Rossini: una vita in musica

«Dopo la morte di Napoleone, abbiamo trovato un altro uomo del quale si parla quotidianamente a Mosca, così come a Napoli, a Londra come a Vienna, a Parigi come a Calcutta… È così difficile scrivere la storia di un uomo ancora vivo! E di un uomo come Rossini, la cui vita lascia agli altri tracce di pensieri e di sensazioni piacevoli che riempiono i cuori… lo invidio più di chiunque abbia vinto il premio in denaro alla lotteria della natura… a differenza di quello, egli ha vinto un nome che non potrà mai morire, il genio e, soprattutto, la felicità».

Prefazione del libro La Vie de Rossini di Stendhal

L’odore di pane indicava la strada a chi avesse fame; e di fame, Giovanni ne aveva molta. Partito da Lugo, era appena arrivato a Pesaro con l’incarico di trombettiere municipale. Con un viaggio così lungo la prima cosa che si cerca in un posto nuovo è proprio qualcosa da mangiare. Così la giovane volpe iniziò a seguire quella scia di profumo di pane caldo appena sfornato per poi trovarsi proprio davanti ad una deliziosa ed invitante panetteria. Chi se lo sarebbe mai aspettato che a servire la clientela, ci sarebbe stata una così bella fanciulla. Fu proprio il suo sorriso, oltre al pane s’intende, che fecero entrare il “Vivazza”, così si faceva chiamare Giovanni, nella boulangérie. Così conobbe Anna, sua futura moglie, nonché madre di Gioachino Rossini.

Era il 29 febbraio 1792. Nonostante il freddo inverno di quell’anno, in casa c’era un caldo clima di felicità per la nascita di Gioachino. Passavano gli anni e la piccola peste cresceva piena di curiosità; aveva certo bisogno di un occhio di riguardo in più che Anna, impegnata con le faccende domestiche, riusciva costantemente a dargli. A causa dell’incarcerazione del padre per le sue ideologie politiche, la moglie decise di mandare il figlio a Lugo dalla sorella e la madre paterne. Sapendo di avere una discreta voce, Anna abbandonò il lavoro da sarta per intraprendere la carriera di cantante. Fu proprio grazie a questa sua dote che riuscì a risollevare la situazione economica della famiglia e a risanare i guai combinati dal marito.

Nel frattempo a Gioachino vengono impartite lezioni di teoria musicale ed è proprio nella scuola del musicista clericale Giuseppe Malebri che conosce i lavori dei musicisti e compositori austriaci Mozart e Haydn, i quali influiranno positivamente sulle musiche del Cigno di Pesaro. Dopo il termine degli studi al Liceo Musicale di Bologna, oltre a conoscere a menadito che cosa fosse il basso cifrato, la composizione, insomma le tecniche musicali in generale; il ragazzo sapeva suonare strumenti come il violoncello e il pianoforte. Tutto questo arricchimento consentì al genio pesarese di comporre i suoi primi testi come l’opera Demetrio e Polibio, scritta su richiesta del tenore Domenico Mombelli per far cantare la figlia mezzosoprano Ester. Le prime opere veramente impegnative per Rossini furono Ciro di Babilonia, andata in scena al Teatro Comunale di Ferrara e La pietra del paragone, melodramma scherzoso e giocoso che debutta alla Scala di Milano conquistando il pubblico. Venezia, che lo aveva ospitato per La cambiale di matrimonio, lo riaccolse a seguito proprio della grande affermazione del compositore nell’opera seria. Egli mandò in scena Tancredi, tratta dalla tragedia di Voltaire, in cui Rossini manifesta il raggiungimento della sua maturità artistica. Sempre a Venezia il 22 maggio al Teatro San Benedetto debutta il dramma giocoso L’Italiana in Algeri, che si ispirava vagamente ad un fatto di cronaca realmente accaduto.

