Il suono del Classico

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 Il Classico

In questa rubrica, ogni mese,  troverete un articolo di approfondimento su dischi che sono diventati “classici” , pietre miliari, dopo i quali la musica non è stata più la stessa.

Anche questo mese  l’articolo  di Virginia Villo Monteverdi dal titolo:

Depeche Mode: Speak & Spell e A Broken Frame, una questione di “ascoltabilità”

In questa puntata di storia della musica tratterò non di uno, ma ben di due album insieme, testimoni del grande successo che il synth-pop e la sua vena “dark” ebbero nella musica degli anni 80.

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Speak & Spell e A Broken Frame furono il primo e il secondo album della band inglese dei Depeche Mode composta da David Gahan, Martin Gore e Andrew Fletcher, rilasciati rispettivamente nel 1981 e nel 1982. Sono passati ormai trentatré anni dall’uscita di questi piccoli quadretti musicali esistenzialisti e spensierati, ma la loro distillata bellezza ancora può colpire chi li ascolta per la prima volta. Ho scelto di parlare di questi album perché reputo che siano uno dipendente dall’altro.

Per parlare di A Broken Frame non si può assolutamente escludere il primo lavoro, Speak & Spell, nato tra i meandri del pop londinese e della musica sperimentale elettronica. Suoni gommosi e metallici, melodie infantili e giocose simili a ninne nanne o a frammenti sonori dei carillons, echi e riffs in tonalità minore ma con effetti decisamente solari e orecchiabili, rumori di oggetti poco riconoscibili, drum machines e tutto quello che si poteva creare con un sintetizzatore e delle tastiere, facevano parte del bagaglio sonoro che Speak & Spell lasciava alle orecchie del pubblico degli anni 80 abituato a quel tipo di musicalità e di ricerca sperimentale. Dietro queste sonorità, che oggi possono apparire abbozzate, demodè, troppo caricate ed estetizzanti, scontate e talvolta fastidiose perché ossessive e ripetitive, si nascondeva in realtà la carriera della grande band, che per l’appunto cominciò veramente con A Broken Frame. Questo album, come ho detto, trasportava dietro di sé gli effetti sonori del precedente: vi erano accenni ai brani degli Human League, Fad Gadget, Soft Cell, Ultravox e David Bowie (lui in questo periodo era onnipresente), ma totalmente trasformati con un marchio wave: dalla certezza del pop orecchiabile che aveva forgiato parte dei brani di Speak & Spell, adesso si tendeva verso un sound più meditativo, dove i suoni dei sintetizzatori di un pezzo come Only You degli Yazoo, nato tra l’altro dalle menti di Allison Moyette e Vince Clark, ex membro della band, si ricoprivano di una patina cupa e macabra, decisamente meno pop. Dalla scanzonata ironia dell’album del 1980 anche i testi cambiarono decisamente: adesso ci si interrogava sui rapporti interpersonali, sulla necessità del cambiamento, il cinismo affettivo diventò un Leitmotiv, la speranza verso una positività sembrava invece essere solo un grande abbaglio nella nebbia. Diceva Dave in The Sun And The Rainfall: “Things must change, we must rearrange them, or we have to estrange them, all that I’m saying the game’s not worth playing over and over again.”

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Con Speak & Spell si rideva dei luoghi comuni, si citava la storia e il cinema con una leggerezza tipica di chi predilige il dark humor (Tora! Tora! Tora! era il titolo di un pezzo ma anche un film del 1970 del regista americano Richard Fleischer che descriveva i preparativi e l’attuazione dell’attacco a Pearl Harbor); si criticava la disco music che nel 1980 ancora impazzava nella produzione musicale dando vita a grotteschi ibridi tra disco e synth-pop (ascoltatevi Just An Illusion e Music And Lights degli Imagination che poi ne riparliamo); si sperava, scherzando, di star meglio da morti come diceva il pezzo Sometimes I Wish I Was Dead e si metteva in luce, attraverso melodie dell’infanzia, il corteggiamento omosessuale etc. Con l’album successivo invece, sembra riemergere dagli angoli più oscuri della mente un vecchio desiderio di morte, privato di quell’umorismo che esorcizzava le paure e che metteva davanti ai fallimenti della propria vita: Shouldn’t Have Done That, ripeteva Martin Gore in un pezzo tra il rituale arcaico e quello alienante della modernità. Gli unici momenti felici erano nei ricordi di un amore lontano o segreto mentre al resto ci si rivolgeva con il silenzio o con la fuga dalle situazioni: Leave In Silence, altro splendido pezzo, ci invitava ad andarcene in silenzio se non si riuscivano a “sopportare le violenze emotive”.

Quello che vi consiglio è di ascoltare entrambi gli album. Non fatevi prendere dalla mania di giudicare il sound come qualcosa di passato o ridicolo che non rispecchia la vostra voglia di protesta o di evasione; ascoltate le parole, c’è molto di più che una banale carica estetizzante. Per apprezzare in toto questi pezzi bisogna infatti ammorbidirsi e abbandonare la facoltà di iper-giudizio e iper-citazionismo solipsista proprie del nostro secolo e di questi ultimi anni. Come diceva lo storico dell’arte Martin Kemp: per ogni novità visuale della modernità servono delle capacità di visualizzazione in grado di interpretarla, capacità che si modificano di generazione in generazione a seconda dei mutamenti della tecnologia. Non si tratta quindi di apprezzare o non apprezzare una manifestazione artistica, si tratta solo di porsi nella condizione “fenotipica” per apprezzarla.

Vi invito quindi a ricreare dentro di voi delle nuove capacità di ascolto che forse mancano poiché non si è più abituati a questo tipo di sound, ma che in nuce già risiedono dentro di voi. D’altra parte ciò che i Depeche Mode andavano cantando in questi album ha molto di contemporaneo e di intellettuale.

 

Virginia Villo Monteverdi

 

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