Roan Johnson ci racconta ” Fino a qui tutto bene”

 

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Mancano poche ore all’ uscita nelle sale del secondo lungometraggio di Roan Johnson, “Fino a qui tutto bene”. Commedia sugli ultimi giorni di convivenza di un gruppo di cinque coinquilini che si preparano a lasciare l’università di Pisa.

Per Cioni ( Paolo Cioni), Vincenzo (Alessio Vassallo), Francesca ( Melissa Bartolini), Andrea ( Guglielmo Favilla) e Ilaria ( Silvia d’Amico) è giunto il momento di lasciarsi alle spalle quel mondo dove in fondo fino ad ora è andato tutto bene per aprirsi all’incertezza del futuro, vissuto tra il timore e il coraggio di raccoglierne le sfide.

Il film, ben accolto dalla critica, è atteso con ansia nelle sale, e aspettando la prima, non ci resta che conoscere meglio il progetto attraverso le parole dello stesso regista.

Il progetto in origine era nato come un documentario, “ L’uva migliore”, commissionato dall’ Università di Pisa per delineare un ritratto della realtà universitaria pisana.

Come sei passato dall’ idea di un documentario alla realizzazione di un vero e proprio film?

 Documentari e film condividono un aspetto comune, quello della ricerca.

Fare un film significa in fondo andare alla ricerca di storie e personaggi veri da raccontare.

Tanti i film che nascono dall’ indagine sul campo. La grande tradizione del cinema italiano ce lo insegna bene. La nostra Commedia all’Italiana, che affonda le sue radici nel Neorealismo, ha fatto della ricerca una delle sue componenti essenziali.

Quando hai per le mani delle cose vere sei più sicuro di te stesso, sai che la tua storia è quella e adesso spetta solo a te seguirla.Quando si racconta la verità, la vera sfida diventano i dialoghi, è quella la parte in cui sai di dover lavorare di più.

Hai conosciuto una persona vera, ti ha emozionato, ora il difficile sta nel costruire un dialogo adatto. Una volta che hai costruito una sceneggiatura vera, arriva l’ultima fase del lavoro che è quella di cucire le battute addosso al tuo personaggio. I personaggi le provano e le riprovano fino a quando le sentono naturali e anche tu non hai l’impressione che vengano fuori in maniera spontanea.

Sia io che Ottavia Madeddu (sceneggiatrice del film e compagnia di vita del regista NdR) film dopo film ci rendiamo conto di acquisire più dimestichezza e diventare più bravi.

Rome Film Festival

“Fino a qui tutto bene” è un film a budget ridotto e girato in tempi decisamente stretti, appena quattro settimane. Difficoltà  e sfide di girare un film con questa scarsità di mezzi e risorse?

La forza del film e la concreta possibilità di realizzarlo, nonostante i limiti oggettivi della produzione, è stata la scelta della storia.

L’idea di raccontare gli ultimi tre giorni di convivenza in una casa di studenti, tra nottate sui libri, feste folli, amori, dolori, scazzi e litigi, l’ha avuto Ottavia e si è dimostrata azzeccatissima per un film a budget così ridotto. Senza una buona idea non si poteva pretendere di fare un film in così poco tempo e con una produzione così garibaldina.

La sorpresa migliore è stata saper trasformare gli ostacoli in nuove opportunità e per questo devo ringraziare i collaboratori che mi hanno affiancato nel progetto. Anzi il film sembra aver acquisito un suo specifico valore proprio grazie a una situazione produttiva di questo genere.

Gli attori per tutta la durata delle riprese hanno vissuto e dormito veramente nel set del film, non c’erano soldi per pagare a tutti l’albergo. Questo ha portato molta forza alla realtà, al vissuto del film. Tra i cinque attori si è creata un’alchimia che li ha resi davvero per quattro settimane coinquilini, con tutti quei problemi e quei benefici che, chi ha avuto un’ esperienza di convivenza, conosce bene.

Nel corso di un incontro alla Sapienza, Alessio Vassallo (Vincenzo nel film) ha sottolineato più volte come ora possa vivere in una casa sua, ristrutturata e  messa “a modino”, però quando va in cucina no c’è nessuno a aspettarlo. Ai tempi dell’università invece viveva in una casa incasinata, di una sporcizia pulita, ma quando rientrava c’era sempre qualcuno con cui condividere non solo una “pasta al nulla”, ma anche problemi, ansie, gioie e dolori. E questo bastava.