Dal 1815 al 1822 il compositore soggiorna a Napoli in qualità di direttore artistico. Incaricato dall’impresario Barbaja di infondere nuova linfa nella vita operistica napoletana, matura come drammaturgo e amplia i propri mezzi musicali dando vita ad opere come L’Otello, Mosè in Egitto e Matilde di Shabran. Rossini lascia Napoli con l’opera Zelmira. Musicista ormai affermato e dal successo internazionale, nel 1823 lascia l’Italia e si reca prima a Vienna e poi a Londra dove ottiene trionfi e scrive la cantata Il pianto delle Muse in morte di Lord Byron. Il compositore giunge a Parigi verso la fine del 1824, diviene direttore del Théâtre des Italiens e si dedica alla composizione di nuovi lavori come la cantata scenica Il viaggio a Reims  in occasione dell’ascesa al trono di Carlo X.

Il 3 agosto del 1829 fu rappresentato per la prima volta al Théâtre de l’Academie Royale de Musique Guillaume Tell. In essa possiamo riconoscere uno stile nuovo, adatto all’ambiente e ai tempi, che si pone a cavallo tra classicismo e romanticismo. L’opera unisce il lirismo italiano con momenti coreografici, danze e scene grandiose, componenti della tradizione operistica francese. Viene accolta con stima dal pubblico e con entusiasmo da critica e musicisti. È l’ultima opera composta da Gioachino Rossini.

Al culmine della celebrità Rossini a 37 anni si ritira dalla scena teatrale, dopo circa venti anni di intensa attività. Decisione maturata a causa della sua depressione che si faceva sempre più incombente, soprattutto dopo essersi mischiata all’insoddisfazione artistica. Fu proprio a Parigi che Rossini lasciò intuire i primi segni di una rottura coniugale; lui nella capitale francese e sua moglie Isabella a Bologna.  «Non si voleva rassegnare ad un tenore di vita modesto e provinciale» dichiarava lui con aria di superiorità; lui che aveva una sfrenata passione per l’écarté, il gioco di carte che faceva parte della moda parigina. Purtroppo la rottura si fece ancora più grande tra i due coniugi dopo l’incontro da parte di Gioachino con Olympe Pélissier definita da Honoré de Balzac come la più bella cortigiana della Capitale. Donna senza dubbio affascinante, attratta dalla mondanità parigina, dilettante di musica, tutte caratteristiche che la accomunano al compositore innamorato perdutamente di lei. A seguito della separazione con la moglie infatti, Rossini porta con sé a Bologna la nuova compagna che gli starà affianco e lo sosterrà in ogni occasione piacevole o meno della sua vita.

A Parigi torna in lui il piacere di comporre, di dare vita a quella che verrà definita la “produzione dell’ultimo Rossini”, lontano dallo spettacolo, dal teatro, dal palco scenico. Torna il piacere di comporre ma privatamente, davanti ad un piccolo pubblico eletto con all’interno artisti, appassionati di musica ma soprattutto ricco di amici sinceri. In questi dieci anni di creatività sfrenata, il genio da vita a piccoli brani che trasmettono quasi l’idea di un passatempo da salotto, come se si trattasse di un gioco, un divertimento. In realtà questi piccoli pezzi raffiguravano l’animo del Cigno Pesarese deciso ad interrompere i rapporti con l’esterno, ma soprattutto egli riuscì, sotto ad un’intelligentissima ironia, a far trasparire la presunzione contenutistica della musica dell’epoca. All’interno di questo decennio che va dal 1857 al 1868 sono contenuti Les Péchés de vieillesse (“I Peccati di vecchiaia”), 150 pezzi vocali e per pianoforte. Nei “peccati” si ritrovano sentimenti profondi, molti commoventi, si contempla la tristezza di un sorriso e la disperazione di un gesto fin troppo stanco.

Muore a Passy a seguito di una grave malattia la sera del 13 novembre 1868, ormai celebratissimo e circondato dall’affetto di amici.

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