Sandro Sainati ed il suo inizio

Gli inizi musicali di Sandro Nullo Vincenzoni Sainati.

Sandro

In attesa nel nuovo disco Sebo, ho avuto l’occasione di ascoltare Sandro Sainati, musicista originario di Livorno, durante un suo Dj set, di intervistarlo e conoscere come è cominciata la sua storia di poliedrico compositore, Dj e attento ascoltatore.

Con più di cento produzioni alle spalle, tra colonne sonore, live, e registrazioni studio, organizzatore del Pisa Improvvisa, perspicace autodidatta, collezionista di dischi rari e multiforme maestro del sintetizzatore, Sandro ci ha cortesemente regalato un bellissimo spaccato di storia della musica e di storia della sua produzione.

Vi lascio all’intervista sperando che possiate cogliere e rivivere, attraverso le parole di questo particolare artista, un percorso di arte, professionalità, passione, gusto e dedizione per la musica in tutte le sue forme.

Allora Sandro raccontami come è cominciata la tua passione per la musica e la tua carriera da musicista/compositore

Io ho sempre avuto una forte attrazione per la musica, sin da piccolissimo, però non voglio sembrare quello che dice: “Da quanto è che canti? Eh, avevo due anni”. Anzi. Quando mi chiedono da quanto tempo suono rispondo: “Ho iniziato ora”, perché non voglio essere primo a nessuno e nemmeno dopo nessuno. Ho un mio percorso che è nato tanti anni fa grazie a un organo ad aria di mia nonna, non so perché avesse questo organo… da piccolo iniziai a suonarlo per gioco, però vedevo già che il mio intento era quello di accompagnarmi con la mano sinistra e fare poi quelli che poi ho scoperto essere le scale e gli accordi con la mano destra. Già avevo un’impronta, una base di manualità sulla tastiera, però sono sempre stato molto restio a studiare, ho avuto difficoltà nell’eseguire delle cose imposte, mentre le mie cose le coltivavo e le coltivo tutt’ora fino a divenire paranoico, fino a che non so la virgola più nascosta. Non so se sarei riuscito a fare il conservatorio. So solo che mi sono messo lì, piano piano a suonare la tastiera…

Era un periodo quello, quando ero bambino io, che iniziava a venir fuori questa musica “elettronica”, la disco music, il post punk che avevano questi suoni un po’ particolari, con questi sintetizzatori sfruttati anche dalla musica pop, e mio fratello che era più grande di me di dieci anni, andava a ballare in posti in cui passavano quella musica. Io mi sono preso tutta quella scia musicale proprio grazie a lui!

Però devo dire che precedentemente a quel periodo in casa mia hanno sempre ascoltato jazz, prog italiano, mio padre era appassionato dei PFM degli Area, dei Banco del Muto Soccorso e dei Pink Floyd (che secondo me sono un gruppo pop!) ed io ho conosciuto questi artisti perché avevo i loro vinili in casa e mi sono aperto all’ascolto. E tutt’ora per me l’ascolto è fondamentale, io non smetterò mai di comprare dischi, finché non sarò seppellito di vinili, non finirò. E inoltre non è che ho avuto un’ influenza soltanto, un solo indirizzo, no, le mie influenze sono tantissime,  ho sempre ascoltato da Schoenberg a John Cage, Luciano Berio, fino alla “roba più brutta” perché secondo me è molto importante ascoltare le cose che non ti piacciono. In ciò che non mi piace riesco talvolta a trovare qualcosa che riesce a darmi ispirazione…

Tornando al tuo inizio… Come hai sviluppato la tua passione?

