Sacco e Vanzetti. Due vite per la libertà

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano due anarchici di origine italiana, il primo nato nel 1881 a Torremaggiore nel foggiano, il secondo, di tre anni più vecchio, in un comune del Cuneense, Vallefaletto. Si erano incontrati, provenienti da parti diverse d’Italia, negli Stati Uniti, dove erano arrivati tra i moltissimi emigrati italiani in cerca di fortuna e di riscatto. Ambedue si erano ritrovati negli ambienti anarchici e le autorità li seguivano da vicino con grande attenzione: anarchici e immigrati italiani, una miscela che serviva per incutere paura, suscitare panico, alimentare un consenso artificiale e basato sulla paura tra la restante popolazione. La guerra mondiale radicalizzò gli animi, e alla fine, come in gran parte del mondo, i conflitti sociali e politici, e con essi la red scare, la paura dei rossi e dei sovversivi. 

Nel gruppo di Sacco e Vanzetti militava anche Andrea Salsedo, che, illegalmente detenuto dal Bureau of Investigation, trovò la morte ai piedi dell’edificio che ospitava il Bureau, dopo un volo di quattordici piani.  

Pronta fu la reazione di denuncia del gruppo anarchico e per il 9 dello stesso mese era convocato a Brockton, nel Massachusetts, un comizio di denuncia e protesta. Sacco e Vanzetti vennero arrestati prima ancora che il comizio avesse luogo e alle imputazioni di tipo politico venne aggiunta una ulteriore gravissima accusa: la partecipazione ad una rapina, tenutasi poco tempo prima in un sobborgo di Boston, nella quale erano state uccise due persone. 

Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco

 

Era l’occasione, per le autorità, di chiudere il cerchio: immigrati, dunque criminali, e ancora: anarchici convinti. La storia di quel processo, al termine del quale i due anarchici verranno condannati a morte, è quella di una procedura dalla quale ci si aspetta un risultato politico, e dunque si operano forzature e manomissioni. Un vero processo politico per chi aveva bisogno di un verdetto che alimentasse la paura. I due anarchici affrontarono la detenzione e il processo stesso con coraggio e dignità, e malgrado le loro non fossero poi figure di primo piano, furono capaci di contrapporre i loro ideali e la loro cultura a quella della classe dominante e di chi voleva fare della loro incriminazione un elemento di criminalizzazione sociale e politica. Anche loro risposero con una strategia da processo politico, che ebbe larghissima risonanza. Vanzetti, uomo semplice, del popolo lavoratore, di fronte ai giudici affermò: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già».

Si schierarono in loro difesa intellettuali e scienziati, come Einstein, i filosofi John Dewey e Bertrand Russell, gli scrittori John Dos Passos, George Bernard Shaw, Upton Sinclair, ma la posta in gioco non era la verità dei fatti, ma il risultato che ci si attendeva dal processo. Così, il 23 agosto del 1927, dopo sette anni di appassionata battaglia, la sedia elettrica mise fine alla vita dei due anarchici e alla loro battaglia di giustizia. Scoppiarono, alla notizia, rivolte popolari in alcune città. Ma più di ogni cosa della vicenda e dei due condannati si impadronì l’immaginazione popolare, che ne perpetuò la memoria, a lungo, e con tenace convinzione. Ci sono stati altri “eroi” della emancipazione popolare che sono stati assunti a simbolo di battaglie e di ingiustizie subite, da Francisco Ferrer a Che Guevara, passando per tantissimi altri, come il nostro Antonio Gramsci, da non dimenticare. Nick e Bart, come poi vennero ribattezzati familiarmente, hanno avuto forse la scia più intensa e ricca di altri, che ha manifestato una singolare, felice persistenza. Fino ai giorni nostri. Il 23 agosto del 1977, a cinquant’anni dalla esecuzione, l’allora governatore del Massachusetts, George Dukakis, si espresse con una dichiarazione solenne perché «ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti»

L’elenco delle opere di letteratura, di musica, di arte, che ricordano i due anarchici italiani è davvero lungo e spazia attraverso i decenni, senza grandi interruzioni, caso mai con riprese forti in alcune epoche particolari (un aiuto è la pagina di Wikipedia in italiano). Chi non ricorda la canzone di Joan Baez e il suo ritornello «Here’s to you Nicola and Bart»? e il film cui fece da colonna sonora? Ma l’elenco dei libri dedicati ai due e al loro caso, la raccolta delle lettere dal carcere con le quali si cerca di mantenere vivo il rapporto con i familiari, è lungo e ha uscite distribuite negli anni. Nel catalogo della Biblioteca nazionale centrale italiana sono 22 solo i libri, e non sono registrati tutti gli elementi minori, come gli opuscoli di propaganda, i numeri unici, i periodici. C’è la traduzione, recente, di un libro di John Dos Passos del 1927, con un titolo da ironia triste: Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati. Nel catalogo della Library of Congress, la biblioteca nazionale degli Stati Uniti, i testi a stampa sono ben 274. Anche Upton Sinclair ha scritto un romanzo su quella storia bostoniana. Abbondano anche i resoconti a stampa del lungo processo, ancora le raccolte delle lettere dal carcere, le difese politiche, le ricostruzioni storiche, gli allestimenti teatrali. 

Il 23 agosto di quest’anno saranno novant’anni dalla esecuzione. Le storie di giustizia e ingiustizia, di battaglie di libertà e verità, e anche le figure dei due anarchici venuti dall’Italia e dal popolo, sembrano però straordinariamente attuali, da meritare un ricordo non semplicemente rituale. 

 

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