La sacralità di Sacro GRA

Sacro Gra (Gianfranco Rosi, 2013)

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Il dualismo sacralità e profanità è la base di questo film. Questa dicotomia è impressa nella rappresentazione di un microcosmo multisfaccettato e frammentato a contatto con una metropoli, Roma, che sembra equivalere ad una città invisibile. Anch’essa sacrale, nella cupola di san Pietro che viene nominata da Paolo, ex nobile torinese che abita in uno squallido monolocale con la figlia; ed anch’essa profana, nella serialità delle palazzine dei quartieri periferici.

La vita, è un mistero e non è possibile coglierla attraverso uno sguardo totale, ma solo attraverso un frammento apparentemente disorganizzato, che ci parla sia di una città inafferrabile che di personaggi condannati ad un incomunicabilità e ad una forte solitudine, dominati da un senso di a-temporalità ed invisibilità.

Il linguaggio di Rosi oscilla tra documentario e fiction. Ci racconta con una costruzione anti-narrativa spaccati di vita. Oltre al già nominato Paolo, si narrano le vite di Roberto, un barelliere del 118; di Francesco, un botanico che combatte contro il punteruolo rosso, un insetto che sta distruggendo le palme; di Filippo, ex principe che affitta la sua abitazione come set di fotoromanzi dove si muovono altri personaggi; del pescatore d’anguilla Cesare che vive su una zattera. Vite che hanno in comune di trovarsi ai margini del Grande Raccordo Anulare: appunto il Gra. Ossia la strada principale che va a diramarsi ed ad incontrarsi con puzzle di frammenti di vita, non solo dei protagonisti appena enunciati, ma anche di piccoli spettri metropolitani decadenti, che appaiono e scompaiono come personaggi secondari: le prostitute sulla strada, le ragazze immagine di un locale, le signore della folla in adorazione per una processione religiosa.

Lo sguardo di Rosi osserva ciò che circonda il raccordo anulare con l’intenzione di ritrarre con un linguaggio estremamente poetico, il quotidiano come un evento straordinario, e le molteplici vite come dogmi impossibili da comprendere ed essere svelati. La sacralità del raccordo anulare è proprio parallela a quella del Sacro Graal: raccogliere la vita senza riuscire a spiegarla.

Con questo film il regista ha vinto il Leone d’oro alla 70° edizione della Mostra del cinema di Venezia nel 2013.

Francesca Lampredi

Tomas Ticciati
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