Il suono del Classico

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Il Classico

In questa rubrica, ogni mese,  troverete un articolo di approfondimento su dischi che sono diventati “classici” , pietre miliari, dopo i quali la musica non è stata più la stessa.

Anche questo mese  l’articolo  di Virginia Villo Monteverdi  sui

Cult

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Oggi parleremo di cambiamento, di slittamento di generi musicali, cercando di riassumere l’avventura musicale dei Cult, che dalla scena gothic, inaugurata dal tribalismo primitivo dei Virgin Prunes, dei Pere Ubu e dei Dead can Dance, sono gradualmente passati alla grinta sfrontata del glam-hard rock, conservando tutti i loro elementi più cupi ed esoterici per trasferirli all’interno della nuova prospettiva musicale.

Il gruppo nasce nelle periferie londinesi intorno ai primi anni 80 attraverso l’unione di due band goth rock attive in quegli anni: i Southern Death Cult (il cui cantante era Ian Astbury) ed i Theatre of Hate (dove Billy Duffy era stato chitarrista per breve tempo).

Nel 1983 Ian e Billy abbandonarono i rispettivi gruppi formando i Death Cult, nome abbreviato della vecchia band di Astbury che, appassionato di cultura e spiritualità degli indiani d’America, lo aveva derivato da quello di una tribù indiana del delta del Mississippi del XIV e XV secolo. In quello stesso anno il gruppo, con al basso Jamie Stewart e alla batteria Ray Mondo, entrambi ex membri dei Ritual, pubblicò un EP omonimo ed il singolo Gods Zoo a partire dal quale, dopo l’abbandono di Ray Mondo, il batterista divenne Nigel Preston, dopo aver suonato nella band death-rock dei Sex Gang Children.

Con questo nome, Death Cult, intriso di religiosità e oscura speranza, sulla stessa lunghezza d’onda di tutte quelle band che rievocavano sul palco rituali primitivi, stregoneschi, culti ancestrali, carnevali oscuri, iniziazioni a nuove religioni pagane fatte di richiami alla profondità dei culti della specie umana, i Death Cult iniziarono il loro percorso aprendo i concerti dei Bauhaus e inserendosi perfettamente in quella ricerca di nuove autenticità insite nel profondo della spiritualità umana, vicino a tutti quegli atti performativi di cui abbiamo parlato sopra. Un nuovo tentativo di modernismo che, come il movimento culturale dei primi 20 anni del XX secolo, tentava di sostituire ai punti di riferimento consoni della vita e della religiosità umana, nuove forme di “fede” e di ricerca di un senso della vita.

Con questo messaggio i Death Cult fornirono, attraverso la loro musica (fatta di new wave e goth), nuove possibilità di aggregazione umana tramite l’evocazione delle religiosità indiano-americane, aborigene, primitive e orientali, proprio come quasi un secolo prima avevano fatto i culti misterici, l’interesse per l’aldilà, la religiosità egizia e la teosofia.

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Tutto questo era un modo di presentarsi tipico della corrente gothic e delle sue oscure ritualità. Ma i Death Cult, dopo l’esordio, iniziarono a percorrere una nuova strada. Il primo grande album fu Dreamtime (1984): esso rievocava il “Tempo del Sogno” della religiosità aborigena, ovvero quel momento metafisico prima della creazione del mondo, ma anche luogo abitato da esseri metafisici e totemici, generalmente rappresentati come creature gigantesche con forma di animali che tramite le loro danze, movimenti e lotte, avrebbero dato forma al mondo e al paesaggio. Tutto questo era contenuto nelle sonorità dell’album, che con chorus ed echi non facevano altro che evocare canti sciamanici, orizzonti infiniti e indefiniti, danze totemiche e oscure, voci echeggianti nell’indifferenziato della creazione, dipinte del rosso dei tramonti e della terra del deserto indiano e australiano. Ian, il frontman, era l’Apache capo di questa tribù: attraverso i suoi abiti in frange e in pelle, i lunghi capelli neri liscissimi, e la sua espressione assorta con gli occhi dipinti di nero, non era altro che un nuovo sciamano/profeta pronto a lanciare messaggi di rinascita spirituale.

Ma il sogno durò poco e i Death Cult (che ormai avevano già perso ogni riferimento alla morte cambiando il nome nel 1983 a Cult), convogliarono il loro essere sciamani nella musica hard rock: ed è qui che iniziò l’ibridazione. Con Love, l’album del 1985, le sonorità diventarono hard rock, anche se i testi e l’abbigliamento della band ancora evocava il goth sciamanico; ora i Cult guardavano agli assoli di Jimi Hendrix, alla psichedelia anni 60, ai Doors e al rock istrionico degli AC/DC: pezzi come She Sells Sanctuary, Rain (che prima doveva chiamarsi Sad Rain, con evidente riferimento al decadentismo goth) e la ballata Revolution aprono la strada verso il glam cotonato degli anni 80. Con il successivo Electric del 1987 i Cult diventano una vera band hard rock: i Guns N’ Roses, all’epoca scalmanati e sconosciuti, iniziano ad aprire i loro concerti e a fare da spalla alla band. E saranno proprio i Cult a influenzare in parte la produzione del gruppo americano e Revolution sarà in parte la base per la ballata del Guns, Patience.

Il seguente Sonic Temple (1989), procede nella direzione rock consolidando l’approdo ad un hard & heavy che lambisce territori affini all’hair metal. I singoli più famosi tratti dall’album sono certamente Sweet Soul Sister, Fire Woman ed Edie (Ciao Baby) che rievocano le sonorità cariche, edoniste e sessuali, gli assoli irruenti e le doppie voci armonizzate dei WASP, dei Warrant, dei Poison e dei Def Leppard (delle hair band in genere), unite al tocco psichedelico di Hendrix e alla grinta dei Led Zeppelin. La new wave e la musica goth sono adesso solo un lontano ricordo, ogni tanto compaiono attraverso degli strilli della tastiera di Soul Asylum, dal look di Ian che talvolta presenta ancora i suoi bellissimi capelli neri e lisci con abiti che richiamano la cultura indiana… Ma nonostante tutto la trasformazione è avvenuta: anche i video ormai ritraggono la band con le inquadrature dal basso tipiche dell’hair metal mentre suonano su palchi vuoti, enormi e pieni di nebbia con aderenti abiti in pelle; e anche gli altri componenti della band che all’epoca di Dreamtime sfoggiavano ciuffi e teste rasate, ora scapocciano con lunghe chiome laccate e mosse da grandi ventilatori.

Dal sogno sciamanico si passa all’aneddoto, alla storia d’amore e al sentimento, accarezzati dalla distorsione delle chitarre e dal luccichio delle borchie degli stivali.

 

https://www.youtube.com/watch?v=I1G1Z1_yjZA, per i Cult versione goth

https://www.youtube.com/watch?v=ZHNiYIvt7ag,

https://www.youtube.com/watch?v=nNobN73F2JY, per i Cult versione hard rock

 

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