Quando in casa mia videro che ero portato per la tastiera si accorsero che ero molto ritmico “di dita” (a parte ora che ho il tunnel carpale) e anche ritmico “di denti”… Insomma si accorsero che avevo dei problemi ai denti quando ero bambino perché in autobus facevo le ritmiche delle batterie (battere i denti ritmicamente per emulare una batteria n.d.a.) e allora i miei pensarono che avessi qualcosa nascosto dentro, qualcosa di musicale che andava incentivato e mi comprarono una tastierina “giocattolo”, da Messaggerie Musicali, un negozio meraviglioso che era in centro a Livorno. In realtà non era una tastierina giocattolo, non venne specificato cosa fosse… Scoprii poi che era un micro sintetizzatore della Yamaha e purtroppo quando arrivò a casa non suonava! E io disperato a piangere perché non riuscivo a sentire i suoni… Insomma i miei lo riportarono al negozio dove mi mostrarono, in linea di massima, come funzionava, anche perché loro non erano molto ferrati sul da farsi… Dopotutto è sempre un sintetizzatore che ha i filtri, gli inviluppi che se non li alzi il suono non esce. Quando vidi che ci stavano lavorando sentii uscire un suonino stridulo ondulato, spettrale, ed era così perché c’era inserito l’LFO, che è un oscillatore a bassa frequenza… (Sandro imita il suono ondeggiante del sintetizzatore n.d.a.).

E il tipo del negozio commentò: “No! Ma questo non è adatto per te!”

Ed io a quel punto dissi: “No! Questo è adatto!” E me lo tenni.

Purtroppo questo mio primo sintetizzatore l’ho perso con il terremoto, sono riuscito ad averne uno simile, la prima versione, mentre da bambino io avevo la seconda, il CS-01 che mi comprarono nel 1980. L’ho ricomprato solo per un discorso affettivo perché con i synth che ho ora e con il Mini Moog e l’Arp quello è praticamente inesistente, ma lo tengo come cimelio.

E nell’adolescenza?

Alle medie mentre gli altri ascoltavano Baglioni, gli Iron Maiden, i Pink Floyd… La mia professoressa, e qui tengo a fare il nome, Ebe Panella, mi fece ascoltare una composizione, Musica per la Carta, e io lì ho avuto una “botta clamorosa nel cervello” ed iniziai a comporre in quel modo lì. Di chi era la composizione? Era di John Cage! Ma lei non lo ascoltava nemmeno, me lo fece conoscere involontariamente. Iniziai a comporre tra la rumoristica e la casualità, lavoravo sull’aleatorio, ma non conoscevo ancora bene Cage, avevo letto qualcosa di lui per un concorso a scuola e vinsi un premio per la miglior idea, il miglior argomento, rispetto altri che indagarono cose più pop, attinenti al periodo tipo Madonna e Spandau Ballet.

Mi interessai in seguito ad altri compositori come Stockhausen, Berio, Maderna, e alle superiori comprai il primo sintetizzatore lo Yamaha CS 15 D, un sintetizzatore secondo me fenomenale perché mi dava la possibilità di fare la scordatura in stile Moog. Verso la fine degli anni 80 ho iniziato a comporre cose un po’ più ascoltabili che si differenziavano dai primi esperimenti. Nell’88 ho fatto il primo demo che si chiama Oscurità (lavorando molto su bobina con il registratore, componevo in modo futurista delle “poesie distorte”, tagliando e ricomponendo), poi mi sono dissociato da quelle influenze per avvicinarmi ad una mia impronta più personale e all’inizio degli anni 90, grazie a tutti quei sintetizzatori analogici che la gente stava buttando via… Io li ho recuperati e, grazie alla mia passione per l’elettronica che ho studiato, grazie all’aiuto di tecnici, li ho sistemati e mi sono fatto uno studio che mi permetteva di fare degli scambi, facendo compra-baratta-vedi per un sacco di tempo. In questo modo sono riuscito ad avere ora  una strumentazione molto professionale, che mi permette di spaziare molto, anche perché ora stiamo tornando a quel tipo di sonorità e, sebbene ormai sia tutto in digitale, queste nuove tastiere riescono a imitare quei suoni che negli anni 70 hanno fatto la storia della musica.

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Senti, parlando sempre di inizio…Come hai cominciato a fare Dj set, quando e in che occasioni?

Allora è interessante l’aspetto pratico di questa cosa, essendo un ascoltatore di musica, essendo una persona a cui piace ascoltare tanta musica… Gli spazi vuoti per me non hanno mai rappresentato niente di bello, e allora il mixaggio per me è sempre stato l’apice dell’ascolto. Mettere un disco dopo l’altro, senza interruzioni era una cosa che mi mandava quasi in trance. Ho quindi percepito di essere portato per fare un tipo di lavoro che inizialmente è nato come passione e poi è diventato un vero e proprio lavoro, dandomi la possibilità di comprare i sintetizzatori.