 Il più bel ricordo delle riprese in questa mescolanza tra realtà e finzione?

Il ricordo più forte è stato quando abbiamo girato le scene conclusive del film, quelle in cui i cinque ragazzi svuotano definitivamente le loro camere.

Abbiamo girato queste scene per ultime perché non solo i personaggi del film ma anche gli attori avrebbero lasciato davvero quella casa, nella quale hanno vissuto e dormito per quattro settimane, insieme alla troupe che aveva lavorato con loro.

Quando è arrivato il momento di portare via tutto, c’è stato un attimo di magia in cui set e film si sono uniti e noi stessi, come i personaggi, ci siamo guardati con il groppo in gola perché sapevamo che anche per noi era arrivato il momento di abbandonare una casa dove avevamo vissuto probabilmente uno dei momenti più buffi, divertenti e intensi delle nostre vite.

La città di Pisa ricopre un ruolo importante nel film, potremmo considerarla quasi come un sesto personaggio. Il film ci regala scorci inediti della città, sconosciuti ai più e ai quali hai reso giustizia. Puoi spiegare meglio il ruolo ricoperto dalla città dentro al film?

Pisa è stato un setting importante e un pochino mi glorio di averla rappresentata anche in alcuni dei suoi aspetti meno noti: dal tornante sul monte Serra, al mare, a San Rossore fino a quell’ idea, avuta da Ottavia, di far vedere Pisa  attraverso i ragazzi che portano in giro per la città uno specchio da vendere per non lasciarlo nella casa che stanno per svuotare.

C’è una cosa in Pisa che rende il setting del film specifico e importante. Pisa ha una situazione geografica del tutto privilegiata per i fuori sede. A Pisa arrivano ragazzi tanto dal sud, come Vincenzo, quanto dal nord, soprattutto per le facoltà scientifiche.

La casa del film allora potrebbe essere la casa tipo, il prototipo di questo aspetto di laboratorio di mescolanza di tutti i diversi aspetti regionali dell’Italia, che a Pisa trovano il loro punto di incontro.

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Il film è stato accolto dal plauso della critica. Alcuni hanno accostato “Fino a qui tutto bene” ad altri film, da“ Il grande freddo” (1983) a “ L’appartamento spagnolo”(2002). Quanto temi paragoni di questo tipo e dove credi stia l’identità specifica del tuo film?

Paragoni di questo tipo ( il film tra gli altri è stato accostato anche a “Ecco Bomba” di Nanni Moretti NdR) fanno piacere e intimidiscono allo stesso tempo.

Non abbiamo seguito un modello in scrittura, abbiamo amato i personaggi del film, ci siamo rivisti in loro, gli abbiamo voluto bene e li abbiamo seguiti, ridendo e sognando assieme a loro. La scrittura del film è venuta in maniera piuttosto spontanea.

Una nota stilistica, dal punto di vista registico, è che ho cercato di fare un film che fosse il più vero possibile, capace di catturare l’attimo del momento come se noi della troupe fossimo li a spiare i personaggi. Questo si è tradotto nella scelta di usare la macchina a mano, anche se gestita molto bene (nessun effetto mal di mare) e nella decisione di adottare una fotografia con poche luci.

Nel film c’è un lato di commedia  all’italiana, ma allo stesso tempo se ne discosta perché manca una delle sue componenti fondamentali: il cinismo. Abbiamo voluto troppo bene ai personaggi, ci siamo rivisti in loro con quel pizzico di nostalgia e con quell’ironia che si prova nel ricordarsi giovani e nel ridere di nuovo  delle proprie cavolate e delle proprie ingenuità.

 Due gruppi pisani per la colonna sonora del film : I Gatti mezzi e gli Zen Circus. Questa scelta?

Quelle dei Gatti Mezzi e degli Zen Circus sono canzoni che amo e amavo prima del film e credo si incastrino perfettamente  con le scene della pellicola.

Fin dall’inizio avevo pensato ai Gatti Mézzi e al loro pezzo “Morirò di incidente stradale” per una scena del film, anche perché questo brano contiene in nuce tutto il tono del film.

