Subculture, musica e moda a Camden Town

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Era il 1971 quando una coppia di fidanzati, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood aprirono un negozio al 430 di King’s Road, a Londra, ponendo le basi di quella subcultura, esplosa cinque anni dopo e chiamata punk, che divenne la vera anima di Camden Town.

Questo quartiere durante gli anni 70 ebbe un grandioso sviluppo: luogo di arte e letteratura sin dalla fine dell’ottocento quando Verlaine e Rimbaud vi insegnavano francese, si aprì subito alla vita mondana, alla musica indipendente, e agli incontri multiculturali attraverso i locali e i pub che facevano da spread alla musica punk-rock. Camden divenne famosa per i suoi mercati di abbigliamento alternativo (il Camden Lock) dove i giovani potevano riconoscersi in nuove forme di cultura, innovative e provocatorie; il quartiere era una specie di nido di protesta intellettuale contro le convenzioni della società conservatrice, luogo di espressioni sessuali, individuali e politiche, meta di passaggio per i grandi artisti e centro fondamentale per la musica. Tra gli anni 70 e gli anni 90 Camden vide la nascita, la crescita e le performance di gruppi come i Sex Pistols, i Madness, che nel 1977 si formarono in quel quartiere, i Rolling Stones, i Joy Division, David Bowie, i Clash, i Pink Floyd, Bob Marley, i Nirvana, i Talking Heads, i Soft Cell, gli Smiths, Blondie, Siouxsie and The Banshees, i Red Hot Chili Peppers, gli U2, i Manic Street Preachers…La lista potrebbe non finire mai.

Camden era una mecca di innovazione subculturale, almeno fino ai tardi anni 90, poiché oggi, per quel poco che sono riuscita a vivere e a vedere di quel quartiere, l’effetto è diverso: mi pare di aver assistito ad un revival che cerca di riportare in vita le ceneri agonizzanti di una cultura (quella alternativa al conservatorismo e quella punk) che, sebbene ancora viva negli animi dei giovani adepti, ormai tende alla consapevole massificazione. Non voglio dare giudizi, ma solo impressioni di chi, come me, arrivata a Camden per la prima volta, ne percepisce l’atmosfera.

Sembra che Camden si stia trasformando in un museo vivente: gruppi di turisti, di cui la maggior parte italiani, si affollano davanti agli storici negozi di abbigliamento gohtic, punk e burlesque come se fossero di fronte a un mondo nuovo che nella realtà esiste solo su internet, negozi di piercing e tatuaggi di dubbia igiene spuntano tra un bar e l’altro, negozi di abbigliamento “alternative”, quelli della marca BOY, hanno ormai preso il sopravvento e si spacciano per il nuovo “subculturale giovanile” che in realtà è moda, e da anni impazza tra le adolescenti di Tumblr tra teschi, ossa e colori pastello di dubbia ascendenza gothic. Bancarelle di oggettistica e souvenir con la bandiera britannica riempiono gli spazi di un quartiere che sembra anche poco curato, di negozi di musica non ne ho visti purtroppo, ma ho notato che i mercatini di scarpe (New Rock, Demonia, Dr. Marteens, Converse etc) e magliette delle band sono ormai parte del business del luogo. Qualunque cosa cerchi la puoi trovare, senza neanche troppa fatica, perdendo invece quel gusto della ricerca del raro così piacevole quando si viaggia attraverso le subculture.

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E la musica? Devo dire che io Camden l’ho vista nel pomeriggio e quindi nel momento meno vivo dal punto di vista delle esibizioni live. Ma a un angolo, poco lontano dal Camden Lock, un gruppo di Dj di strada stavano preparando un’esibizione: il tutto era abbastanza deludente, trasandato e abbozzato, non c’era niente di quella scintilla iniziale e il pubblico non era tra i più rassicuranti. E i punk? Ne ho visti pochissimi, a parte qualche ragazza con piercing e capelli fotonici, il resto non era poi così originale.

Si può parlare dunque di degrado culturale di Camden? Dipende da come lo si osserva, ed è molto difficile scegliere il punto di vista. La cultura moderna sta cambiando ormai troppo velocemente, ciò che prima erano cultura e musica alternativa, adesso diventano immediatamente moda e si tingono di un’accezione commerciale. Forse Camden tra i suoi graziosi bar vegani, i suoi negozi gothic, i Dj di strada, gli ubriaconi, i fast food, i negozi di abbigliamento vintage (forse l’unica piccola perla rimasta), i locali notturni, l’odore di cannabis, il caos turistico, la sporcizia e la sua fauna pittoresca, sta lentamente morendo in un’epoca in cui le passate esigenze non sono più quelle priorità che davano vita al quartiere. Ciò che è stato recuperato ormai ha perso l’autentica patina sociale di un tempo e sicuramente, almeno per la maggior parte, si è trasformato in nuda estetica.

Camden è il vintage che piace oggi e che mostra la storia di una vecchia cultura: lo indossi, ne vivi le forme e i colori, ti ci appassioni, sei consapevole che è qualcosa di estraneo ai tuoi modi di vivere, lo riponi come un cappotto e sul tuo corpo resta solo il suo odore, quello di un vecchio capo d’abbigliamento che, sebbene datato e talvolta demodè, ha sempre il suo grottesco fascino.

Virginia Villo Monteverdi

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