San Paolo a Ripa d’ Arno, ricordi e immagini

pubblichiamo un racconto inedito dello scrittore Alessandro Scarpellini

Mattino, non so che ore siano … sono a casa… 9 anni … oggi non c’è scuola o forse sono malato (questo non ricordo)… un boato, come se fosse esplosa una casa… corro alla finestra… prima guardo verso la Cittadella e poi verso la chiesa della Spina… il ponte sta cadendo… il ponte Solferino sta crollando nelle acque del fiume che un po’ sono scese dopo la piena… spruzzi d’acqua che sembrano toccare il cielo… il ponte nuovo, il ponte dei Leoni. 23 Novembre 1966.

L’Arno a volte fa paura, altre volte è un complice e un amico. Ho visto i soldati portare le cateratte di legno e i sacchetti di sabbia e sistemarli sui muriccioli per contenere l’ondata di piena. Hanno allagato le campagne per stancare la forza delle acque, per farle sfogare nei campi coltivati. L’acqua la puoi toccare con un dito… se sali sui muriccioli e ti sporgi un poco. Noi ragazzi siamo tutti eccitati, qualcuno fa pure il tifo per il fiume, e continuiamo a giocare in Piazza San Paolo a pallone fra gli alberi e le panchine. Ci sono Odoardo, Graziano, il Di Puccio, Ercolino, Icaro, il Bianchi, Rinaldo, Pipi, il Benvenuti, Carlino, il Terreni, Alberto, il Ginesi, Tubo, Arsella e tanti altri. La famiglia che sta a piano terra, sotto a me, in questi giorni ha portato i materassi da noi e ha dormito per terra in sala. Ma qui il fiume è più largo, non fa curve strane e pare che non possa venir fuori come ha fatto in Piazza della Berlina o davanti a Palazzo Lanfranchi.

Il fiume lo vedo dalla finestra della sala dove dormo in un divano letto, una stanza di passaggio in questa casa in affitto in Lungarno Sonnino 15. Non abbiamo il bagno con la doccia o la vasca, e, quando devo lavarmi, c’è una tinozza celeste di plastica e l’acqua riscaldata sui fornelli a gas. Una stufa al Kerosene scalda le quattro grandi stanze più lo stanzino e il corridoio. C’è in un angolo anche una stufa a legna. Giù, però, c’è un cortile comune stretto e lungo che finisce in un casottino senza tetto, il resto di una casa bombardata il 31 Agosto 1944 che serve come deposito di biciclette e di cose che non servono. A sinistra il giardino dell’ingegner Sarti col grande nespolo e due tarponi che alle cinque del pomeriggio scendono dal tubo di ferro dietro l’albero dei limoni, a destra un altissimo muro di pietre rosse che divide la corte dal convento delle Benedettine di Clausura. Io e Giovanni – ora fa il parcheggiatore per la Pisamo – abbiamo scavato una pietra, l’abbiamo rimossa, per vedere le suore che hanno scelto di stare là tutta la vita e di non farsi vedere. Femmine, donne, che velano il loro corpo, che lo coprono, che vivono in solitudine… e sono spose di Dio, spose del Cristo.

Ce ne sono di misteri, di segreti, qui sui lungarni, fra Piazza San Paolo e Via Crispi… come le corse sui muriccioli bassi, saltando dall’uno all’altro, come la casa della Gattaia dove vivono fra i libri e i soprammobili centinaia di gatti e gatte, come i baci degli innamorati nei vicoli, come i nostri discorsi sull’amore e sulle stelle nelle sere d’estate guardando il fiume che va verso il mare e a volte si ingrossa portando via ogni cosa, come le due famose e formose sorelle che fanno le puttane e passeggiano con un canino nero sempre accompagnate da un signore che sembra un Direttore di banca o un Preside di scuola superiore.

Mia madre a volte mi manda a prendere le uova dalle suore di clausura, suoni e il grande portone si apre. Entri in un androne scuro, tutto è nella penombra e c’è un odore di candele. Ti avvicini alla grata, che è fitta, e ti rivolgi ad un’ombra che è di là. Intravedi solo un velo nero. Chiedi le uova e senti una voce gentile che ti risponde. La ruota si gira, metti i soldi nella ruota che la suora gira verso di sé, e subito dopo hai le uova fresche delle galline che allevano e curano in quel pezzo di terra dentro il Convento che forse nessuno ha mai visto. Un grazie e poi di nuovo fuori, alla luce. Magari incontri il falegname Ilio con i suoi occhi spiritati che lavora sul lungarno in un fondo delle Suore o i ragazzi del neon a cui a volte vendi giornalini usati, aprendo banchetti improvvisati sul Lungarno per farsi i soldi per una spuma o un gelato a due palline. E mi rimane dentro la voce di quella suora…

Ho ancora dentro anche la voce delle Suore che cantano nella piccola chiesetta che è del Convento, che dà su Piazza San Paolo girato l’angolo. E’ sempre chiusa, è la chiesa dove pregano, ma alcune volte ci ha portato là Don Alberto il Parroco per certe celebrazioni che non ricordo, forse per la Comunione e la Cresima. Noi sotto, loro sopra che cantano le lodi al Signore. Inutile alzare gli occhi, non si vedono, stanno nascoste, e certe volte neanche Dio si vede e si tocca. Quelle donne hanno consacrato la loro vita, la loro giovinezza e la loro vecchiaia, a qualcosa che per noi è meno reale di una guerra con le cerbottane, di un sasso tirato con la fionda contro le gronde, di una partita di pallone nei campi della Piazza, di un bacio immaginato a una giovinetta che ha le labbra di rosa o biancospino, di uno zizzolo, del fiume che scorre. La loro voce, però, affascina, ci intriga, ci ammalia, ci porta altrove e ci fa sognare… voci di angeli, di creature immateriali scese in questa terra triste e felice.

