Dal sacro alla tavola

Fruit,_Vegetables_and_Grain_NCI_Visuals_OnlineLa simbologia cui il cibo ci conduce è argomento affascinante e strettamente collegato al rapporto stretto e indissolubile con il sacro. Saggi, libri e tesi sono già stati scritti su questo antico legame e su tutto ciò che ne consegue, ma ciò non toglie che rimanga un argomento affascinante e stimolante che può ancora essere letto da punti di vista nuovi e guardato da angolazioni diverse, dando così spazio a riflessioni a loro volta nodali e basilari.

GIAN_DOMENICO_VALENTINO,_Valentini_(Roma_1639-_7_dicembre_1715),_Natura_morta_di_cibo_su_un_tavolo

La sacralità, e molto di ciò che la riguarda, attiene intrinsecamente al rito. Allo stesso modo il cibo e l’alimentazione hanno nella loro storia molto di rituale: orari, tradizioni secolari, l’insieme di azioni che lo contestualizzano. Del rapporto tra cibo e sacro abbiamo tracce fin dalle antiche civiltà: i banchetti greci e i loro simposi, le offerte sacrificali agli dei, i cibi usati per rappresentare simbolicamente alcuni dei, gli egizi che mettevano il cibo accanto ai defunti per continuare a nutrire l’anima. E con l’avvento delle religioni rivelate questo legame si è stretto ancor di più; possiamo dire che le maggiori di queste religioni sono connaturate con il cibo e con le sue declinazioni e i suoi ritmi, i giorni dell’abbondanza (le feste) e i giorni del digiuno (le penitenze). Ramadan, venerdì santo, quaresima, Yom Kippur: nutrire il proprio corpo viene subordinato a regole e principi dogmatici. Alla luce di tutto ciò, e per dare un taglio caratterizzante all’argomento, abbiamo deciso di parlarne con Giusi D’Urso, biologa nutrizionista, educatrice alimentare, autrice di testi divulgativi, cofondatrice del Centro di Educazione Alimentare La MezzaLuna, esperta e amante del buon cibo in tutte le sue forme e le sue valenze.

 

Giusi, quale valore simbolico ha il cibo e come viene vissuto nella nostra epoca?

Il valore del cibo, al di là di quello nutrizionale, permea la cultura, la storia, la religione, il vissuto quotidiano. Al centro della relazione c’è, o dovrebbe esserci, la condivisione di cibo, quale strumento altamente socializzante. Ed è un valore che unisce, include, integra: pensiamo alla mensa scolastica quale tempo e luogo di socializzazione e condivisione di pietanze, linguaggio, interessi, esperienze, curiosità. Pensiamo al cibo come dono, come offerta e come tributo; ai banchetti di nozze, alle cene di fine anno scolastico o di fine carriera. Tutto ruota intorno al cibo, poiché esso è ricco di significati antichi che giungono a noi da lontano e dai quali non dovremmo prescindere.

Oggi, nell’estrema freneticità quotidiana, perdiamo di vista molti di questi valori; non scegliamo, non assaporiamo, spesso non cindexonosciamo molti dei cibi che portiamo a tavola. A volte, non ci serviamo nemmeno di una tavola apparecchiata e consumiamo velocemente un panino o “un’insalatona” (brutto termine utilizzato per definire un contorno arricchito con fonti proteiche, da consumare come piatto unico) al tavolino di un bar o in ufficio davanti al computer. Oppure, ci sottoponiamo a diete rigide e restrittive, come per espiare chissà quale colpa, rinunciando all’occasione di fare convivio, cioè di seguire la nostra natura di esseri sociali.

Quindi, direi che questa è l’epoca del “non vissuto”, delle corse col tempo, durante le quali non abbiamo né l’occasione, né la voglia di soffermarci a condividere e, soprattutto, dare valore a un gesto che da migliaia di anni ci tiene in vita.

“Siamo quello che mangiamo”, si sa. Ma cosa e quanto interiorizziamo attraverso il cibo di cui ci nutriamo?

