sound psichedelico degli anni 60, dalla musica angosciata dei Doors, con l’idea di tramutare il punk  e il dark intellettualoide in qualcosa di glorioso, brillante, naif e solare. Pionieri del movimento furono gli americani Television con Marquee Moon che sconvolsero le chitarre dell’Inghilterra post punk e divennero uno dei principali gruppi mentori degli Echo. Le cose cominciarono a cambiare sin dal primo album dei nostri: nuovi suoni, più brillanti, rarefatti, come flashes che balenavano nel buio che i Joy Division avevano steso nella Manchester industriale. Ocean Rain si pone così in questo contesto come la definitiva apertura verso la luce, sebbene tanta angoscia esistenziale si annidi ancora nei suoi testi e nelle melodie orchestrate e malinconiche. L’album schiarisce la nebbia, dimostrandosi come un prodotto pop-rock delicato, rivale indiscusso della produzione degli U2 del periodo, una specie di fratello adottivo delle sperimentazioni che la Factory farà alla fine degli anni 80 con gli Happy Mondays (guardatevi il film 24 Hours Party People, merita).

In Ocean Rain gli Echo rinunciano ai pensieri di morte e si lanciano verso la natura, verso il mare, che diventa il protagonista indiscusso delle loro liriche, tra ironia e ricerca di serenità.

Ian McCulloch

Ian McCulloch

Il pezzo che apre l’album è Silver, argento vivo in tutti i sensi, una canzone languida da marinaio accompagnata da archi ed estremamente ricercata, lo sguardo è ripulito dall’oscurità e si osserva il mondo attraverso le onde del mare, con una mentalità visionaria e talvolta ai limiti dell’assurdo, tipica dei testi di McCulloch. Segue Nocturnal Me, titolo veramente new wave. Il pezzo è malinconico e epico allo stesso tempo, richiama gli arrangiamenti degli Smiths e le loro chitarre convulse, e ci accompagna in una dimensione interiore tagliente come la voce di Ian. Molto più pop è Crystal Days che sembra già condurci a quello che i Cure faranno nel 1989 con Disentegration: si può sentire un’atmosfera solare, dove la speranza arriva in modo grottesco a scacciare tutte le tristezze. L’elemento del gelo e dell’acqua ghiacciata ritorna in Yo-Yo Man, dove gli archi hanno un ruolo da protagonista: la canzone è una specie di autobiografia di Ian che spesso affermava di sentirsi un essere oscillante tra l’inferno e il paradiso, senza mezze misure, un collezionista di ossa degli amici e un seminatore in terre aride e sterili, metafore oscure e visionarie che il cantante creava per descrivere i suoi dubbi e le sue angosce. Acqua, oceano e cielo facevano ormai parte del repertorio immaginifico degli Echo: erano vaghi simboli che evocavano una sorta di perfezione ultraterrena, una religiosità indefinita che però veniva spesso smorzata dalle spiritosaggini di Ian. In particolare il suo sarcasmo e la sua superbia artistica lo trasformavano in una specie di sciamano ironico e ipercritico, soprattutto verso i suoi avversari musicali come U2 e Big Country. È molto probabile infatti che Ian fosse in fila per i capelli quando il creatore distribuiva la modestia…. Ma questa è un’altra storia.

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All’inizio il disco vi sembrerà probabilmente una lunga canzone, soprattutto al primo ascolto da profani, ma aspettate di arrivare a Thorn Of Crowns: uno spartiacque spiritoso e non-sense che richiama moltissimo lo stile canoro di Jim Morrison con un effetto destabilizzante e antimessianico che mostra un mondo alla rovescia “inside out/upside down”, fatto di cetrioli, di cavolfiori ed edonismo, graffiato da una chitarra nervosa alla Edge di Wire.

I think Thorn of Crowns is really sexy, and I suppose that words like “cucumber” fit in with that.

Ian McCulloch

E sexy lo era davvero! Ian infatti giocava moltissimo con il suo bell’aspetto, era consapevole della bella apparenza sul palco e in Ocean Rain cercò di esasperare questa caratteristica, soprattutto nei video e nei live, dando al disco anche una forte carica erotica che contrastava con il gelo di alcuni pezzi.