Ho iniziato a fare il Dj nel 1987, così per gioco. Per il mio compleanno mi regalarono due piatti a cinghia, i Technics, meravigliosi, a rotellina a cui sono ancora molto affezionato, ma erano più che altro piatti da ascolto, non come i 1200 che usavano i Djs professionisti. Ed io iniziai a mixare con questi piatti, quando io in realtà già lavoravo con le bobine! Io i mixaggi li preparavo già sui nastri, quindi ero già avvantaggiato, e poi essendo già musicista e molto ritmico, imparai a mixare nel giro di una settimana. Con le cassette di Riccardo Cioni che aveva mio fratello, che andava a ballare al Green Sheep, uno di questi posti assurdi che usavano nel ’78-’79, mi dedicavo all’ascolto, sentivo Riccardo Cioni che mentre mixava parlava sopra la musica cercando di riempire i vuoti e gli errori… E mi dissi: “Senti un po’ ganzo!” (ride n.d.a.) e da lì capii che il Dj era la figura portante di certi posti, che doveva mantenere sempre la musica ad un determinato tempo, seguendo un determinato gusto musicale, portando novità che poi magari non sarebbero nemmeno mai uscite, oppure delle grandi hit che poi avrebbero sfondato. Questa cosa mi piaceva tantissimo.

Iniziai nel momento storico quando venne fuori la musica house, ho iniziato a mettere dischi nel momento d’oro della Acid-house e della new beat, quella che era molto vicino alla dark disco e che poi è diventata EBM. Avendo già alle spalle ascolti di Joy Division, Bauhaus, Sisters of Mercy, Siouxsie and the Banshees, quando mettevo su i dischi Acid io ci risentivo dentro quei gruppi dark, sentivo qualcosa che mi riportava a quelle sonorità new wave.

Sandro dj

Poi ci fu una svolta tra il 1989 e il 1990, periodo che secondo me fu fondamentale, non è vero che non c’era niente di musica. Stavamo vivendo un brutto periodo per il pop, che era diventato massacrante e brutto…Però in zone tipo Belgio, Germania, Olanda, Inghilterra, Chicago, Detroit, stava nascendo musica autoprodotta, fatta da non musicisti e questa cosa fu illuminante per me! Questi non musicisti facevano cose spaventose! Cose che un musicista accademico non sarebbe riuscito a fare. Questi artisti si aiutavano molto con gli strumenti che erano in voga in quel periodo: le drum machines TB 330 e TR 808 che, anche se non eri musicista, ti aiutavano a comporre e suonare qualcosa.

In questi nuovi pezzi di cui ti parlavo sentivo delle voci campionate che venivano da dischi di Ozzy Osbourne, da brani dei Doors, io trovavo tutto questo fenomenale. Nella musica di Detroit, nella Acid più cupa venivano campionati frammenti di alcune canzoni dei Kreftwerk che erano l’antitesi di quella musica! Però ci stavano benissimo! Iniziai così a comprare quei dischi, giravo tutta Italia per trovarli, insieme ad una altro mio amico, più grande di me che purtroppo non c’è più, Simone. Lui mi portava in giro per i negozi era come una divinità per me, conosceva tutti i titoli, frequentava i club, io invece ero un bambinone! Ascoltavamo i dischi insieme, era molto bello.

Nel 1990 ci fu il passaggio all’elettronica che veniva dall’Europa, sembrava musica che proveniva da un altro pianeta, musica d’avanguardia, e chi suonava in questo periodo è col tempo diventato musicista in tutto e per tutto, è salito al top delle classifiche della musica underground londinese. Io mettevo questa musica quando ancora non era largamente conosciuta, era quindi anche difficile metterla! Questo fu anche il periodo in cui iniziai a suonare al Club Imperiale di Tirrenia, uno dei posti più importanti della mia vita anche se non sono mai stato parte della loro “famiglia”, io lo facevo solo per la musica e basta. Musica che amo, suono e ascolto tuttora tutt’ora.

Bene, ringrazio Sandro Sainati e intanto attendo di ascoltare il suo nuovo disco.

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Virginia Villo Monteverdi

Fatta di musica, arte, immaginazione e altre cose intellettuali e magari noiose.
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