Ovviamente, la nostra fisiologia ci permette di assorbire dal cibo tutti i nutrienti necessari a coprire i fabbisogni. Ma credo che la tua domanda volesse andare oltre e provo a risponderti.

Il nostro linguaggio è ricchissimo di metafore che coinvolgono il cibo; esistono molti modi di dire, altrettanti proverbi che richiamano alimenti e usi alimentari allo scopo di esplicitare un concetto. Chi dorme non piglia pesci, mangia come parli, il bimbo non mi mangia, mastico un po’ d’inglese, sono solo alcune delle frasi che spesso pronunciamo o ascoltiamo.

Attraverso il cibo interiorizziamo la nostra tradizione e la nostra storia, ci identifichiamo con il territorio in cui viviamo e ne diventiamo parte. E ancora, preparando e offrendo il cibo ci prendiamo cura di altre persone, che riceveranno, attraverso quella data pietanza, la nostra attenzione eil nostro affetto. Scegliendo cibo locale e stagionale, portandolo a tavola e condividendolo con i nostri cari, dentro di noi arriverà anche il lavoro di chi l’ha prodotto nelle terre intorno, in quel dato periodo dell’anno. Siamo ciò che mangiamo, è vero; ma mangiamo ciò che siamo!

 

Credi che il valore che le varie religioni hanno attribuito alle penitenze, quindi l’idea, presente fin dai tempi antichi, dell’astinenza dal cibo come purificazione abbia potuto creare, in qualche modo, un trait d’union tra le sante ascetiche medievali e le giovani anoressiche di oggi?

Certamente l’analogia fra l’anoressia nervosa e il percorso di purificazione e santità di alcune sante ascetiche esiste ed è stata oggetto di studi. C’è una letteratura vasta e interessante che indaga a fondo sul significato salvifico e purificatore del digiuno. Ciò che accade oggi con l’aumento preoccupante dei disturbi del comportamento alimentare fra i giovani e i giovanissimi, dipende da molti fattori ma, come in passato, è senza dubbio in stretta relazione con il “corpo”. Non dimentichiamo che il compagno di viaggio di ogni adolescente (ma forse di ognuno di noi) è il corpo, utilizzato spesso come mezzo di espressione e di comunicazione con gli altri, pertanto inevitabilmente al centro di ansie, paure e disagi.breads-387544_960_720

 Fin dall’antichità i sacrifici agli dei venivano offerti sotto forma di tributi di cibo, l’incarnazione secondo religioni come l’induismo a divinità è personificata in un’animale (la vacca e il bovino) e da qui il conseguente divieto di mangiarla, la sacralità che alcuni alimenti hanno nelle religioni e la mediazione che essi svolgono tra il mondo mortale e quello divino? Si può parlare quindi di cibo come mediatore tra l’uomo e la divinità?

Mangiare ci tiene in vita. Sembra scontato e un po’ fuori tempo in un’epoca in cui, almeno in questa parte del mondo, abbiamo accesso a una miriade di prodotti alimentari. Eppure, questo è lo scopo essenziale del cibo: nutrire il corpo perché esso sopravviva.
Questo legame imprescindibile ha portato sin da tempi assai remoti alla simbolizzazione del cibo e all’adorazione di divinità protettrici della terra e dei suoi frutti, come Demetra presso i Greci, dea dell’agricoltura e delle stagioni. Basti pensare al pane, costante presenza nella fede e nella preghiera, menzionato nel Corano, nel Talmud, nella Bibbia. Offrire il cibo, in questo senso altissimo di legame a dio e alla terra, ha rappresentato nelle varie epoche storiche un gesto generoso di restituzione, un modo per ringraziare di cotanta ricchezza.1280px-Cesare_da_Sesto_-_Ultima_Cena_(copia)

Sarebbe bene tornare a riflettere su questo concetto e su tutte le azioni umane che esso ha caratterizzato, per recupere il senso prezioso (sacro, è il caso di dire) del nutrire e del nutrirsi, tanto impoverito dalla fretta e dall’omologazione dei consumi.

Dario Soriani

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