A seguire troviamo un pezzo grandioso e famosissimo, riproposto come cover nel film Donnie Darko: The Killing Moon, altro titolo inquietante e decisamente non-sense. Come può la luna uccidere? Solo Ian lo sapeva e lo cantava come Frank Sinatra cantava My Way.

I’ve always said that The Killing Moon is the greatest song ever written. I’m sure Paul Simon would be entitled say the same about Bridge Over Troubled Water, but for me The Killing Moon is more than just a song. It’s a psalm, almost hymnal. It’s about everything, from birth to death to eternity and God – whatever that is – and the eternal battle between fate and the human will. It contains the answer to the meaning of life. It’s my “To be or not to be …” […] We went to Leningrad, then this place called Kazam, where nobody from outside Russia had been since 1943 or something. We went to a museum full of tractor parts and this very strange party organised by the young communists where everyone wore pressed Bri-nylon flares. But there was a lot of music and we came back full of ideas of Russian balalaika bands, which Les used for the middle of the song – this rumbling, mandolin-style bass thing.

Intervista da The Guardian. Ian McCulloch and Will Sergeant: how we made The Killing Moon

Da questo splendido pezzo in poi l’album prende la via della traversata oceanica e il tema del mare diventa centrale. Prima tocca a Seven Seas, che crea melodie bizzarre su un paesaggio trasognato, “Here the cavemen singing/ Good news they’re bringing” costellato di scene romantiche di naufragi “Seven seas/ Swimming them so well/Glad to see/My face among them”. Ian si immagina dentro le onde in un mondo azzurro a baciare i gusci delle tartarughe, come in un’immersione panica e surreale, accompagnato da una musica evanescente ed estiva.

L’acqua, come abbiamo visto, era un elemento affascinante, fascino che McCulloch però stempera con ironia:

Why so many aquatic references? Well, all the nice girls love a sailor, as the saying goes though i’m not a sailor. I used to love taking the ferry to Europe instead of flying. Whenever I’m near water, I suppose it’s just calming.

Ocean Rain infine è un pezzo che McCulloch descrive come un inno all’oceano, una canzone per l’oceano, elemento che il frontman amava e con cui si sentiva in diretta comunicazione: Ian diceva che l’oceano gli parlava come la natura faceva con William Wordsworth, poeta romantico del tardo settecento. In questo pezzo sembra di ascoltare una melodia lontana proveniente dal mondo sottomarino, dove un naufrago cerca riparo dopo una tempesta.

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Dopo aver ascoltato questo ultimo pezzo non potete far altro che collegarlo all’immagine del disco. È inevitabile. La copertina dell’album racchiude tutta la magia marina e misteriosa dei pezzi: la band è ritratta su una piccola barca di legno che galleggia in mezzo ad un lago, all’interno di una grotta sotterranea, parte del complesso delle Carnglaze Caverns di Liskeard (Cornovaglia). L’idea di creare una copertina del genere venne dal fotografo Brian Griffin, che aveva già lavorato con gli album precedenti del gruppo e che aveva realizzato la copertina di A Broken Frame dei Depeche Mode nel 1982. Brian e Ian volevano rimanere sulla falsariga del design degli album precedenti della band, ristabilendo una connessione con gli elementi naturali che facevano ormai parte della produzione musicale e visuale degli Echo: il mare, la terra e il fuoco. La foto racchiude tutto il senso del disco, dalla personalità invadente di Ian, ritratto come Narciso ad amare il suo riflesso nel lago, a quella più timida di Will che osserva il vuoto; è l’immagine di una barca (la band) che spuntata dal buio della grotta, si avvia autonomamente in acque tranquille verso il futuro… Un riassunto perfetto che condensava visivamente uno dei migliori lavori degli Echo, di cui anche Ian era fortemente consapevole:

It’s got everything on it – it’s so unusual – and the sound of it is quite unique. The way it was done it sounds completely different from everything else we did. From the start to finish, ending with Ocean Rain… In the liner notes on our box set, Wayne Coyne from The Flaming Lips said that was the defining moment of rock and roll for him – hearing the waves.

Ian McCulloch

Lasciatevi trasportare dalle onde.

Alcune citazioni sono state tratte da: Chris Adams, Turquoise Days: The Weird World of Echo and the Bunnymen, Soft Skull Press, NY, 2002.

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Virginia Villo Monteverdi

 

Virginia Villo Monteverdi

Fatta di musica, arte, immaginazione e altre cose intellettuali e magari noiose.
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