E’ una canzone  emozionante, nostalgica, malinconica, dall’ironia irriverente e graffiante come il tono che attraversa tutto il film. Quando sono andato a chiedere la canzone ai Gatti Mézzi ,si sono dimostrati  felicissimi di collaborare. Sono legato al gruppo da un rapporto di amicizia, conoscevo i Gatti mezzi quando ancora erano solo Tommino e Francesco.

Così ho saccheggiato il loro repertorio anche per altre due canzoni, “ Soltanto i tuoi baffi” e “ Anarfamondo”, che ho trovato perfette per altre due scene del film e alla fine gli ho proposto di collaborare anche alla realizzazione di un’ intera parte di colonna sonora.

Poi ho preso coraggio e ho chiesto la collaborazione anche gli Zen Circus. Conoscevo anche loro da tempo e ho pensato che per alcune parti della festa, dall’animo più punk – rock, la loro musica fosse l’ideale. E sono contento non solo di aver collaborato con loro ma di essere anche riuscito a pagarli.

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Appartieni alla generazione 1974, vicino ai ragazzi descritti nel tuo film ma forse in parte già lontano. Cosa hai comune e in cosa ti senti già distante dai protagonisti del film?

Direi che nella gioventù ci sono dei caratteri universali che ho cercato di esprimere dentro il racconto: momenti in cui si studia, si sbaglia, si impara e ci si innamora.

Molti ,vedendo il film, nelle presentazioni fatte in Italia e all’estero, mi hanno detto di aver vissuto di nuovo, attraverso quei ragazzi, un pizzico della loro vita universitaria.

Certamente ci sono delle specificità che rendono i ragazzi di oggi molto diversi. Già durante le ricerche per il documentario, ho potuto notare come i ragazzi di oggi abbiano una maggiore consapevolezza della crisi in atto e della necessità di avere una forza di volontà maggiore di quella che aveva la mia generazione, più seduta su se stessa e più tranquilla.

La mia generazione, forse perché più vicina alla fine degli anni settanta, invece parlava più di politica, mentre ora c’è un maggiore sentimento di solidarietà tra i ragazzi (magari anche questa è politica) che trovo molto struggente.

Veniamo a qualche critica. Un appunto fatto al tuo film è che nella storia si respira un senso di divertimento, aleggia uno spirito scanzonato, fatto di feste e baldoria, che a tratti potrebbe rasentare la superficialità. Quando sei d’accordo o meno rispetto a questa critica?

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Io tendo (è il mio stile) a cercare di raccontare le cose con ironia e leggerezza, ma nel film ci sono molte scene tutt’altro che superficiali: i rapporti umani, le litigate, il ritorno di Marta, interpretato da Isabella Aragonese ( guest star del film NdR).

Anzi credo ci sia molto spessore umano e tanta sofferenza per alcune scelte che si devono fare, come quella che vede contrapporsi Vincenzo e Francesca, uno ha ricevuto un lavoro molto bello in Islanda mentre lei non lo vuole seguire.

Quello che mi piace del film è che non esiste solo il bianco e il nero, non c’è solo chi ha ragione e chi ha torto. E le situazioni in cui la verità sta da tutte e due le parti sono quelle che preferisco.

Il film è una commedia ma molto particolare che ha momenti divertenti, di gioia e di festa, che credo rispecchino il modo di vivere di molti studenti di oggi. Parlando con loro, è stato difficile trovare chi si piangesse addosso, anzi ho notato tanta ironia e voglia di darsi da fare.

Venendo a una domanda logistica, hai trovato sostegno nella città e nel Comune in cui hai scelto di realizzare il film?

Il Comune ci ha dato una mano soprattutto dal punto di vista logistico, meno da quello economico.

Senza fare polemica e ringraziando per l’ aiuto ricevuto, sarebbe bello, per il futuro, creare una Film commission pisana che fosse in grado di sostenere, a livello di aiuti economici, la produzione di quelle realtà filmiche che non hanno una forza che gli permetta una copertura economica totale ma che allo stesso tempo meritano di prendere vita. Visto che la Toscana film commissione lavora bene, confido che si possa fare ancora molto per migliorare.  

Detto ciò, fino a qui per Roan Jhonson e il suo film sembra essere andato davvero tutto bene.

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Biancamaria Majorana, con la gentile collaborazione di Leo D’ Arrigo

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