E poi c’è Piazza San Paolo, la nostra piazza. E’ qui che ci troviamo appena abbiamo pranzato. Se arrivi tardi, non trovi neanche posto per giocare a pallone… tutti i campi occupati. Devi solo stare attento ai vigili in motocicletta che a volte arrivano e ti sequestrano il pallone… perché sarebbe vietato giocare nella piazza. Se poi il pallone per un tiro troppo forte o un gioco di rimbalzi va in Arno basta chiedere ai canottieri che passano di recuperarlo e buttarlo a riva. I più grandi hanno organizzato un campionato e noi siamo la squadra più forte: la mitica Spartak di Piazza San Paolo. Io faccio il portiere e non ho paura di gettarmi ovunque per bloccare la palla che non deve superare la linea di porta, due grandi alberi. Vinciamo tutto, quasi tutto. Non c’è Celtic, Arsenal, Sant’Antonio, La Maddalena, Porta a Mare che ci fermino. Graziano è allenatore, dirigente, manager. Le maglie si comprano facendo carta e cartoni che poi rivendiamo in un vicolo fra il Lungarno Galilei e via San Martino. Se si vince il campionato o qualche partita importante, tutti da Linda a mangiare la granita, poco più in là dell’arco. C’è un arsenale mediceo, forse una porta… interrata, e le vecchie mura di Pisa che arrivano fino a dove passava il tramino. Là, però, è già un’altra terra, un altro quartiere. La vecchietta ci chiede a che gusti la vogliamo e poi gratta il ghiaccio: granatina, tamarindo, limone, fragola, lampone, menta orzata. Il ghiaccio grattato ci leva quasi il respiro e noi ridiamo di niente o di qualche barzelletta pungente.

Solo dopo, molto dopo, ho saputo che la chiesa, Piazza San Paolo a Ripa d’Arno, esiste dall’anno mille, che fu affidata ai monaci di Vallombrosa, che forse è stato l’antico Duomo di Pisa, che il campanile è stato distrutto nell’ultimo conflitto mondiale, che ci sono dipinti di Buffalmacco e Turino Vanni. Ne avrei di storie da raccontare… come quando, ad esempio, giocando a nascondino, il Palazzi, ora veterinario, si nascose nel fonte battesimale e fece paura senza volerlo a Don Alberto che ci sorprese a nasconderci in quel luogo sacro. Potrei raccontare di una messa in cui io e Sergio, che la servivamo, bevemmo tutto il Lacrima Christi dell’ampolla che portammo vuota a Don Alberto che dovette fingere di bere il vino che non c’era. Potrei raccontare del gioco di tirare il pallone oltre il tetto, dall’altra parte della Chiesa, o della palla a muro che ci impegnava in frenetiche sfide che arrivavano alla sera e che avevano precise regole da rispettare. Ci divertivamo con niente e avevamo la gioia di vivere dentro.

E poi, a volte, qualcuno lanciava il grido “Rasmamara”… una sorta di anagramma creativo, ma l’ho capito poi, di marasma. Correvamo allora, per un tacito accordo, nella piazzetta di Sant’Agata, nel prato in cui in mezzo c’è la cappella ottagonale, e là davamo in 20 o 30 vita ad una disputa di calcio senza regole che durava ore e in cui tutto era permesso. Chi segnava passava il turno il successivo. Una partita in cui tutti erano contro tutti e c’era un solo vincitore. Pochi di noi sapevano che lì, fino al 1944, sorgevamo altri edifici che gli aerei americani avevano bombardato come erano soliti fare quando attaccavano la stazione o postazioni di strategica importanza. Giocavamo senza tregua, ridendo e scherzando, magari arrivando alla sera quando restavano due soli contendenti che si sfidavano per la vittoria finale.

Piazza San Paolo non era solo spensieratezza…

Non eravamo esenti da tristezze, malinconie, dolore. Alcuni di noi se ne sono andati, per loro scelta, prima del tempo: Pietro, Stefania, Andrea. Inutile dire i loro cognomi, rimangono nei nostri cuori come amici fraterni che sorridono nei giorni passati insieme. Non tutto era felice, ma tante volte in quella piazza giocavamo e correvamo fra le ragazzine che pattinavano o giocavano a campana. Solo più tardi sono iniziati gli amori, le piccole tresche, le feste per ballare allacciati e pensarsi innamorati dell’amore. Ci rifugiavamo in qualche scantinato a vedere i giornalini di donne nude comprati in Via La Nunziatina o fra Via Garofani e Corso Italia. Ci sono state anche le discussioni politiche e le divisioni, le differenze, gli scontri con i fighetti della Borsa che venivano a messa, le distanze. Mai però intolleranza, xenofobia, odio per chi era diverso o straniero. C’è chi di noi è divenuto operaio, chi scrittore, chi ingegnere, chi sposato e chi separato, chi matto, chi rivoluzionario e chi proprietario… ma sempre siamo rimasti i ragazzi di San Paolo, anche ora che abbiamo tutti oltre cinquanta anni e a volte ci incontriamo per una cena o per strada.

Oggi l’antico Monastero delle Benedettine è un residence Universitario, il Ponte Solferino è stato ricostruito, Don Alberto è andato nel suo paradiso, la Chiesa sta sprofondando e si cerca di salvarla, le panchine sono spoglie di innamorati che fanno franella e si toccano, i ragazzi non giocano più nella piazza e magari chattano a casa o si perdono nei labirinti dei video-games.

Il fiume scorre ancora verso il mare, lambendo la Cittadella e passando sotto il ponte della ferrovia…

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